Dopo 40 anni lo certifica anche il tribunale di Palermo. Sull’omicidio Impastato ci fu depistaggio dall’Arma. Ma è scattata la prescrizione per il generale Subranni e per gli atri 3 imputati

Il Generale Antonio Subranni

Il sigillo oggi è quello giudiziario, ma la verità è conosciuta da più di quaranta anni perchè era sotto gli occhi di tutti. Non solo Peppino Impastato fu ucciso dalla mafia, ma a depistare le indagini furono i carabinieri che dovevano indagare e che invece fecero di tutto per portare le tesi investigative lontano degli assassini del militante di sinistra. "Un contesto di gravi omissioni ed evidenti anomalie investigative", scrive oggi il gip di Palermo Walter Turturici. Ma si tratta di una vittoria amara per i tanti che in questi decenni hanno chiesto giustizia, perchè, per il generale dei carabinieri Antonio Subranni principale imputato, che nel '78 svolse le indagini sulla morte di Peppino Impastato è arrivata la prescrizione per il reato di favoreggiamento. Un'archiviazione per prescrizione – racconta Salvo Palazzolo su Repubblica – è arrivata pure per i tre sottufficiali che rispondevano del reato di concorso in falso, che la notte del delitto fecero perquisizioni a Cinisi.

Peppino Impastato

Si tratta di Carmelo Canale, Francesco Abramo e Francesco Di Bono. Come è noto per l'assassinio di Peppino molti anni dopo, era il 2002, la giustizia italiana condannò Gaetano Badalamenti all'ergastolo come mandante dell'omicidio avvenuto il 9 maggio 1978. Impastato venne ucciso in modo da simulare un suicidio o addirittura un pasticciato tentativo di attentato. Ma Peppino in realtà aveva pubblicamente attaccato Badalamenti e i suoi uomini. Nella sua famosa trasmissione radiofonica "Onda pazza" nella piccola emittente Radio aut. Derise sia politici sia mafiosi e denunciava quotidianamente i crimini e gli affari dei mafiosi di "Mafiopoli" (Cinisi) e le attività di "Tano Seduto", soprannome ironico e dispregiativo dato a Gaetano Badalamenti. Anche se era più che ovvia la pista mafiosa per molto tempo non fu presa in considerazione dai carabinieri, che tentarono, piuttosto, di accreditare l'esponente di Democrazia Proletaria come una persona instabile sul piano psichico. Insomma uno squilibrato bombarolo. Ritenuto responsabile del depistaggio – spiegavano oggi i pm Roberto Tartaglia, Vittorio Teresi e Francesco Del Bene -, il generale Subranni “aprioristicamente, incomprensibilmente, ingiustificatamente e frettolosamente escluse la pista mafiosa". Oggi il Gip parla di "vistose, se non macroscopiche anomalie delle attività investigative". Attualmente in pensione, Subranni è però, guarda caso, stato condannato a 12 anni nel processo "Trattativa Stato-mafia". Insomma era uomo, se non al servizio, almeno con imbarazzanti frequentazioni mafiose. Secondo le ipotesi investigative Subranni avrebbe aperto un dialogo anche nella Cinisi di Impastato, dove nel 1978 Badalamenti era da poco diventato un confidente dei carabinieri. A gestire la sua collaborazione non era ovviamente direttamente il generale, ma il maresciallo Antonino Lombardo (non soggetto al processo in quanto come vedremo morto suicida nel 1995) personaggio sul quale vale la pena fare un approfondimento. Dopo i fatti di Cinisi infatti Antonino Lombardo , era il 1980 fu messo a capo della stazione di Terrasini ed ebbe un ruolo importante nell'arresto di Totò Riina, avvenuto poi nel gennaio 1993. Pochi mesi dopo passò ai ROS della Sezione Anticrimine di Palermo e divenne una pedina importante nel fenomeno del pentitismo mafioso ed in particolare nelle relazioni con il boss Gaetano Badalamenti, a quel tempo detenuto in un carcere degli Stati Uniti d'America. A questo punto la storia pone vari interrogativi, Badalamenti, raccontano le cronache, era favorevolmente colpito dal Maresciallo Lombardo conosciuto, si disse in due incontri negli USA.

