Da Gaza a Damasco passando per Beirut. Destinazione Teheran
Sembra l’itinerario di un viaggio organizzato da qualche ardita agenzia di viaggio. A quanto pare, invece, questo è il percorso che il governo israeliano zeppo di fanatici e criminali intende realizzare seminando bombe, distruzioni e cadaveri, naturalmente con l’intento ufficiale di garantire la propria sicurezza.
Se a Gaza e in tutta la Palestina il programma sta procedendo a grandi passi, da una parte facendo tabula rasa di tutto ciò che bene o male fino a quasi due anni fa rappresentava la normale vita dei suoi abitanti e dall’altra spingendo i palestinesi oltre che alla fame, alla sete, a concentrarsi in un’area sempre più ristretta e dunque invivibile esponendosi alle inevitabili malattie che in una situazione del genere non possono che trovare facile sviluppo. Aree (in precedenti contesti si chiamavano campi) di concentramento dove le persone sono obbligate a restringersi come sardine in mancanza di alternative e in cui un sistema perverso di distribuzione di pochi aiuti più che portare conforto e alleviare le sofferenze della popolazione, produce vittime tra coloro che sperano di recuperare un po’ di farina ed invece vengono accolti dalle pallottole dei militari israeliani o dai contractors che dovrebbero garantire la sicurezza delle operazioni. Trappole mortali, insomma. Non è che l’esercito più morale del mondo (non si capisce bene come sia stata stilata una classifica del genere) rimanga inattivo in altri contesti tipo le tendopoli che sono l’unica risorsa (quando c’è) rimasta per avere qualcosa sopra la testa a parte, appunto, le bombe che droni, aerei, artiglieria e carri armati che l’esercito israeliano non fanno certo mancare. Colpendo sia le tendopoli che ex scuole riadattate all’accoglienza di chi (praticamente tutti) non ha più niente, che per finire in bellezza, su ciò che rimane degli ospedali.
Nonostante tutto, le azioni di guerriglia delle milizie di Hamas e della Jihad Islamica riescono ad essere efficaci; gli ordigni fabbricati con le bombe israeliane inesplose provocano morti tra le truppe occupanti. Segno che il controllo totale del territorio non è ancora completamente nelle mani dell’esercito israeliano e probabilmente non ci sarà se non, appunto, con l’espulsione di tutti i palestinesi. Nel frattempo si parla (in realtà si sparla) di ipotetiche tregue che però, ovviamente, dal punto di vita palestinese sono inaccettabili; una sospensione temporanea del massacro in cambio del rilascio dei poveri disgraziati, gli ostaggi, che ancora sono nelle mani delle milizie palestinesi, assicura una sola garanzia: la ripresa del macello appena scaduta la tregua. O magari prima come già fatto da Israele in Marzo. Se si tratta su questi livelli, c’è poco da sperare e molto ancora da sparare. E niente da mettere sotto i denti per una popolazione allo stremo e privata anche dello stretto necessario non per vivere, ma per non crepare di fame, sete, denutrizione e malattie.
Nel frattempo, qui tra i governi europei c’è chi ha anche il coraggio di scandalizzarsi; a parole ovviamente. Imbarazzanti le parole del Ministro degli Esteri Tajani che borbottando sostiene che l’Italia ha inviato tonnellate di farina che si stanno distribuendo regolarmente a Gaza nientepopodimenoche da OMS, che si occupa (se ne occuperebbe se solo potesse) di tutt’altro, cioè della salute. Non si capisce dunque attraverso quali canali la distribuzione venga effettuata, visto che Israele fa passare solo alcune briciole e attraverso gli sgherri di Gaza Humanitarian Foundation (GHF) che per far bastare quanto entra, cercano di “ridurre i beneficiari” a suon di fucilate. Ma, per l’appunto, l’Italia è in pessima compagnia e, a parte qualche Stato europeo, non riesce nemmeno ad approvare la sospensione del trattato di scambi commerciali e scientifici che la lega, come tutta la UE, ad Israele.
