Corte di Cassazione: i Comuni dovranno rimborsare i cittadini in maniera decennale quanto incassato per i mancati servizi di depurazione

E' stata appena pubblicata una sentenza della Corte di Cassazione che potenzialmente potrebbe diventare un boccone molto amaro per molte amministrazioni locali ed enti di gestione dei servizi pubblici integrati, tanto da metterne a rischio i bilanci, perchè anche se le somme da rimborsare a singola famiglia sono limitate, il numero dei potenziali richiedenti potrebbe essere elevatissimo.
In estrema sintesi la Corte di Cassazione Seconda Sezione Civile, sentenza n. 1998/2020, afferma che “Il diritto al rimborso di canoni periodici indebitamente versati quale i canoni pagati per servizio idrico integrato non ha carattere periodico. Esso pertanto non è soggetto al termine di prescrizione quinquennale di cui all'articolo 2948 numero 4 Codice Civile ma all'ordinario termine decennale di prescrizione che decorre dalle date dei singoli pagamenti”. In sostanza se come nel caso trattato dalla sentenza la tua amministrazione (in questa occasione il Comune di Terzo di Aquileia), ti ha fatto pagare un servizio inesistente o non funzionante, non solo hai diritto al rimborso, come già previsto dalle norme, ma lo deve fare andando indietro di 10 anni e non di 5 come talune amministrazioni e gestori di servizi hanno fatto in passato. Ovviamente il principio è universale e consentirà a molti cittadini italiani di avanzare giuste richieste di rimborso.
Ci sono voluti però 11 anni per arrivare a questa conclusione giudiziaria in una battaglia condotta caparbiamente dal cittadino del piccolo comune della bassa friulana. La vicenda infatti ha visto contrapposti Daniele Milocco, esponente della lista Civica “Per Terzo”, ma soprattutto cittadino di Terzo di Aquileia, al proprio Comune di residenza. La questione era quella del recupero delle somme impropriamente pagate da lui, così come da tanti cittadini, per il servizio idrico integrato relativamente alla quota della tariffa del servizio di depurazione. Somme chieste e fatte pagare anche in assenza di reale erogazione del servizio. Questa vicenda in realtà doveva essere risolta da tempo dato che con sentenza n. 335/2008 la Corte Costituzionale aveva già dichiarato l'illegittimità costituzionale delle disposizioni di legge che prescrivevano come dovuta la quota della tariffa del servizio idrico integrato riferita al servizio di depurazione anche in caso di mancanza o inattività di impianti di depurazione. La dichiarazione di illegittimità costituzionale era essenzialmente basata sulla considerazione che "la tariffa del servizio idrico integrato si configura, in tutte /e sue componenti, come corrispettivo di una prestazione commerciale complessa, il quale, ancorchè determinato nel suo ammontare in base alla legge, trova fonte non in un atto autoritario direttamente incidente sul patrimonio dell'utente, bensì nel contratto di utenza", insomma se il servizio di depurazione non risulta erogato, perché assente o inattivo il cittadino non è tenuto a versare la parte di tariffa riferita a tale servizio. Sembra una questione di lana caprina ma in realtà le somme, anche se piccole per ogni singolo caso, possono, come accennato in apertura, diventare un problema per i sempre risicati bilanci dei Comuni. Ma il diritto dei cittadini non può venir calpestato e per questo Daniele Milocco, che all'epoca iniziale della vicenda, era consigliere comunale a Terzo, ha iniziato la propria battaglia pubblica con determinazione. Numerose assemblee sono state svolte a Terzo e volantini informativi sono stati prodotti nel tempo, ma è soprattutto la vicenda giudiziaria che si è trascinata per anni a stupire per l'incomprensibile determinazione dell'amministrazione comunale nell'ostacolare l'erogazione di tutti i rimborsi dovuti. In realtà già nel 2009 a seguito della sentenza della Corte Costituzionale era stato previsto che i gestori dei servizio idrico integrato o gli enti locali, se gestori in via diretta dei servizi, provvedessero, anche in forma rateizzata alla restituzione della quota non dovuta riferita al servizio di depurazione. Tutto bene quindi? Non proprio perchè a seguito della richiesta di rimborso inoltrata al Comune di Terzo di Aquileia, Milocco e altri cittadini, avevano ricevuto in restituzione solo le somme corrisposte nel quinquennio antecedente alla pronuncia di incostituzionalità (anni dal 2008 e fino al 2003). Insomma l'interpretazione “pubblica” nascondeva la pretesa di fissare in 5 anni i termini di prescrizione. Una pretesa che non aveva fondamento giuridico. Per questo Milocco non si è fermato e rivolgendosi al Giudice di Pace di Udine per vedere riconosciuto il termine decennale e non quinquennale di prescrizione che corrispondeva alla durata dell’esercizio del diritto di rimborso i canoni indebitamente versati. Il Giudice di Pace di Udine con sentenza n. 622/2014 accolse la tesi del Milocco accertando il termine di prescrizione decennale del rimborso, contro tale sentenza il Comune di Terzo di Aquileia interpose appello avanti al Tribunale di Udine il quale confermò il termine decennale di prescrizione con sentenza n. 72/2016. Ma il Comune di Terzo di Aquileia con incredibile e “costosa” determinazione, interpose ricorso per Cassazione avverso tale sentenza.
A quel punto il signor Daniele Milocco assistito dall’avvocato Giovanni Ortis di Udine si costituì davanti alla Corte di Cassazione chiedendo il rigetto del ricorso. E siamo ai giorni nostri, quando la Suprema Corte, Seconda Sezione Civile, con sentenza di data 8.11.2019 (pubblicata mercoledì scorso 29.01.2020) ha rigettato il ricorso del Comune confermando il termine decennale di prescrizione.
A questo punto si aprono nuovi scenari dato che la pronuncia della Cassazione ha potenzialmente effetti che vanno al di là della posizione del Milocco. Una valutazione più generale andrebbe fatta anche sul comportamento delle amministrazioni e dei gestori dei servizi pubblici che, in casi come quello del signor Milocco, sembrano non badare a spese pur di non soddisfare giuste rivendicazioni e non basta certo la preoccupazione per i bilanci per giustificare un comportamento lesivo dei diritti dei propri cittadini.

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