Gli attentati a Teheran sono un azione di guerra di cui l’Isis è solo l’utile idiota

Di Fabio Folisi

In genere la teoria dei complotti non appassiona più di tanto perchè si corre il rischio di vedersi trascinare in fantasie irreali, ma in quanto sta accadendo in medio oriente il meccanismo “causa effetto” non po’ lasciare indifferenti, la casualità non è una possibile giustificazione. Non può essere infatti un caso il susseguirsi degli eventi di queste settimane, con l’Arabia Saudita capofila dei sei Paesi arabi che rompono le relazioni diplomatiche con il Qatar, accusando il piccolo ma ricchissimo Stato del golfo, udite, udite, di fomentare e finanziare il terrorismo. Detto dai sauditi è come vedere il bue che dice cornuto all’asino. In realtà il Qatar è reo di avere una posizione dialogante con Teheran. Tutto, guarda caso, avviene a pochi giorni dalla visita di Donald Trump a Riad con la rinnovata alleanza anche di natura economico-militare con i sauditi. Poi oggi l’attacco terrorista al cuore di Teheran che riaccende o meglio rende visibile perfino agli occhi velati dai petrodollari del più miope degli occidentali, l’attacco dei Sunniti ai danni degli Sciiti, un misto di interessi geopolitici di fanatismo religioso. Una boma innestata sul fianco dell’Europa più che degli Usa di fronte al quale le bombette Nordcoreane sono petardi di carnevale. Ma andiamo per ordine.
Fin dalla campagna elettorale Trump aveva parlato dell’accordo con l’Iran sul nucleare come una sorta di male assoluto, tanto, una volta eletto, da aver messo a capo della Cia Mike Pompeo, parlamentare repubblicano ultraconservatore che aveva già dichiarato di aver uno scopo nella vita: “Non vedo l’ora di smantellare questo accordo disastroso con il più grande Stato sponsor del terrorismo del mondo”.
Insomma l’Iran nelle parole di Trump ed in quelle dei suoi collaboratori è il male assoluto mutuando, forse non a caso, il concetto da quanto da anni predicato dagli Israeliani, Netanyiahu in testa, secondo cui il regime degli ayatollah è il nuovo “Hitler” , desideroso di farsi l’atomica al solo scopo di sterminare il popolo ebraico, di operare il secondo olocausto. Qualche studioso non particolarmente tenero con le politiche di Israele ricorda come nel febbraio 1982 Oded Yinon, un giornalista israeliano legato al ministero degli Esteri dello Stato ebraico, pubblicò un articolo per il giornale “Kivunim” rivista sionista in cui enunciava in maniera molto dettagliata la strategia di Israele per il Medio Oriente. Questa strategia è conosciuta con il nome di “Piano Yinon” o “Piano Kivunim” e suggeriva di smembrare destabilizzandoli per linee di faglia etniche e religiose Irak e Libia, Somalia e Afghanistan e Siria. Teoria del complotto a parte in realtà è proprio ciò che è avvenuto e prevalentemente per mano occidentale con “condottieri” a stelle e strisce. Una lista che si completava con l’Iran e che oggi, pur di venir attuata potrebbe perfino vedere un allentamento della presa americana contro Assad e perfino un riconoscimento “di fatto” della legittimità degli interessi russi in Siria, tutto pur di identificare come grande nemico l’Iran. La colpa maggiore dell’Iran oggi è quella di costituire, con l’appoggio a Hezbollah in Libano, una minaccia diretta alla supremazia di Israele, storico alleato di Washington, che non è riuscito a venire a capo della loro resistenza sciita neppure con la guerra del 2006.
E chi meglio dei sauditi potrà compiere questo “lavoro” di destabilizzazione in Iran, del resto già il 3 Maggio scorso, ben prima della visita di Trump a Riad, il vice Primo Ministro e ministro della Difesa del regime saudita Mohammed bin Salman aveva detto: “Noi non aspetteremo che la guerra arrivi in Arabia Saudita, lavoreremo per portare la battaglia in Iran” ricevendo una risposta piccata dal ministro della Difesa di Teheran: “Se i sauditi faranno qualcosa di stupido, non lasceremo nessuna zona senza attaccarla, tranne Mecca e Medina”. Oggi forse “quel qualcosa di stupido” è stato fatto anche se utilizzando i contatti sauditi con lo stato islamico. La rivendicazione dell’Isis degli attentati a Teheran è infatti quasi un marchio