Corrispondenza dal campo: Dove va Rojava?

Tornare in Rojava è sempre piacevole; in questo periodo la maggior parte di chi, gli internazionali intendo, che ci lavorava ancora non ha le idee chiare sul da farsi e dunque per ora si va e si viene facendo spesso base a Dohuk, capoluogo del governatorato del nord del Kurdistan iraqeno. Come si passa il confine, si realizza immediatamente che considerare il Kurdistan e i kurdi come una realtà omogenea è perlomeno fuorviante, irrealistico. Il KRI (Kurdistan Region of Iraq) gode di una larga autonomia rispetto al governo centrale di Baghdad ed e’ ricco di petrolio che consente a chi ne dispone di fare lauti affari, soprattutto con la Turchia che in questa regione ha effettuato ingenti investimenti e che da i suoi (sulla carta) peggiori nemici, importa l’oro nero ed esporta qualsiasi tipo di beni. Per avere un paragone, per quanto empirico, della dimensione degli affari che intercorrono tra le due parti, basta mettersi a contare un attimo la quantità di autobotti che vanno verso il confine di Ibrahim Khalil con la Turchia e la loro percentuale rispetto al numero totale dei tir. Per sfizio l’altro giorno rientrando da Rojava, mi sono esercitato a farlo. Su un totale di cento camion, 47 erano autocisterne che portavano petrolio in Turchia. Magari il parametro andrebbe rivisto con un numero maggiore, ma uno l’idea se la fa egualmente.
Risultato di questi scambi, è che le città del KRI si stanno dando, pur se in modo ancora caotico e pagando il prezzo di speculazioni evidenti (a Erbil e Dohuk interi quartieri di palazzoni e palazzine sono cresciuti come funghi), una forma di occidentalità e il denaro circola vertiginosamente. Per dirne una, il concetto di utilitaria quasi non esiste. Le auto più’ piccole sono quelle dei taxi e comunque si tratta di Toyota Corolla, non di Fiat Panda… Qui i suv da 6 e da 8 cilindri si sprecano e sfrecciano sulle strade a tre corsie per verso di marcia come fossero a Monza. Il governo locale praticamente da sempre è rappresentato da esponenti della famiglia Barzani, praticamente padroni incontrastati della regione. Perlomeno della parte nord dove l’influenza dell’altra grande famiglia locale (i Talabani) non si sente concentrandosi invece nella parte orientale dell’area verso Sulaymaniyha.
Qui il sistema vigente e sempre più in voga è quello del capitalismo selvaggio e della privatizzazione che rende ricchi parecchi, ne è emblema l’enorme università americana il cui accesso non è certo riservato ai poveracci e che rappresenta un altro modello di penetrazione culturale in questa regione, ma lascia una buona fetta di popolazione con stipendi (quando ci sono) che certo non bastano per affrontare il costo locale della vita.
Nel frattempo la Turchia, nel silenzio praticamente totale delle autorità kurde irachene, continua imperterrita a bombardare le basi del PKK che hanno trovato (si fa per dire..) rifugio nelle montagne del Qandil essendo state sloggiate a forza di bombe anche da quelle di Sinjar dove nel 2014 assieme al YPG erano riuscite a far uscire dalla regione occupata dall’Isis molti (circa 50.000 si dice) degli Yazidi che altrimenti non sarebbero riusciti a sfuggire al massacro perpetrato nei loro confronti dai fanatici del califfato.
Ecco, entrando invece in Rojava, si diceva, il panorama cambia immediatamente, pur rimanendo una costante almeno nel primo tratto di strada che porta verso l’interno. Tutto attorno alla strada, fiorniscono le pompe che succhiano il petrolio dal suolo; oro nero di cui pero’ la Siria non e’ certo altrettanto ricca, ma che rappresenta pur sempre una risorsa importante. Le grosse e roboanti auto che abbondano in KRI sono presto sostituite da berline, la maggior parte della quali hanno certo conosciuto tempi migliori; le strade non hanno molte corsie, se va bene ne hanno due da condividere in qualche modo tra gli opposti sensi di marcia. Un’altra delle costanti di quelle strade e’ la patina di fango che irrimediabilmente ricopre la superficie dell’asfalto, quando c’è, oppure il fango vero e proprio che spesso nasconde le insidie delle buche sempre presenti ed in agguato. Le case non sono certo i palazzoni che punteggiano Dohuk, al massimo e solo nei centri piu’ grossi arrivano a 3 o 4 piani e la gran parte delle quali aspettano di essere intonacate e portate a termine. In alcuni luoghi salendo verso il confine, ci sono interi quartieri abbozzati dove le abitazioni finite sono una netta minoranza; un lascito dei tempi recenti in cui probabilmente il futuro appariva piu’ sereno. Appena si esce da queste cittadine, le abitazioni sono tirate su alla bene meglio e prevalentemente si trovano lungo le strade che tagliano la campagna che si estende a perdita d’occhio.
