I contadini del Friuli nel 1922. Mostra a Barcis

Di Gianfranco Ellero ——————

Salendo a piedi sotto una nevicata da Longarone a Erto, il 4 febbraio 1922 era arrivato in Friuli Paul Scheuermeier, inviato a raccogliere parole dialettali da due linguisti svizzeri, Karl Jaberg e Jakob Jud, che
volevano realizzare l’Atlante dell’Italia e della Svizzera merdionale.
Si trattava, lo scriviamo per chi non conosce la materia, di porgere a qualche informatore (scelto in un luogo piuttosto isolato fra i residenti da più generazioni) dalle tre alle quattromila domande, e di trascrivere su apposite schede le risposte, adoperando un codice grafico molto più complesso e raffinato degli alfabeti delle lingue nazionali (ventun lettere in Italia, ventisei in Inghilterra …). Riportando, infine, le risposte su carte geografiche, si ottengono gli atlanti linguistici (nel caso dell’AIS, otto volumi pubblicati fra le due guerre). 
Superfluo ricordare che il raccoglitore doveva essere portatore di una straodinaria cultura linguistica e dotato di un orecchio estremamente sensibile. Ma, accanto a una sbalorditiva capacità di lavoro, doveva possedere anche altri talenti, come quelli necessari per farsi accettare da informatori di solito diffidenti verso i “foresti”: simpatia, umiltà, pazienza …
Il suo lavoro appariva talvolta incredibile, come lui stesso ricorda nel Tagebuch (Diario): non gli fu facile spiegare a Tricesimo che cosa facesse uno svizzero a caccia di parole in Friuli!
A Barcis il Craf di Spilimbergo, per concessione dell’Università di Berna, custode dell’Archivio AIS, e in collaborazione con la Fondazione Friuli e la Società Filologica Friulana, ha esposto le fotografie scattate dal linguista svizzero novantacinque anni fa. E a questo punto i lettori potranno domandarsi: perché quel cacciatore di suoni, cioè di parole, adoperava la macchina fotografica per creare anche immagini?
Essenzialmente per due ragioni: per rendere certo il collegamento fra un oggetto (la falce, l’aratro, l’arcobaleno …) e la parola che lo esprime nel punto scelto per l’inchiesta, e per ambientare l’oggetto nel mondo dei parlanti, che erano di solito i contadini.
È per questo che Scheuermeier poté scrivere, alla fine della sua immane fatica, iniziata nell’autunno del 1919 e terminata nel 1925,
“prima non fui né folklorista né etnografo, ma io partii linguista e tornai folklorista. La necessità di studiare la lingua del popolo mi mise dentro la vita di questo e in mezzo alle sue cose”.
Chi visita la mostra corre il rischio di assimilare le foto di Scheuermeier, che possono essere definite “scientifiche”, a quelle create a uso e consumo dei borghesi e degli aristocratici fra le due guerre con finalità estetiche e retoriche (in Friuli e in Carnia per mano di Antonelli, Brisighelli e altri epigoni).
No, il linguista svizzero, ci ha lasciato un ritratto davvero realistico e aideologico, teso il più possibile a documentare la realtà. 
All’inaugurazione della mostra, aperta fino al 3 settembre, hanno partecipato la dot.sa Aline Kunz dell’Università di Berna e lo scrivente in rappresentanza della Società Filologica Friulana, alla quale Scheuermeier si iscrisse il 16 marzo 1922.

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