Il boss Gaetano Badalamenti

Il Maresciallo Antonino Lombardo

In realtà la conoscenza era probabilmente precedente proprio a cavallo dell'omicidio Impastato e dei depistaggi ordinati dal generale Subranni. E dato che il motto dei carabinieri è Usi Obbedir Tacendo e Tacendo Morir , immaginarsi se l'allora poco più che trentenne giovane maresciallo poteva contraddire gli ordini di un cotanto superiore. Comunque il Badalamenti stabilì, come condizione per il suo rientro in Italia, per testimoniare al processo Andreotti, che la scorta fosse proprio il Maresciallo. Era l'epoca in cui si indagava sui presunti rapporti fra la mafia e Giulio Andreotti. Pur con molti dubbio il maresciallo Lombardo accettò di organizzare la trasferta italiana di Badalamenti. La partenza verso gli Usa era fissata per il 26 febbraio 1995. Ma tre giorni prima di questa data, Lombardo ricevette un duro attacca mediatico. Nella trasmissione "Tempo Reale", condotta da Michele Santoro, i due ospiti Leoluca Orlando e Manlio Mele, sindaci rispettivamente di Palermo e Terrasini, mossero accuse pesanti verso Lombardo, pur senza nominarlo mai esplicitamente (ma riferendosi all'"ex capo della stazione carabinieri di Terrasini"). Passano solo tre giorni, e il 25 febbraio viene ucciso Francesco Brugnano un confidente del Maresciallo (il corpo del Brugnano verrà ritrovato il 26 febbraio nel bagagliaio della sua auto legato e con la testa sfracellata. La sua morte in perfetto stile esecuzione mafiosa appare al maresciallo Lombardo e non solo, come un segnale preciso, un avvertimento che riguardava anche la sua famiglia. Insomma come spesso è avvenuto per molti personaggi scomodi per la mafia e per le deviazioni di Stato, viene fatta terra bruciata intorno al soggetto, combattuto indirettamente, facendogli capire che in gioco non c'è solo la sua pelle ma anche quella dei suoi cari. Egli stesso dirà in quei giorni "Il sospetto e la delegittimazione, in Sicilia, sono sempre stati l'anticamera della soppressione fisica". Saltata la partenza per gli Usa, il 4 marzo, in una macchina parcheggiata all'interno della Caserma della sede regionale dei Carbinieri Bonsignore di Palermo, Lombardo si spara, lasciando una lettera che recita: «Mi sono ucciso per non dare la soddisfazione a chi di competenza di farmi ammazzare e farmi passare per venduto e principalmente per non mettere in pericolo la vita di mia moglie e i miei figli che sono tutta la mia vita». Nella stessa lettera fa anche un riferimento esplicito alle circostanze della sua morte: "la chiave della mia delegittimazione sta nei viaggi americani". Del resto l'arrivo di Badalamenti in Italia poteva essere devastante per alcuni ambienti e dopo il suicidio di Lombardo del viaggio del pentito non si parlò più. In sostanza Badalamenti rifiutò di tornare in Italia per il confronto con Tommaso Buscetta, ma comunque lo attaccò pubblicamente in video negando la veridicità delle dichiarazioni dell'altro pentito. Secondo Badalamenti dietro la scalata al potere dei corleonesi, così aveva detto anche agli inquirenti statunitensi e probabilmente al Lombardo durante i colloqui americani, ci sarebbe stata la Cia e Totò Riina sarebbe stato una pedina dei servizi segreti americani. Lombardo voleva che il boss ripetesse quelle frasi nei processi italiani. Ma la vicenda più devastante era certamente il caso Pecorelli. Su quella vicenda la corte di Cassazione nell'ottobre 2004 decretò che l'ex presidente del consiglio Giulio Andreotti  avrebbe avuto contatti "amichevoli e talvolta anche diretti" con Badalamenti e Stefano Bontate, favoriti da Salvo Lima attraverso i cugini Salvo.
Tutti pezzi da novanta della mafia di quel tempo. Secondo una ipotesi di alcuni magistrati e investigatori, Andreotti sarebbe stato il mandante dell'uccisione del giornalista Mino Pecorelli, direttore del giornale Osservatorio Politico (OP). Pecorelli che sembra utilizzasse il giornale per fini ricattatori verso personalità importanti, aveva accettato di fermare la pubblicazione del giornale ma l'uccisione avvenne ugualmente il 20 marzo 1979. Sempre secondo l'ipotesi accusatoria, Andreotti aveva paura che Pecorelli pubblicasse informazioni che avrebbero potuto infangare la sua onorabilità. Informazioni non solo su finanziamenti illegali al partito della Democrazia Cristiana, ma anche segreti inconfessabili riguardo al rapimento e l'uccisione dell'ex presidente del consiglio Aldo Moro per opera delle Brigate Rosse. Ma questa è ovviamente un altra storia, anche se i personaggi si intrecciano e raccontarla spiega bene il ruolo di Lombardo.
In ogni caso nella notte del suicidio del Maresciallo Lombardo sparirono anche il suo archivio personale e gli appunti dei colloqui avuti con Badalamenti negli Usa. Insomma ancora una vicenda oscura con intrecci inquietanti. Nel 2015 la Procura di Palermo ha riaperto l'inchiesta sul suicidio del maresciallo dei carabinieri Antonino Lombardi e sulla sparizione dei suoi documenti. Forse vi sono dubbi sula natura del suicidio, in ogni caso, allo stato il procedimento risulta aperto ma non molto “attivo”.

Fabio Folisi