Aggiornamento: Gli operai Dm Elektron di Buja cercano di impedire l’ingresso dei camion per caricare i macchinari destinati alla Romania. Interviene la polizia per “liberare” l’accesso

Si è rischiato lo scontro questa mattina alla Dm Elektron di Buja quando  gli operai si sono stesi per terra davanti al passo carraio dell'azienda per impedire l'ingresso  dei camion che dovevano caricare i macchinari della linea produttiva che nelle intenzioni dell'azienda dovranno andare nel nuovo stabilimento del gruppo in Romania dove è in corso il raddoppio dell'unità produttiva fino ad arrivare ad una superficie di 8000 mq in attesa che l'arrivo promesso di  nuovi macchinari venga mantenuta  in quel di Buja. Ma gli operai, giustamente,  non si fidano e quindi hanno cercato di impedire il transito dei mezzi. Ma l'azienda che aveva subdorato le intenzioni delle maestranze ha fatto intervenire le forze dell'ordine che alcuni in borghese altri in assetto anti-sommossa,  hanno "liberato" gli ingressi rimuovendo “di peso” i lavoratori fra le proteste dei presenti. Nel pomeriggio è atteso l'incontro in Regione, ma intanto la tensione resta alta. Che l'azienda si aspettasse resistenze è chiaro se non altro per il fatto che intorno alle 6,30 sono giunti sul posto  anche due pulmini  del Reperto mobile della polizia di Padova con personale in assetto antisommossa in aggiunta a due volanti sempre della Polizia di stato e a tre gazzelle dei Carabinieri di Tolmezzo. Il presidio dei lavoratori  resta attivo  ad oltranza, in attesa dell’incontro in regione, a Udine con l'assessore Bini per fare il punto sulla drammatica situazione e soprattutto per cercare di impedire l'uscita dei macchinari. Da parte della proprietà si continua a "rassicurare"  in particolare  il proprietario, Dario Melchior, invece, non c’è alcuna volontà di chiudere la storica fabbrica friulana, ma lancia un allarme che in qualche modo sembra una minaccia: la protesta non fa che danneggiare l’immagine e la produzione.  I dubbi dei lavoratori sono ben motivati , si viene infatti da una stagione di crisi  alla Dm Elektron,  nel 2016 era scaduta la cassa integrazione per riorganizzazione - con la gestione di 60 esuberi - a fronte di un piano industriale di rilancio che è stato fatto anche con nuovi investimenti che lavoratori e sindacati italiani temono in realtà  finiscano di fatto in Romania dove è previsto il raddoppio della produzione. Del resto la strategia della proprietà è chiara come si può facilmente intuire da una intervista del maggio 2017 sulla rivista tecnica  PCB Magazine  a Dario Melchior che della  Dm Elektron è anche amministratore delegato.  "Oggi siamo strutturati, si legge nell'intervista,  con una sede a Buja dove lavorano 110 persone e una fabbrica in Romania con 190 operai. In casi come questi delocalizzare la produzione è una scelta praticamente obbligata per restare competitivi. L'importante, per una strategia di lunga durata, è farlo senza guardare solo al costo della componente di produzione. Ci è sembrata una scelta quasi scontata- prosegue Melchior. Mano d'opera a basso costo ma anche facile trasferimento delle competenze con pochi problemi di lingua. Inoltre anche se al momento della decisione non lo era ancora stava comunque diventando area UE con libera circolazione di merci e persone. Considerata anche la relativa vicinanza, una scelta in grado di far combaciare al meglio le competenze della sede locale con le esigenze di mercato. E, fattore non secondario, di salvaguardare comunque il territorio. Tutti i clienti vengono seguiti dall'Italia, così come la parte ricerca, progettazione e prototipazione- sottolinea Melchior. A rotazione i nostri tecnici e dirigenti seguono le fasi di produzione in Romania. D'altra parte, fino alla produzione di serie, niente esce dai nostri confini aziendali". Insomma le intenzioni sono chiare, la testa resta in Italia, la produzione va in Romania. Difficila quindi non essere preoccupati per i lavoratori di Buja, almeno per quelli che appartengono alle linee di produzione e non solo a quelle di  "prototipazione" per le quali non servono certo centinaia di persone.

Per leggere l'intervista integrale su PCB Magazine clicca qui

 

 

 

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