di fabbrica, una sorta di sanguinoso sigillo a decenni di politica estera dell’Iran e di contrapposizione tra la repubblica islamica e un universo sunnita che ha sempre mal sopportato l’esistenza della “Mezzaluna sciita”. L’Iran viene colpito perché è lo stato del Medio Oriente che da più tempo e con maggiore efficacia combatte contro il jihadismo sunnita: lo fa in Iraq con i Pasdaran, a fianco del governo maggioranza sciita di Bagdad, lo fa in Siria sostenendo il regime alauita di Bashar Assad e appoggiando in Libano gli Hezbollah, da sempre in lotta con i gruppi radicali sunniti. Ovviamente non è che gli iraniani siano dei santi, anzi, ma certamente non sono loro il male assoluto. Pagano in realtà da decenni la svolta komeinista, basti pensare alla sanguinosa guerra portata avanti per conto degli Usa da Saddam Hussein, e rischiano di pagarla ancora, anche perchè l’Europa, Italia compresa, che dalla chiusura con Teheran avrebbe tutto da perdere continua a seguire al guinzaglio il padrone americano perfino oggi che si è palesato nei modi sguaiati del nuovo inquilino dal pelo rosso della Casa Bianca. Le monarchie del Golfo poi vengono preferite a Teheran perché gli Stati Uniti sono legati a Riad da un patto di ferro: inoltre le petro-monarchie sono clienti e investitori di primo piano negli Usa e nei principali Paesi europei, dalla Gran Bretagna alla Francia, ma in realtà lo è anche il ricco Qatar.
Il problema dell’Iran è inoltre anche geografico, con confini particolarmente vulnerabili: a Est l’Afghanistan, dove i Talebani sono sempre stati nemici della repubblica islamica e in Balucistan, dove è attivo il gruppo terrorista sunnita dei Jandullah, i “soldati di Dio”, che negli ultimi anni ha portato numerosi attacchi terroristici nell’area. A Occidente ci sono le frontiere con la Turchia, il Kurdistan e l’Iraq, dove Teheran combatte contro i movimenti radicali sunniti dal Califfato e i gruppi affiliati ad Al Qaida da sempre finanziati dai sauditi. Inoltre le cellule dell’Isis si sono certamente infiltrate contando sulle coperture di una consistente minoranza araba nell’area, compresi i gruppi jihadisti che ufficialmente combattono il regime di Assad in Siria ma che potrebbero al bisogno volgere le proprie armi contro gli odiati sciiti. Una contrapposizione evidenziata da un’accesa competizione tra l’ideologia religiosa wahabita dei Saud, una monarchia assoluta e retrograda, e lo sciismo iraniano che con la repubblica islamica, uscita dalla rivoluzione di Khomeini del 1979, ha comunque consolidato un sistema elettorale di cui l’ultimo esempio sono state le elezioni presidenziali del 19 maggio dove ha prevalso per un secondo mandato il moderato Hassan Rohani.
Nonostante questo gli Usa di Trump hanno deciso di sponsorizzare ancora una volta il regime saudita , uno sbilanciamento a favore del mondo sunnita, che trascina con se enormi contraddizioni e che era stato in parte temperato dalla politica di “doppio contenimento” attuata da Obama per riequilibrare i rapporti di forza e che si è concretizzata con l’accordo sul nucleare con l’Iran. Oggi Trump ha deciso di mandare gambe all’aria gli accordi con il risultato che torneranno o meglio rimarranno le sanzioni all’Iran che di fatto impediscono ai Paesi occidentali come l’Italia di firmare grandi contratti con l’Iran. Ma forse è stato fatto una bieca contabilità economica e finanziaria, stare dalla parte degli arabi e dei sunniti a scapito dei persiani iraniani e degli arabi sciiti vuol dire avere rapporti con l’85% del mondo musulmano, poco importa se li si annidano i tagliagole o i regimi più retrogradi, dinnanzi al Dio denaro i diritti umani si possono sacrificare, se poi i finanziatori degli jihadisti riusciranno a far morigerare le azioni terroristiche in occidente, tutto apparirà più sopportabile, in cambio assieme al ripristino del regime di Assad o di un suo clone gradito alla Russia, Usa, Gran Bretagna e Giordania, stanno tentando di tagliare il corridoio iraniano di rifornimento a Damasco e agli Hezbollah, questo è l’altro conflitto nascosto oltre a quello contro l’Isis a Raqqa e Mosul.

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