Giustizia. Capozzi (M5S): No alla riforma, garantire legge uguale per tutti
“Indebolire l’indipendenza della magistratura significa mettere in discussione uno dei principi fondamentali del nostro ordinamento: quello secondo il quale la legge è uguale per tutti. Difendere l’equilibrio tra i poteri dello Stato e garantire una giustizia autonoma, nonché indipendente, significa invece difendere i diritti e le tutele di ogni cittadino”.
La consigliera regionale Rosaria Capozzi (MoVimento 5 Stelle), affidando il suo pensiero a una nota stampa, riassume con queste parole l’articolato incontro pubblico udinese (“Quando la politica vuole controllare la giustizia – La risposta è No”) che, dal tardo pomeriggio fino alla prima serata di ieri, ha animato il Salone Camera del lavoro (sede della Cgil), dove numerosi cittadini hanno voluto proporre quesiti specifici agli addetti ai lavori nel corso del dibattito conclusivo.
L’appuntamento, organizzato dal M5S e coordinato al microfono dalla stessa Capozzi, ha progressivamente coinvolto dal tavolo principale l’avvocato Raffaele Leo del Foro di Trieste (portavoce del Comitato Avvocati per il No) e Michele Piga (segretario generale della Cgil Fvg). Particolarmente incisivi gli interventi in videoconferenza del deputato pentastellato Federico Cafiero De Raho (già procuratore nazionale Antimafia) e dell’avvocato Piero Gurrieri (giornalista e autore del volume “Dividi et impera”).
“L’evento è stato organizzato con l’obiettivo di esprimere con forza la nostra contrarietà alla riforma della giustizia attualmente proposta. Una riforma – aggiunge l’esponente pentastellata a meno di due settimane dall’appuntamento con le urne del referendum – che rischia di minare l’assetto costituzionale fondato sulla separazione dei tre poteri dello Stato: legislativo, esecutivo e giudiziario”.
“Riteniamo che la riforma ipotizzata possa compromettere l’autonomia e l’indipendenza della magistratura, principi cardine dello Stato di diritto e della nostra democrazia. Il rischio – ha precisato ieri Capozzi – è quello di aprire la strada a un arretramento rispetto alle garanzie costituzionali conquistate nel Dopoguerra, riportandoci a periodi bui della nostra storia, allorché la magistratura era assoggettata al potere esecutivo”.
“Questa – ha invece commentato Leo – non è una riforma della giustizia e neppure una riforma contro la magistratura. Si tratta, invece, di una riforma che denota un atteggiamento di contrasto nei confronti dei principi fondamentali della nostra carta costituzionale, voluto da forze politiche che per loro origine, natura e linee politiche sono sempre state insofferenti allo stesso dettato costituzionale. Sarà perciò necessario votare ‘no’ per fermare la deriva autoritaria che si sta, purtroppo, realizzando nel nostro Paese”.
Tra i numerosi punti toccati, hanno evidenziato gli oratori, la previsione che attraverso la riforma (“non certamente della giustizia – è stato fatto notare – ma della sola magistratura, che verrebbe quindi indebolita”) si manifesterebbe “una giustizia a due velocità, indulgente con i potenti e spietata con i comuni cittadini, spesso condannati in partenza con la creazione di una casta di politici e figure influenti intoccabili”.
In caso di vittoria del ‘sì’, inoltre, inefficienza e lentezza dei procedimenti “non verrebbero intaccate, mentre servirebbero altresì nuove assunzioni e ammodernamento delle strutture e degli strumenti digitali”. Il passaggio da un Csm a due con la creazione dell’Alta corte disciplinare “costerebbe allo Stato 114 milioni di euro in più all’anno che, invece di retribuire 600 magistrati in più, comporterebbero un potere giudiziario indebolito a vantaggio della casta”.
“Questa riforma – ha sottolineato infine Capozzi – non affronta i veri problemi che i cittadini incontrano quotidianamente nel sistema giudiziario: le lungaggini dei processi, la carenza di personale negli uffici giudiziari, le difficoltà organizzative e strutturali che rallentano l’accesso alla giustizia. Al contrario, il rischio concreto è che essa produca come unico effetto quello di indebolire l’autonomia della magistratura, senza migliorare l’efficienza del sistema. In questo contesto, le ricadute dirette saranno proprio sui cittadini stessi”.




