Dalla “decrescita infelice” al “reshoring giulivo”

In una fase storica di crisi economiche seriali come quella che stiamo attraversando il coro delle “lamentele costruttive” evoca quotidianamente l’avvento salvifico di una anche breve fase di crescita che possa lenire i dolori di una economia quasi incontrollabile dalla politica.
Le idee non sono in genere originali, come il ritornello sulle tasse di Bonomi, la produttività che non aumenta e la burocrazia inossidabile. Qualcuno, più o meno autorevole, da noi ad esempio l’economista Mattioni e l’industrialista Agrusti, utilizza a mo’ di sfottò la cosiddetta “decrescita infelice” quale visione profetica da esorcizzare.
Salvo, a mio parere, dimenticare che la fase di recessione-decrescita-stagnazione vissuta oggi quasi normalmente dai paesi industriali dell’occidente non è dovuta alla prevalenza etica di pensatori come Gandhi, Lanza del Vasto, Latouche, bensì è il risultato dell’economia politica dominante nella sua incapacità di interpretare fenomeni prodotti da un “eccellente” funzionamento del mercato.
Emerge così che alla incapacità della scienza economica di affrontare la questione si sostituisce la geopolitica, che sicuramente è in grado di limitare i danni della globalizzazione, ma in compenso riapre alla grande la probabilità di conflitti, anche armati. Per ora la contesa principale sta nei trading internazionali ma è solo questione di tempo.
Nel campo della politica industriale una risposta molto gettonata è il sospirato “reshoring” che, pur nelle sue varianti, quella italiana sembrerebbe essere che il made in Italy si fa in Italia, risponde fondamentalmente ad almeno due criteri. In primis, per rimanere alla cronaca, la ricompattazione di filiere produttive permette di limitare i rischi di frammentazione e interruzione del business, come è stato clamorosamente evidenziato durante la pandemia della SARS-CoV-2. E più in generale il ritorno di attività produttive nelle sedi localizzate storicamente (o nelle vicinanze continentali), dove nel frattempo sono rimasti brandelli di cervello autonomo, può far aumentare un po’ di occupazione e trattenere valore aggiunto.
L’operazione può essere complessa ma, a determinate condizioni, anche dignitosa. Per farlo servono soldi, pubblici o garantiti dal pubblico, e il mondo dell’imprenditoria teme di perdere spazi di libertà, ma alla fine l’accordo si trova, anche con la CGIL. Significherebbe produrre meglio, certificarsi direttamente nel “new green deal”, far partecipare coscientemente il lavoro ad un nuovo modello di relazioni. Non sarà il socialismo (per qualcuno) o l’orgoglio di patria (per altri) ma può essere una prospettiva intorno a cui la politica si rimette in moto oltre la propaganda.
Ma è chiaro che questo non è un modello di “usato sicuro” per la crescita. Il concetto stesso di produttività deve venire contestualizzato al livello di concorrenza praticato. Vuol dire sobbarcarsi costi più alti, pur sfruttando quanto la rivoluzione digitale può apportare alla dematerializzazione della produzione stessa.
Per alcuni commentatori è facile la profezia di una ondata di inflazione, benedetta per il debito pubblico ma non certo per le retribuzioni all’inseguimento. In altre parole meno potere d’acquisto e, di necessità, più “ragionamento” dei cittadini nella definizione di priorità (e forse qualità) nei propri bisogni. L’uomo economico quando diventa consumatore ha comportamenti strani, non sempre razionali, ma diventa logico il produrre meno e quanto è più utile. Salvo innovazioni sensazionali, non mi pare che su questa strada la crescita della fase vincente del neo liberismo sia di nuovo percorribile.
In attesa di come andrà realmente, per ora ne ricavo un divertimento lessicale. Quale società ne verrà fuori? Anche se la politica tenderà a caratterizzare i cambiamenti come transitori, la fine della globalizzazione non regolata potrà aiutare a costruire comunità più resilienti e consapevoli nel gestire le risorse disponibili e la loro riproducibilità. Di necessità quindi la “decrescita felice”, tanto vituperata come puro sentimento culturale perseguito da “anime belle”, può diventare tutto sommato una attualità economico-politica. E per evitare fraintendimenti chiamiamola pure “reshoring giulivo”.

Giorgio Cavallo