Friuli connection 2: anche per il procuratore Mastelloni c’è “odore di segnali estorsivi…. condotte da far risalirsi a penetrazioni mafiose”

Il silenzio rende compici... Verissimo sempre e ancora di più  quando si parla di mafie. Eppure per tanti anni nella nostra regione si è negata  (molti continuano a farlo) l'esistenza di un malaffare che sta inzuppando lentamente il tessuto economico e perfino quello istituzionale (quando parliamo di appalti ad esempio), ma c'è di più, presenze inquietanti di metodi mafiosi diventano episodi sempre  meno isolati, segno che qualcosa di nuovo c'è ed è sempre di meno sottotraccia. Così consola, ma non rassicura, che il Procuratore distrettuale Carlo Mastelloni la pensi come noi dichiarando che c'è in Friuli una "Preoccupante escalation di episodi incendiari". Carlo Mastelloni che è magistrato esperto, ha definito gli incendi che si sono verificati negli ultimi giorni in regione, come emananti  "odore di segnali estorsivi, per poi aggiungere, probabilmente ultima ratio di condotte da far risalirsi a penetrazioni mafiose. Le indagini ulteriori dell'autorità giudiziaria competente approfondiranno i retroscena di questi accadimenti. Allo sforzo dei vigili del fuoco seguirà quello delle nostre forze dell'ordine", ha spiegato all'Ansa. Il riferimento è ovviamente al rogo della discoteca Five di Tavagnacco nella notte precedente alla riapertura dopo la chiusura per il periodo stagionale. Un elemento questo che, assieme all'esistenza di almeno due focolai distinti avvalora la pista di un possibile incendio doloso. Così come dolosi sono quasi certamente i due incendi che hanno colpito a Prata di Pordenone il mobilificio Santarossa, il primo a giugno e il secondo, devastante, pochi giorni fa. Anche in questi casi l'origine non è legata a casi fortuiti. Del resto che una zona “tranquilla” come il Fvg fosse appetibile per appunto per certi appetiti è nell'ordine delle cose , basta scorrere gli archivi di cronaca per vedere ciò che per molto tempo in troppi non hanno voluto vedere, vuoi perché ad essere contaminate dalle lusinghe del riciclaggio o direttamente da quelle dell'agire criminale sono persone “indigene” spesso insospettabili, vuoi perché è difficile digerire la realtà di una economia basata sul primato del denaro a tutti i costi. Ricordiamo allora alcuni episodi. Era il giugno dello scorso anno che a Tavagnacco, una testa di maiale mozzata venne appesa al cancello esterno di una villa. Per i carabinieri che indagano un bel rompicapo rimasto, a quanto sappiamo tale, del resto episodi del genere in Friuli sono rari, in altre zone d'Italia sono invece messaggi in codice mafioso inequivocabili utilizzati da decenni come avvertimento. La testa di maiale mozzata è infatti la tipica epistola mafiosa, viene recapitata nei pressi delle abitazioni o le attività degli “infami” di chi non sta alle regole, di chi è inviso a un sistema di potere consolidato. Ma forse nel caso del giovane friulano un 27enne dipendente di un'azienda di costruzioni friulana proprietario della villa acquistata, raccontò, dopo aver lavorato per anni in Svizzera si è trattato solo di uno scherzo macabro e di cattivo gusto. Ma non si è trattato di certo di uno scherzo quanto registrato dalla cronaca sempre lo scorso anno, era gennaio, quando nell'ambito di un blitz del Ros contro la cosca Piromalli, considerata dagli investigatori una delle più potenti della 'ndrangheta vennero effettuati 33 provvedimenti di fermo emessi dalla Procura distrettuale antimafia di Reggio Calabria. Fra i fermati accusati, a vario titolo, di associazione mafiosa, traffico di stupefacenti, intestazione fittizia di beni, autoriciclaggio, tentato omicidio e altri reati aggravati dalle finalità mafiose vi era anche una persona in presenza stabile in Friuli. Prova vivente di attività che dimostrano come i tentacoli della 'Ndrina si proiettino anche in Friuli. In quel caso grazie all'attività di uno dei giovani della famiglia Piromalli che aveva aperto un nuovo settore di investimento della cosca nel “business” del commercio. Secondo i verbali di sequestro due negozi la cui proprietà era riconducibile alle cosche si trovavano ( sono stati successivamente chiusi) all’interno del Pradamano Shopping center della catena Bennet. Insomma secondo gli inquirenti la gestione dei due negozi di Pradamano era intestata a una società gestita da un prestanome ma in realtà la proprietà era riconducibile a Alessandro Pronestì e Antonio Pironalli. Nomi di punta della cosca che ricordiamo è egemone sul mandamento tirrenico della provincia di Reggio Calabria con diramazioni anche in Lombardia e negli Stati Uniti, dove l'Fbi sta ancora svolgendo "approfondimenti investigativi".
Ma visto che non si vive solo di n'drangheta, sempre nel 2017 ecco registrato un arresto per camorra a Monfalcone. A finire al gabbio è uno degli otto del clan Gionta che chiedeva il pizzo ai narcotrafficanti. L'arrestato, un 35enne di Torre Annunziata era accusato di estorsione e tentato omicidio. L'ordinanza di custodia cautelare era una delle otto disposte dal Gip del Tribunale di Napoli su richiesta della locale Direzione Distrettuale Antimafia nei confronti di indagati ritenuti responsabili, a vario titolo, di associazione di tipo mafioso, tentato omicidio, associazione finalizzata al traffico illecito di stupefacenti, estorsione e detenzione e porto illecito di armi, tutti reati aggravati dal metodo e dalle finalità mafiose. Tutti farebbero parte del potente clan Gionta che imponeva il pagamento del pizzo perfino ai narcotrafficanti. L'ordine di custodia cautelare eseguito in Fvg riguardava Antonio Palumbo, 34 anni, di Torre Annunziata, che a Monfalcone si era stabilito da alcuni mesi e lavorava come operaio per una ditta napoletana che opera in subappalto nei cantieri navali, fatto questo che fece suonare più di un campanello d'allarme relativamente ai subappalti nella cantieristica.
Per chiudere in “bellezza” ecco che non poteva mancare anche la mafia ed ai massimi livelli. Con un sequestro di beni ai “Graziano”. Era la primavera del 2016 quando i finanzieri del Nucleo Speciale di Polizia Valutaria – IV Gruppo di Palermo, operarono un provvedimento di sequestro milionario emesso dal Tribunale del capoluogo siciliano nei confronti di alcuni eredi di Giovanni e Domenico Graziano, fra i quali il figlio di quest’ultimo, Camillo, che da bravo figlio d'arte è coinvolto in numerose indagini pesanti nonché nella vicenda dell’organizzazione di un attentato nei confronti del Pm Nino Di Matteo. Il Friuli venne coinvolto perchè Domenico Graziano si era da tempo trasferito a Udine con l’intento di sottrarsi all’attenzione degli investigatori e qui aveva investito i patrimoni accumulati nel tempo da lui e dalla “famiglia”.

Fabio Folisi

 

 

E’ Friuli connection”. In meno di una settimana, roghi dolosi, riciclaggi milionari e perfino un bossolo intimidatorio ad un Sindaco

 

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