La guerra da queste parti ha portato molti disagi e i Iutti hanno colpito quasi tutte le famiglie. Quasi in ogni cittadina ha il suo cimitero dedicato ai “martiri” ovvero a coloro che hanno perso la vita principalmente per combattere l’Isis. Le loro foto e spesso i loro nomi riempiono i cartelloni appesi lungo i principali viali che attraversano i centri abitati. All’ingresso dei paesi fino a poco tempo fa, oltre alle foto dei martiri non poteva mancare quella in formato gigante di Apo Ochalan, leader del PKK e ispiratore del modello di autogoverno democratico che il nord est della Siria in questi anni ha cercato di darsi. Un modello che ancora stenta ad affermarsi pur avendo ottenuto risultati evidenti quali l’emancipazione almeno formale delle donne; colpa evidentemente della situazione che la Siria tutta ha dovuto affrontare, della guerra sanguinaria che si e’ combattuta ferocemente e che ancora non è certo finita. Probabilmente anche a causa di un obiettivo forse troppo ambizioso da raggiungere per la cultura locale con cui deve inevitabilmente fare i conti. O forse anche per il fatto che il principale alleato dei kurdi, fino a ieri, non aveva certo in mente di condividerne le modalità o i fini. L’altro giorno parlavo con un signore di una certa età, un ingegnere che ha speso 40 anni lavorando nel settore del petrolio, che mi diceva: “finalmente si e’ chiarito il vero motivo per cui gli Usa stanno qui. Il petrolio e i loro specifici interessi!”. Una delle tante persone che avevano sperato che gli aiuti esterni potessero avere altri scopi e invece si sono ritrovati spiazzati da una realtà ben diversa.
Che i tempi qui stiano cambiando traspare anche dal fatto che da un po’ di tempo le foto di Apo sono quasi scomparse, tanto quanto le bandiere di YPG e YPJ gialle e verdi che erano una costante appesa ai lampioni dei viali e quelle poche che sono rimaste sono sempre piu’ sbiadite. L’invasione da parte della Turchia dello scorso Ottobre ha provocato non solo parecchie vittime e altre ne sta provocando quotidianamente, ma ha anche messo in seria discussione (problema che pero’ prima o poi sarebbe emerso) l’applicazione del modello Rojava nella regione del nord est della Siria. La parte che va da Menbij e passa da Kobane (Ain al Arab) per arrivare fino a Serekanje (Ras el Ain) e che penetra in Siria per una trentina di km, e’ probabilmente irrimediabilmente persa, perlomeno per I kurdi; rimane da vedere se il governo centrale di Damasco riuscirà con l’appoggio dei russi a riappropriarsi di quelle terre oppure se quell’area sarà destinata a rimanere sotto il controllo diretto o indiretto della Turchia.
Da quanto si percepisce in giro, ormai l’interesse dei kurdi (o degli Usa, non si capisce bene…) si concentra su una zona molto più ristretta, principalmente il nord a confine con la Turchia da Serekanje a Derek, la zona di Hasake e più a sud nel Deir ez Zor. Naturalmente non sara’ facile mantenere sotto controllo tutto questo territorio, soprattutto se si considera che Hasake e’ nelle mire del governo centrale e non è una città kurda, mentre Deir ez Zor potrà rientrare nell’ambito di competenza dei kurdi solo fintanto (e forse) che le truppe Usa continueranno e tenere in ostaggio i pozzi petroliferi che in quell’area desertica sono i piu’ importanti della Siria.
Intanto per le strade si cominciano ad incontrare le pattuglie russe che quasi quotidianamente si scontrano con quelle Usa, che nonostante Trump continuano a presidiare le zone di loro interesse; appunto Derek (la seconda in ordine di importanza zona petrolifera della Siria) e Deir ez ZOr. E’ proprio lungo le strade che vanno verso nord est, quelle che portano a Rmeilan e poi a Derek e al confine di Semalka che i mezzi corazzati Usa bloccano quelli russi intimando loro (con quale diritto non si capisce) di tornare indietro. I russi (nessuna simpatia per gli uni o per gli altri, ma i russi sono legalmente in Siria e gli Usa no) dopo qualche discussione si ritirano, ma il giorno dopo si rifanno vivi di nuovo, magari su una strada diversa, ma sempre da quelle parti e il rito si ripete. Fino a quando queste provocazioni reciproche continueranno a mantenersi tranquille non e’ dato a sapersi; una cazzata e’ sempre possibile e il rischio che le cose si complichino terribilmente in questa situazione non e’ trascurabile.
Dulcis in fundo, la crisi economica che si abbatte su tutto il paese non lascia immune nemmeno il NES, il tasso di cambio, si parla di quello reale al nero ovviamente, non di quello praticamente inesistente e ufficiale, rispetto a Usd e Euro è praticamente raddoppiato nel giro di sei mesi e di conseguenza lo stesso hanno fatto i prezzi. Come faccia la gente a sopportare un simile crollo non si sa, ma si vede immediatamente se si percorrono le strade dei vari centri. I negozi hanno molta meno merce esposta e la gente molto meno denaro da spendere.
Cosa succederà da qui in avanti non si sa; certo pare si tratti di niente di buono. Staremo a vedere.

Docbrino