Da quell’8 di settembre a questo 20-21 settembre.

Una data passata in sordina. Oggi, più che altre volte, è tuttavia necessario rievocarla.
“L’8 settembre 1943 e nei giorni immediatamente successivi, dalle città e dalle campagne di Udine, Cormons, Cividale, Tarcento e da altre zone di tutto il Friuli, centinaia di giovani, particolarmente operai e contadini, si portavano sulle vicine Prealpi Giulie e sul Collio, ove in poco tempo davano vita ai primi battaglioni della regione (…) Vi affluirono studenti, intellettuali, soldati, ufficiali dell’esercito, preti.”
Al termine della guerra venne eletta l’Assemblea Costituente, che risultò formata da persone appartenenti a un multiforme ventaglio di partiti politici, che in misura diversa avevano partecipato alla lotta. 556 persone, che rappresentavano ogni genere di voce ed ogni ideologia, si riunirono ed assieme produssero gli articoli della Costituzione, che avrebbero rappresentato la base ed i valori (antifascisti) della legislazione del nuovo Stato. Possiamo vantare oggi altrettanta ampiezza? Possiamo dire di aver avuto altrettanta lungimiranza quando abbiamo incautamente introdotto il pareggio di bilancio in Costituzione (2012), oppure quando è stato pessimamente riformato il Titolo V, aprendo all’autonomia differenziata, capace di disgregare l’unità nazionale (2001), oppure quando si è tentata la riforma Boschi-renziana, conclusasi per fortuna col referendum del 2016?
In sede Costituente si discusse a lungo anche dei numeri, quei numeri su cui ora si vorrebbe sommariamente agire – e si è agito – ma come prestigiatori che non in scienza e coscienza estraggono il coniglio dal cilindro, la pozione che ci salverà, fingendo che questo non sia soltanto un trucco nato per la contingenza di conservare un equilibrio politico retto da grossi compromessi. La Costituzione nulla dovrebbe centrare con quel “do ut des” tra partiti che costituisce la politica del compromesso e dello scambio. Sono stati pagati senza batter ciglio i trenta denari che vale il tradimento della Costituzione e, con essa, dei cittadini italiani.

Non dobbiamo scordare cosa significarono l’8 settembre e la Liberazione che si festeggia il 25 aprile. È ora passato un secolo da quando accadde qualcosa che i parlamentari italiani all’inizio non capirono, finché non fu tardi per reagire. In poche righe: i partiti vennero in breve eliminati, il Parlamento esautorato, parlamentari dell’opposizione vennero uccisi, incarcerati, ridotti al confino. Il capo aveva un rapporto diretto con le masse, niente intermediari, bastavano le chiamate a raccolta. Squadracce, leggi razziali, illibertà. Il capo portò il suo “popolo” in guerra, fino a quell’8 settembre quando, assieme alla comunicazione dell’Armistizio, iniziò ufficialmente la Resistenza, quel grande movimento, ora sì di popolo, che aveva gettato le prime radici fin dagli inizi del fascismo ma che ora prendeva le armi e con esse avrebbe affrontato venti mesi cruciali di lotta di Liberazione, prima di sconfiggere il nazifascismo.

Ed ora, con questa storia alle spalle, discutiamo di riformare il nucleo centrale della nostra vita democratica? Abbiamo valutato i numeri, quelli del presunto risparmio per lo Stato e quelli che lo smentiscono. Abbiamo fatto confronti numerici con i Parlamenti di altri Paesi, anche dove impossibili a farsi, vista la diversità istituzionale. L’ultima parola spetta a noi, ai cittadini, quegli stessi che nel 2019 poco hanno detto e, quando lo hanno fatto, poco sono stati ascoltati, soprattutto da quella densa maggioranza che ha condotto quell’anno in porto l’aberrante revisione costituzionale su cui ci esprimeremo il 20 e 21. E già questo parla della distanza tra eletti ed elettori (che si fa abisso quando gli elettori non hanno eletti in Parlamento), parla di privilegio, insomma, nel lessico cui siamo abituati, di “casta”. Non giustifica tuttavia il taglio ai numeri, che peraltro amplierebbe il fossato assieme ai privilegi. Perché non assumersi invece la responsabilità, anche etica, di una trasformazione radicale non solo della pessima legge elettorale (e nella direzione, originale, del proporzionale) che ha generato l’attuale Parlamento, ma soprattutto dei partiti, delle loro abitudini e prassi, della loro capacità di dialogo e di promozione dell’azione politica ora ridotti al lumicino, trasformazione che avvenga nel segno del ripristino di quel ruolo di intermediazione loro proprio, necessario a realizzare una partecipazione effettiva alle decisioni sulla cosa comune: anche i cittadini lo dovrebbero esigere.

Più comodo un taglio lineare, più ad effetto, più efficace come metodo raccattavoti per chi ne ha fatto una bandiera. È questo il populismo in versione italiana, la versione di chi ha conosciuto il fascismo per poi far finta di dimenticare cosa fu. Il populismo si nutre, ancora una volta, di gesti simbolici e di immagini eclatanti, di sicuro impatto. Per nutrirsi ed espandersi deve creare ad hoc un nemico comune contro il quale il cosiddetto “popolo” possa farsi massa informe. Ogni partito - ed ogni storia - ha scelto il proprio nemico contro cui scagliarsi, di volta in volta incarnato nei migranti o nella “casta”, nei gufi o, rievocando gli orrori della storia, negli Ebrei, nei Rom, contro i quali è facile aizzare il malessere delle persone. Basta trovare le giuste parole d’ordine, gli slogan adatti, la migliore forma di rabbia e veicolarla, ingigantirla, un tempo con la propaganda, ora col suo strumento moderno, i social, e con la presenza assillante nei media. Il bersaglio vero del populismo è però l’intermediazione: è evidente infatti la volontà di sbarazzarsi degli organismi intermedi, siano essi i partiti, i sindacati e fin lo stesso Parlamento (che organismo intermedio non sarebbe affatto, essendo la sede propria del legislativo), ridotto ad attività d’ufficio e indebolito, qui in Italia, da un lavorio durato anni, complici i sistemi elettorali farlocchi.
La storia non ha novità, su questi temi: diverse sono però le strategie in grado, ora, di corrodere lentamente dall’interno, insinuandosi con gli anni nelle coscienze.

Questo referendum è il frutto avvelenato del populismo. E non si venga ad agitare lo spauracchio della caduta del governo qualora vincesse il no. Il rischio che vadano al governo altre forze politiche, nutrite da un ancor peggiore populismo, ci sarà anche con la vittoria del sì, e con in più un parlamento numericamente ridotto, esautorato, e con una lunga storia di delegittimazione alle spalle, nata dal vaso di Pandora della politica corruttiva il cui scoperchiamento dette forza al berlusconismo, e con esso al Parlamento degli yesmen, dei nominati, dei compravenduti (un Parlamento “inutilmente numeroso”, secondo l’ideologia del fondatore).

La via maestra è un’altra e la rintracciamo, di nuovo, nella Costituente, dove assume la voce di Togliatti Palmiro, comunista, che “dichiara che il suo gruppo voterà per la cifra più bassa per due motivi. In primo luogo perché una cifra troppo alta distacca troppo l’eletto dall’elettore; in secondo luogo perché l’eletto, distaccandosi dall’elettore, acquista la figura soltanto di rappresentante di un partito e non più di rappresentante di una massa vivente, che egli in qualche modo deve conoscere e con la quale deve avere rapporti personali e diretti.”
Dianella Pez