Fra il dire e il fare c’è di mezzo il mare… La politica dei paletti blocca qualsiasi azione di governo

Ogni governo è diverso dal precedente, e diciamo subito, a scanso di equivoci, dobbiamo ringraziare molto Matteo Salvini che nell'agosto scorso ha mandato all'aria il governo dove dominava, perchè l'idea stessa che l'emergenza Covid e le conseguenze economiche che comporta, venisse affrontata da quel governo sovranista, sarebbe stato un incubo nell'incubo. Purtroppo però c'è qualcosa che nessun governo italico sembra essere in grado di modificare e che il Conte 2 non pare essere stato in grado neppure di scalfire, parliamo della mania perversa di mettere “paletti” burocratici.  Anche se non è una prerogativa esclusiva di questo governo, questo  nulla ha fatto per evitare che la predisposizione alla disattivazione coatta di gran parte degli effetti di provvedimenti annunciati, restasse il punto cardinale della attività amministrativa dello stato in tutte le sue articolazioni. Un virus che negli anni, ben prima del Covid-19, è stato il vero responsabile della crisi permanente del paese. L'utilizzo del cavillo e della sua corrispondente mole di adempimenti, non solo limitano la platea dei beneficiari delle scelte annunciate, ma rendono farraginosa ogni applicazione. Cosa vecchia, si dirà, una prerogativa che siamo certi si sarebbe concretizzata con governi di qualsiasi colore, se non in peggio, ma questo non rende meno colpevoli Conte & c, perchè purtroppo il “paletto”, l'eccezione, è virus letale come o forse più del Covid con la differenza che nessuno ha mai studiato seriamente un “vaccino” e neppure una cura, al massimo qualche placebo. Il motivo è semplice la classe dirigente del paese da decenni  è mediamente scarsa, presa più dalla valutazione dei sondaggi e degli effetti immediati sull'elettore che dalla necessità di prendere decisioni lungimiranti. Del resto farlo vorrebbe dire demolire quel sistema di potere burocratico che è la vera dittatura interna alla nostra democrazia che così resta e resterà una magnifica incompiuta, garantendo così la sopravvivenza di una pletora di faccendieri affaccendati a raccogliere denaro e potere. Ma di più, lo spauracchio della burocrazia viene comodo per scaricare le responsabilità delle proprie inefficienze. Insomma un ottimo paravento  cui addossare le colpe. Per un attimo si è sperato che il coronavirus spazzasse via, sull'onda dell'emergenza, questo malvezzo della politica e della amministrazione pubblica, ma non è così. Non lo è neppure quando i provvedimenti non sono divisivi e neppure troppo onerosi. Facciamo un esempio: il bonus “biciclette”. Sembrava un innocuo tentativo di favorire una mobilità sostenibile per limitare, da un lato un uso massivo delle auto e dall'altro evitare un pericoloso assembramento sui mezzi pubblici. Ma ecco arrivare i paletti. Il più incomprensibile è quello di limitare l'effetto dell'incentivo ai cittadini dei comuni sopra i 50000 abitanti. Forse è eccessivo dire, come qualcuno pur sta facendo, che la norma cozza con l'Articolo 3 della Costituzione che recita: “Tutti i cittadini hanno pari dignità e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”, se non altro perchè questo articolo è disatteso in ben più gravi situazioni, ma è la ratio stessa del provvedimento che non si comprende, dato che, come è noto, ci sono zone del paese, basti pensare alla pianura padana,  dove attorno ai centri urbani c'è un hinterland fatto di piccoli e medi comuni dove l'inquinamento è pari a quello delle città. Senza contare che la distanza favorirebbe l'utilizzo delle bici elettriche ben più che nei centri cittadini dove si può tranquillamente andare anche a piedi. Per non parlare dei milioni di euro spesi in piste ciclabili per collegare i comuni in rete con i centri urbani. Se il motivo vero del paletto era limitarne l'effetto sul bilancio, si poteva, in alternativa all'odiosa discriminazione territoriale, predisporre un tetto al finanziabile. Ma se quello dei cicli è tutto sommato un danno relativo, ben altro danno è stato fatto dal Governo nella questione dei prestiti ad aziende e professionisti, quei 25000 euro con garanzia dello stato che sembrava dovessero essere erogati a semplice richiesta e che invece sono diventati una sanguinosa via crucis. Motivo semplice, l'aver pensato di affidare alla banche l'incarico di erogarlo era sbagliato alla base. Non solo era prevedibile che il sistema creditizio abituato a contarti anche i peli del pube prima di concederti un soldo si comportasse nello stesso modo, ma nulla è stato fatto per evitarlo, perchè le banche, ovviamente, non hanno voluto, dal loro punto di vista giustamente, prendersi alcuna responsabilità futura su eventuali “difformità” nel recupero delle somme prestate. Affidare l'operazione al sistema bancario è stato come pensare di affidare la custodia di una emoteca a Dracula. Se poi aggiungiamo il ridicolo appello del presidente Conte agli istituti di credito di “mettersi la mano sul cuore” rende palese l'approssimazione nella vicenda, appare plastica tutta la sua assurdità, perchè nei fatti e per loro statuto, le banche non possono avere un cuore.
Ed anche quando si decide che un beneficio venga pagato, non dal sistema bancario, ma dagli enti previdenziali non solo vengono posti nuovi paletti, ma questi diventano più lunghi, perchè 30 giorni per l'attuazione del provvedimento sono sembrati pochi e allora perchè non raddoppiarli? Diventano così 60 giorni, così per molti i 600 euro mensili per sopravvivere ad aprile e maggio arriveranno a fine luglio e fine agosto, ferie del personale permettendo, ovviamente. Potremmo continuare negli esempi, ma siamo certi che di paletti nel decreto “rilancio”, così come nei precedenti, ve ne sono tanti da poter costruire una palizzata lunga come i confini del paese.

FF