Giornate del cinema muto: “L’Ucraina prima della grande carestia” riscoperto documentario di Mikhail Kaufman

Mikhail Kaufman era il fratello del più celebre Dziga Vertov, che dopo essere stato licenziato dal Sovkino di Mosca, si era trasferito nel 1927 in Ucraina, a Kiev, dove c’era un’autonoma industria cinematografica. Qui fu raggiunto da Mikhail, che divenne suo operatore perL’undicesimo e L’uomo con la macchina da presa. Kaufman girò anche alcuni documentari in proprio, tra i quali Una campagna senza precedenti, 1931, che mercoledì 4 ottobre alle 22.30 l’Oleksandr Dovzhenko National Film Centre di Kiev presenta alle Giornate del Cinema Muto di Pordenone, in corso al Teatro Verdi, con lo speciale accompagnamento dal vivo dell’Anton Baibakov Collective arrivato dall’Ucraina per l’occasione. All’inizio Kaufman era visto come l’ombra del fratello, ma sempre più nel corso degli anni il suo apporto venne riconsiderato, al punto da essere ritenuto da molti critici coautore dei film di Vertov. Se per quest’ultimo era più importante il fatto tecnico, Kaufman dimostrava più interesse all’aspetto umano. Ciò traspare anche in Una campagna senza precedenti, che all’inizio era stato concepito come doverosa celebrazione del primo piano quinquennale (1928-1932) che avrebbe dovuto vedere il trionfo dell’industria e dell’agricoltura, dell’assistenza sociale e dell’alfabetizzazione. Nella realizzazione del film Kaufman se la prese comoda anche perché stava cambiando la situazione politica: finiva l’autonomia del cinema ucraino e tutto passava sotto il diretto controllo di Mosca. Kaufman filmò le scene della collettivizzazione delle terre e la meccanizzazione avviata nel più grande kolhkoz di grano della regione Kuban con i nuovi trattori prodotti a Stalingrado che andavano a sostituire le macchine agricole inglesi o americane. Il film termina con un cartello “La liquidazione dei kulaki come classe”, non sappiamo quanto voluto da Kaufman o imposto da Mosca. Certo è che le immagini del 1931, l’abbondanza del raccolto, i contadini felici, i lavoratori alacri, i bambini silenziosi sembrano oggi un segno premonitore della tragedia che si sta addensando all’orizzonte con la grande carestia (holodomor) e la repressione che i bolscevichi attuarono l’anno dopo nei confronti dei piccoli proprietari terrieri che si opponevano alla collettivizzazione. Una delle più drammatiche pagine di storia del secolo scorso ancora da chiarire al di là delle strumentalizzazioni di parte. Dimenticato per più di 80 anni, Una campagna senza precedenti fu mostrato per la prima volta a Kiev alla fine del 2015. 

È un modo davvero anticonvenzionale quello scelto dalle Giornate per ricordare il centenario della Rivoluzione russa presentando due film americani antibolscevichi. Se all’inizio l’avvenimento fu visto oltreoceano anche favorevolmente, col passar del tempo sempre più si andò affermando negli USA la paura rossa, quale si manifesta nei due film in programma a Pordenone. Il primo, in programma mercoledì 4 alle 16.30, è The Right to Happiness, 1919, con la regia di Allen Holubur, cineasta abile e ambizioso.

Alle ore 12.15, Viaggio in Caucaso e Persia, 1910, del biellese Mario Piacenza, industriale tessile con la passine della montagna, dei viaggi e della fotografia, ci porta a Tbilisi, a Teheran, a Bukhara, a Samarcanda e a Baku, con immagini che, pur nella sponyaneità di riprese rubate, rivelano un istinto per la composizione formale assolutamente insolito per un dilettante.

Alla fine della prima guerra mondiale Ernst Lubitsch abbandona l’attività d’attore per dedicarsi alla regia. La prima star che dirige è Pola Negri, con la quale instaura un rapporto che sarà proficuo per entrambi. Appena concluso il primo film parte la lavorazione di Carmen, un film in costume, con grandi scene di massa e set costruiti negli studi di Tempelhof. Carmen (1918) viene proiettato al Teatro Verdi alle 20.30 con la partitura composta da Gabriel Thibaudeau, che la esegue con la violoncellista Cristina Nadal. Ricorda Pola Negri nella sua autobiografia, Memoirs of a Star, pubblicata nel 1970. “A quell’epoca, erano i primi tempi dell’UFA, anche se sembrava che il mondo intorno a noi cadesse a pezzi, Lubitsch e io abbiamo vissuto insieme sul set molti momenti fantastici. Forse la Berlino di quel periodo era l’unico luogo in cui avremmo potuto giungere a quei risultati”.
Le origini di Pola Negri sono avvolte nella leggenda e ad alimentarla ci pensò nell’autobiografia lei stessa. Di certo crebbe in Polonia in assoluta povertà, e dovette ben presto interrompere una promettente carriera di ballerina per ripiegare sul teatro. Chiamata in Germania dal grande impresario e regista teatrale Max Reinhardt, Pola Negri, dopo una sola stagione di prosa passa al cinema e viene scritturata dall’UFA, la maggiore casa di produzione tedesca. Inizia la collaborazione con Ernst Lubitsch che la porta alla definitiva consacrazione a star. Per Lubitsch, che pur di dive ne conobbe e diresse tante, Pola Negri rimase sempre “una delle persone dotate di maggiore vitalità e magnetismo mai incontrate.” Il matrimonio artistico tra i due funziona così bene che ben presto vengono attratti dalle sirene hollywoodiane e si trasferiscono in America. L’avvento del sonoro è una rivoluzione che lascia molte vittime sul campo, divi che non riescono a tenere il passo con il cambiamento e diventano dall’oggi al domani relitti del passato. Pola Negri intuisce l’aria che tira e preferisce ritornare in Germania dove può ancora avere un ruolo da protagonista, potendo contare sul favore di Hitler, che in questo caso non badava troppo alle sue origini ebraiche.