Il regime di aparthied del Sud Africa è stato sconfitto principalmente dal boicottaggio e dal relativo isolamento di quell’orrendo governo. Se non si procede con una politica equivalente contro Israele non si arriverà da nessuna parte. Sia chiaro che l’Europa non è sola nell’ignavia e nell’immobilismo; i governi, anche se sarebbe meglio definirli dittature, arabi non si distinguono certo per efficacia o per una reale contrapposizione al governo criminale di Netanyahu. Eppure ne avrebbero la possibilità; se li si sente belare contro le politiche israeliane in Palestina è solo perché le loro popolazioni si schierano nettamente a supporto dei palestinesi, ma ogni forma di protesta viene immediatamente repressa. Gli interessi commerciali e soprattutto nei sistemi di sicurezza (militare e di intelligence) sono troppo importanti per mantenere il potere a forza di legnate e dunque il partneriato con Tel Aviv rimane determinante. Certo, anche da noi non si scherza a proposito di repressione; basti guardarsi attorno per capire quanto le nostre supposte (in entrambi i sensi) democrazie siano sgangherate e i nostri sbandierati diritti calpestati. Da noi come negli USA, nel Regno Unito, in Francia, solo per rimanere in quella che viene spacciata per culla della democrazia, chi si oppone a questa immane strage, crimine, genocidio, rischia di finire in galera solo per denunciare gli orrori commessi da Israele. Non dimentichiamoci delle parole di Francesca Albanese quando dice che su questa strage ci sono chiare le nostre impronte digitali.
Ma, andando oltre Gaza e la Cis-Giordania, lo Stato ebraico cerca di sfruttare la situazione per realizzare i sogni dei suoi fondatori, gente che del terrorismo aveva fatto largamente uso. Golda Meyer, Ben Gurion, Itzhak Rabin, Ariel Sharon, padri fondatori di Israele furono i più famosi rappresentanti dei gruppi paramilitari e terroristi i cui piani erano di realizzare il Grande Israele di Sion (dunque sionista e non semita) che andava ben oltre gli attuali confini. Confini che ormai sono di fatto stati superati, basti dare un occhio alla presenza delle truppe di Tel Aviv in Libano e in Siria dove secondo gli accordi internazionali gli israeliani non ci dovrebbero proprio essere. Il cessate il fuoco siglato con Hezbollah e le autorità libanesi prevedono il ritiro delle truppe di IDF (Israel Defense Forces) rispettando i confini ufficiali. Quegli accordi sono carta straccia ed Israele continua a colpire e a rimanere come e dove vuole, forte dei colpi assestati al gruppo sciita che ha fortemente limitato la struttura e la capacità militare di Hezbollah.
Non va meglio in Siria, uno Stato in forte asfissia determinata dalla frammentazione in cui questo Stato è finito in seguito a 14 anni di guerra e alla cacciata di Assad e del suo criminale governo. Come spesso accade, però, si cade dalla padella alla brace e la complessità di una nazione come quella siriana rischia di ridurre quel popolo ad un puzzle macchinoso affidato alla “cura” di un ex criminale di guerra legato ad Al Qaeda (da cui ha preso le distanze, sia chiaro) sostenuto da democrazie quali l’Arabia Saudita ed i Qatar e Turchia. Ognuno con i propri interessi. Tra i vari soggetti interessati alla spartizione della Siria non poteva mancare Israele che già dal 1967 occupa illegalmente le colline del Golan. Approfittando della confusione regnante a Damasco, l’esercito israeliano ha approfittato per espandere la propria presenza ben oltre il Golan occupato e prendersi postazioni dalle quali tiene sotto scacco la capitale siriana e da cui ha bombardato i palazzi delle istituzioni di quel Paese. Naturalmente con il pretesto di protegger la popolazione drusa che vive nella zona di Suwayda e legata secondo Tel Aviv alla stessa minoranza che vive in Israele. Le pretese israeliane sono di creare un’ennesima zona cuscinetto smilitarizzata (cioè con la solo presenza militare di Israele….) a garanzia dei drusi (che come i loro parenti che vivono nel Golan si definiscono senza ombra di dubbio siriani), ma che servirà a tranciare una volta per tutte il corridoio che veniva usato da Teheran per collegarsi con Hezbollah e creare nuovi spazi ai fanatici coloni pronti ad occupare nuove terre che secondo le credenze sarebbero di loro diritto divino.
Rimane in fondo a questo percorso ancora una questione che Israele vorrebbe definire una volta per tutte: la distruzione dell’Iran in modo da essere l’unica potenza mediorientale e di tenere sotto scacco, militarmente oppure commercialmente (non dimentichiamoci degli “accordi di Arbamo”) tutto il Medio Oriente forte anche della supremazia determinata dalla sua potenza nucleare, spada di Damocle in grado di fare la differenza e di minacciare tutti coloro che non accetteranno la sua supremazia.
È chiaro che ci vorrebbe uno spazio maggiore per analizzare meglio ciò che succede in Libano e Siria e quali siano le conseguenze dell’instabilità di queste due realtà. Vedremo di approfondire in un prossimo futuro.
Per ora, buon viaggio.
Docbrino




