E’ scoppiata la “pace”, speriamo non faccia troppi morti

Parlare di accordo di pace a Gaza sembra più propaganda che realtà. Intendiamoci, accontentarsi della tregua è già molto, perché, che non si spari più è certamente positivo, ma da qui a parlare di pace ce ne passa. Del resto questa tregua non è la prima, bisogna ricordare il cessate il fuoco negoziato dall’ex presidente Usa, Joe Biden, ed entrato in vigore il 19 gennaio e durato solo fino al primo marzo, interrotto per volontà di Netanyahu. Dopo quella data i palestinesi hanno sofferto l’acutizzarsi di uno dei genocidi più gravi della loro storia recente con l’uccisione di oltre 67mila persone, esclusi le migliaia di corpi ancora sotto le macerie. Le vittime sono principalmente donne e bambini, mentre i superstiti continuano a vivere in condizioni di carestia, malnutrizione, con continui casi di amputazioni tra i feriti e cure di ferite senza anestesia, nella minaccia di deportazioni e pulizia etnica e nella costante distruzione di tutte le infrastrutture, le abitazioni, gli ospedali, le università e il patrimonio culturale locale. Finirà tutto questo? La speranza è l’ultima a morire, ma la prudenza, visti i precedenti ed i soggetti in campo, deve essere massima. Infatti con la liberazione il prossimo lunedì dei 20 ostaggi ancora in vita e la restituzione dei resti degli altri 28 israeliani nelle mani di Hamas, esce di scena un orribile strumento di pressione in mano ai terroristi islamici. In sostanza se da un lato Idf non potrà più usare il pretesto degli ostaggi degli attacchi del 7 ottobre 2023 per continuare a bombardare indiscriminatamente Gaza, dall’altra parte Hamas non avrà più in mano l’orribile scudo degli ostaggi dietro cui nascondersi. Basterà una scintilla, magari provocata ad arte, per far saltare la tregua e consentire ad Israele di “finire il lavoro” come auspica ancora buona parte della politica e anche parte della stessa opinione pubblica israeliana, quella che vede come proprio obiettivo la costituzione della “grande Israele” e che non intende minimamente discutere l’azione dei “coloni”.
L’unica differenza rispetto alla prima tregua, oggi, è data dalla presenza dell’imprevedibile Trump il cui rapporto privilegiato con Netanyahu  da incrollabile sembra essersi incrinato. La guerra di Netanyahu infatti, proseguita all’infinito per coprire la crisi politica e le accuse di corruzione a suo carico, è stata tollerata da Washington finché non è iniziata a essere ingombrante anche per Donald Trump, con le sue aspirazioni di essere rappresentato come un “uomo di pace”. Anche se oggi ha dovuto inghiottire il niet alle sue pretese sul Nobel, ha capito che l’aria che tira su Israele è cambiata. Le manifestazioni in mezzo Mondo, l’abbandono dell’aula all’assemblea generale Onu da parte della maggioranza dei delegati appena si è materializzato Netanyahu, ha suggerito a Donald che se voleva apparire vincitore e portatore di pace era meglio scaricarlo, a costo di dover veder salire sul carro perfino Hamas.
Quindi questo accordo, al di là dell’ondata propagandistica spettacolare trumpiana  che vede la corsa ad accreditarsi pateticamente di tanti con i “vincitori” (vedi Giorgia Meloni), non metterà fine al conflitto israelo-palestinese. La pace non è solo assenza di guerra, in verità non solo restano irrisolti tutti i nodi centrali del conflitto israelo-palestinese che va avanti dal 1948 con la fondazione dello stato di Israele. Nessuna parte dell’accordo infatti blocca i coloni israeliani che continuano inesorabilmente a costruire le loro colonie abusive in Cisgiordania e non è prevista neppure la fine dell’assedio di Gaza, compresa la pretesa sulle acque territoriali palestinesi, con tutto quello che ne consegue in materia di estrazione di gas naturale. Tanti quindi i dubbi e a questo punto sarà necessario capire se finita “la prima fase”, con lo scambio tra ostaggi e prigionieri politici palestinesi e il ritiro quasi completo di Idf da Gaza, tutte le agenzie delle Nazioni Unite potranno tornare in via indipendente a fornire aiuti alla popolazione palestinese, stremata dalla guerra. Il rischio che tornino a fischiare i proiettili resta alto. Sarà poi necessario verificare quali paesi arabi daranno la loro disponibilità per entrare a far parte della Forza internazionale di stabilizzazione (Fis) che dovrà occuparsi di mettere in sicurezza la Striscia per avviare il lungo processo di sgombro delle macerie e di ricostruzione.  Non è poi ancora chiaro quale ruolo ricoprirà il così detto “Board of Peace”, organismo tecnico chiamato a gestire la transizione dal quale dovrebbe essere esclusa Hamas e l’Autorità nazionale palestinese ma che neppure dovrebbe contenere il nome controverso di Tony Blair, per esplicita richiesta del gruppo. Insomma una sorta di direttorio senza i palestinesi, punto irrinunciabile per Israele che non vuole che si costruisca una nuova classe dirigente nella Striscia. Come leggere altrimenti l’assoluta contrarietà alla liberazione dei due leader storici palestinesi, Marwan Barghouti e Ahmad Saadat che potrebbero diventare punto di riferimento per una nuova classe politica palestinese. Quindi, appare sempre più evidente che questa tregua non potrà essere vera pace finché non verrà messa in discussione la condizione postcoloniale in cui vivono i palestinesi, in assenza di un loro stato. Per non contare che il post 7 ottobre ha evidenziato le carenze del sistema politico israeliano che ha dimostrato di essere molto lontano dal rispettare standard democratici credibili, come confermato dal comportamento nel caso dell’intercettazione, delle violazioni in detenzione e delle deportazioni subìte dagli attivisti della Flotilla. Parlare di pace in queste condizioni è complicato, restano  infatti le provocazioni dei ministri di estrema destra israeliani,  lo stato di assedio in cui continuerà a vivere la Striscia di Gaza, che si uniscono alla resilienza di ragazzi e ragazze palestinesi che hanno visto distrutte le loro famiglie. Tutto maledettamente complicato se non altro perché dopo tutto quello che è successo continuerà inesorabilmente a covare l’odio contro Israele nelle nuove generazioni di palestinesi. Ma l’odio è reciproco se consideriamo quello messianico di parte del popolo di Israele che davvero si crede eletto.

FF