Controllare vicini e vicinato è storia vecchia. Così la Trieste securitaria copia la Udine confusionaria

Controllo di vicinato, Trieste segue il modello Udine. Questo il titolo di ieri di un servizio del Tgr Rai del Fvg che spiegava che il concetto di “sicurezza partecipata” introdotto nel capoluogo friulano dall’amministrazione di centrosinistra De Toni viene ora applicato in quello giuliano dalla giunta di centrodestra Dipiazza tra le critiche dell’opposizione di … centrosinistra. E qui casca l’asino.. dato che non si capisce chi sia più in confusione. “Prevedere che i cittadini facciano il lavoro delle forze dell’ordine rappresenta il fallimento delle politiche di sicurezza sbandierate dal centrodestra”, ribatte Francesco Russo del Partito Democratico con una posizione chiaramente in contraddizione con quella dei suoi compagni e amici udinesi. Per il centrosinistra giuliano sarebbe meglio rafforzare il modello del poliziotto di quartiere e moltiplicare le occasioni di buona socialità per sentirsi più protetti. Insomma quello che vale a Udine non vale a Trieste e viceversa. Una contraddizione che stride e non poco, dato che il sistema di sicurezza partecipata introdotto un anno e mezzo fa a Udine per volontà dell’assessora Rosi Toffano, vede, nonostante i proclami, risultati “soddisfacenti” in realtà scarsamente verificabili se non pendendo dalle parole dell’amministrazione. In realtà i risultati si sono visibilmente palesati solo nei cartelli con le “tre mani” sparsi per i quartieri, cartelli che segnalano la presenza del progetto la cui funzione è chiara solo dal punto di vista propagandistico, perché di certo non possono fare reale deterrenza. Comunque, attualmente secondo il Comune friulano, sarebbero una sessantina i collaboratori che partecipano attivamente al progetto, visto con una certa sufficienza da operatori delle forze dell’ordine e formalmente accettato probabilmente più per istituzionale piaggeria verso l’amministrazione comunale che per reale convinzione dei vertici della sicurezza (vigili urbani compresi). Insomma, per dirlo con un detto popolare: il gioco non varrebbe la candela, anche se innegabile è la buona fede ma anche l’incapacità di trovare soluzioni fuori dagli schemi. Ma volendo essere maliziosi c’è di più, siamo nella  semplice logica causa effetto. Il fatto che la destra triestina che esprime l’amministrazione Dipiazza da sempre sulle barricate securitarie, apprezzi il sistema Toffano non è certo un bel segnale per la bontà “ideologica” delle politiche sociali del centrosinistra udinese che ricordiamo esprime un sindaco “Happy” che ancora oggi si fa fatica ad inquadrare pur apprezzandone alcune iniziative. Tornando al tema sicurezza è certamente bene che anche a sinistra si diano delle risposte di rassicurazione alle paure, reali o percepite, dei cittadini, ma farlo con un sistema tutto “chiacchiere e distintivo.. pardon, cartelli” non ci pare una risposta adeguata. Secondo quanto diffuso e riportato dal Tg Rai “a Udine alla Polizia locale arriva in media una segnalazione ogni due giorni e ogni coordinatore di gruppo riferisce al commissario dei quartieri della Polizia locale che poi valuta se coinvolgere anche Polizia e Carabinieri in caso di necessità”. Insomma filtri che dovrebbero evitare che occhio inesperto generi cantonate o peggio. Ma in realtà non ci risulta, ma potrebbe essere un limite nostro, che a tali segnalazioni sia stato dato un seguito che non si sarebbe verificato su semplice segnalazione di cittadini, senza l’appesantimento burocratico di questa rete di delatori volontari, certo animati da buoni propositi, ma le cui disponibilità potrebbero essere meglio indirizzate, magari nella gestione di momenti di socialità sul territorio. C’è da credere, fra l’altro, che un ripassino alla storia non avrebbe fatto male all’amministrazione udinese, e non parliamo necessariamente delle logiche di delazioni tragiche che riportano alla memoria storiche brutte pagine razziali del ventennio o di quella oppressiva più recente “oltrecortina”, ma agli apparentemente più “innocenti” assistenti civici d’epoca fascista che operavano per la “moralità” dei giovani dai sei ai diciotto anni. Il controllo del comportamento dei giovani era seguito dai comitati comunali e rionali dell’Opera nazionale balilla, che aveva come compito “l’assistenza e l’educazione fisica e morale della gioventù”, mentre dai 18 anni in su il controllo era svolto da volontari tramite l’organizzazione dei capi fabbricato. Possiamo capire che tale sistema possa piacere a qualche nostalgico che fa specchio, o dovrebbe farlo, più all’amministrazione triestina che a quella udinese, ma in questa epoca di guerra e violenza più che di pace e socialità, il rischio che le carte si mischino è alto.
Fabio Folisi

“Sicurezza partecipata”, Sindacato di Polizia (SIULP): “scorciatoia che nasconde il vuoto della sicurezza reale..”