Discorrer la domenica di Libertà e Intelligenza Artificiale

Domenica 4 ottobre la Sala Consiliare del Comune di Campolongo Tapogliano ha ospitato una tavola rotonda intitolata “La Libertà al tempo dell’Intelligenza Artificiale”. Il giornalista de Il Piccolo A. Pessotto ha dialogato con i professori A. Venchiarutti e L. Bortolussi dell’Università di Trieste e, in collegamento da Firenze, Nicolò Bellanca (nell’ordine Diritto, Informatica, Economia). L’evento faceva parte della proposta “dialoghi”, Festival itinerante del Giornalismo e della Conoscenza, ancora in corso in vari luoghi della Regione.
Che significa parlare di una macchina intelligente? Vuol dire che la macchina dispone della più tipica delle capacità dell’intelligenza umana, quella di imparare, perciò la macchina impara, e lo fa a partire da esempi che le vengono forniti dall’uomo. Poiché nessuna tecnologia è neutrale, tantomeno in questo ambito, interroghiamoci sui possibili risvolti, talvolta aberranti. Nel caso di un regime autoritario (e al mondo non mancano), che fornirebbe alla macchina esempi consoni, questa diventerebbe moltiplicatore di illibertà e soprusi, autorizzati e legittimati dalla verità indiscutibile (in quanto matematica) che l’algoritmo sembra possedere. Non solo. La macchina dovrà essere fornita sia di vincoli, che sono potenzialmente in numero immenso, sia di criteri etici, ma le vie etiche, come noto, sono diverse secondo il gruppo umano. È Nicolò Bellanca a proporci su questo aspetto un ulteriore esempio molto illuminante in un articolo a sua firma pubblicato su MicroMega (ottobre 2019), intitolato proprio “La Libertà al tempo dell’Intelligenza Artificiale”: “Immaginiamo che un robot-sitter senta i bambini lamentarsi per la fame, che il frigorifero sia vuoto e che per casa circoli un gatto: la macchina potrebbe non tener conto che per noi il valore sentimentale del gatto supera il valore nutritivo…”
Nonostante questi aspetti, a cui si aggiungono la capillare pervasività ed il rischio (reale?) di arrivare a liberarci dalla libertà stessa attraverso la delega tecnocratica (un esempio della nostra quotidianità è il navigatore satellitare, comodo proprio perché decide lui), è fuor di dubbio che le potenzialità dell’Intelligenza Artificiale sono enormi e numerosissimi sono gli ambiti di applicazione, dalla medicina, alla scuola, al lavoro, alla finanza, alla gestione aziendale.
È compito umano tentare di districarsi non solo tra rischi e benefici ma anche tra entusiasmo e disperazione, impotenza e onnipotenza (deliri), bellezza, fascino e mostruosità. Credo che, per orientarci nel labirinto di questo titolo, che già contiene due termini complessi come libertà ed intelligenza, due siano le parole chiave da indagare. Sono profitto e coscienza, e nel mio breve intervento dal posto durante la Tavola Rotonda mi è parso importante riprenderle ponendo degli interrogativi. Ammettiamo che il mondo d’oggi abbia quattro problemi centrali – collegati fra loro - da gestire, che sono primo il disastro climatico/ambientale, secondo le disuguaglianze crescenti tra popoli, tra stati, all’interno dei singoli stati e tra individui, terzo la pandemia (o le pandemie), quarto la partita della quarta rivoluzione industriale, molto più pervasiva e meno negoziabile delle precedenti, all’opera nel digitale, nell’Intelligenza Artificiale, nella delega all’algoritmo. Ognuno di questi quattro temi/problemi rimanda al profitto. E profitto e libertà confliggono.
Siamo abituati a social e piattaforme, vi si lavora, si decide, si gioca, si fa politica. Essi alimentano i dati a disposizione dell’A.I., ma chi li possiede sono i pochi soggetti da tempo in grado di ricavarne un immenso profitto, cresciuto in tempo di pandemia. Se Internet aveva le potenzialità di rete libera, oggi diremmo di bene comune, in breve si sono fatti avanti dai loro garage i geniali proprietari del digitale, della mercificazione dei dati, della comunicazione/informazione: sono Google, Facebook, Apple, Amazon… Lucrano, controllano, ci indirizzano in ciò che crediamo di desiderare, compravendono dati, governano le scelte politiche (un caso fra tutti, lo scandalo di Cambridge Analytica). Ci derubano dei nostri dati e della nostra vita privata, manipolando le nostre coscienze sempre col nostro permesso, lo stesso che diamo al banale navigatore satellitare di cui sopra perché ci guidi. Certo risparmiamo tempo, certo è affidabile (non sempre però) perché possiede e utilizza dati che non abbiamo e non potremmo avere. Ma ci deresponsabilizza e, in questo modo, altri dispositivi ugualmente comodi potrebbero farlo. Lasciamo la decisione agli algoritmi, non possono sbagliare. E, dovessero farlo, la colpa sarà loro, non nostra. Potrebbero forse condurci alla disabitudine verso la scelta? Guardiamo all’esperimento di Libet (riportato nell’articolo di MicroMega prima citato), che prova che la decisione intenzionale è posteriore all’azione stessa su cui siamo chiamati a decidere e che, quindi, o il libero arbitrio non esiste o noi decidiamo secondo emozioni, sensazioni. Secondo coscienza quindi, quella cosa che ci distingue dalla macchina, l’oggetto con cui condividiamo l’intelligenza intesa come capacità di imparare. Ma accadrà che, a furia di deresponsabilizzarci con l’esercizio della delega alla macchina, andremo forse a depotenziare la nostra stessa coscienza, base delle nostre scelte?
E inoltre, tutto lo straordinario smart – le smart city del controllo e della sicurezza, le smart car, lo smart working – di quanta energia avrà bisogno in questa nuova società elettrica? Da ricavare come? Dove e a spese di chi ci procureremo e smaltiremo i componenti delle batterie di cui ci serviremo? Sono solo domande. Poterle porre, come avere una coscienza, ci rende (per ora) diversi dalle macchine che abbiamo creato.
Dianella Pez