Il 22enne di Paularo Andrea Misson è morto dopo giorni di coma… le chiamano morti bianche, ma…..
Non c’è nulla di bianco nelle morti bianche, le si chiamano così, anziché usare il termine omicidio, quasi si voglia scaricare la responsabilità che spessissimo esistono, come se tutto fosse frutto di un destino cinico e baro. Dietro ogni incidente c’è sempre qualcosa che non ha funzionato, per dolo o per sfortuna, ma sempre per responsabilità di qualcuno. Troppe volte abbiamo dovuto scrivere e raccontare di tragedie che stringono il cuore. Padri di famiglia, giovani operaie e oggi ci tocca scrivere del caso di Andrea Misson, 22 anni ancora da compiere, operaio di Paularo morto dopo 10 giorni di coma. Avevamo sperato che uscisse da quel maledetto stato di buio dove piombato il 6 ottobre scorso quando era stato travolto da un tubo di colata del cemento che si era sganciato pare dal camion betoniera, incidente reso ancora più drammatico dal fatto che il ragazzo stava operando su un’impalcatura. Così oltre al trauma toracico, la caduta da un’altezza di circa cinque metri ed un importante trauma alla testa aveva fatto capire ai soccorritori che l’infortunio era molto grave. Da quel maledetto giorno Andrea è stato ricoverato nel reparto di terapia intensiva dell’ospedale di Cattinara visto che il cantiere dove era avvenuto il tutto era in una villa in Strada Costiera, a Trieste. Poi nella notte scorsa il tragico epilogo, troppo gravi le lesioni, inutili le cure. Andrea si è spento allungando il numero sempre in crescita di quanti hanno perso la vita su lavoro nel nostro paese. Quello che rende insopportabile questa situazione è che quando si parla di emergenza sicurezza nel nostro paese ci riferisce a tutto tranne che alla vera emergenza nazionale, quella che provoca tre morti al giorno, altro che invasione di migranti o criminalità. Vi sembra degno di un paese civile che ci siano così tanti morti sul lavoro e in generale tanti infortuni che colpiscono chi ha l’unica “colpa” di aver preso sul serio l’articolo 1 della Costituzione. Certo l’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro, ma non dovrebbe esserlo sugli infortuni sul lavoro”. Viene da chiedersi, cosa aspetta la politica ad occuparsi di questa emergenza? Forse, anzi, certamente non è utile alla propaganda ed alle alchimie elettorali, perché non c’è un facile nemico da additare, ma il nemico è nel sistema e le responsabilità sono di tanti: quindi tanti colpevoli , nessun colpevole. C’è da temere che anche il caso del giovane Andrea Misson verrà trattato con una marea di lacrime di coccodrillo e nessuna assunzione di responsabilità reale. Non parliamo ovviamente della ditta per la quale lavorava, vedrà la magistratura se emergeranno irregolarità, ma più in generale sul costo umano che le varie filiere produttive conteggiano con cinico calcolo economico come possibili eventi collaterali, troppo spesso, si sacrifica la vita per negligenza o per la velocità di esecuzione. Così la parola “esecuzione” assume altro significato e la parola morte diventa “omicidio”. La sicurezza non può essere trattata in maniera burocratica o vista come un costo da tagliare, ma come il presupposto essenziale per ogni attività produttiva. Le indagini sui singoli fatti e l’accertamento delle responsabilità sono doverosi, ma il vero imperativo è agire preventivamente per trasformare cordogli e grandi dichiarazioni anziché in nauseabondi esercizi di ipocrisia, in azioni concrete per la cultura della sicurezza. Non basta lo spauracchio delle pene esemplari, che spesso in un sistema giudiziario farraginoso alla fine tali non sono, ma l’impegno serio perché si esca dalla logica del profitto come “bene” assoluto da perseguire a tutti i costi. Le parole pronunciate qualche giorno fa in occasione della 75ª Giornata Nazionale per le vittime degli incidenti sul lavoro dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, sono come sempre puntuali, ma temiamo scorrano come acqua fresca sulla coscienza di chi dovrebbe agire. «In Italia, ogni giorno, Ha scritto Mattarella al Presidente dell’ANMIL, Antonio Di Bella, si continua a perdere la vita sul luogo di lavoro: il numero di decessi e infortuni resta tragicamente alto, anche in raffronto con quello che accade nel resto dell’Unione Europea. Ciascuna vittima è un volto a cui occorre dare voce. Dietro ognuna ci sono persone, famiglie, storie interrotte che non devono essere dimenticate.
A esse va il nostro pensiero che deve ispirare l’impegno collettivo, affinché dal dolore nasca una nuova consapevolezza: la volontà comune di costruire luoghi di lavoro più sicuri, dove la vita e la dignità di ogni lavoratore siano sempre al primo posto. La sicurezza sul lavoro è un diritto inalienabile, un investimento sul valore dell’essere umano, sul significato profondo del lavoro e sulla qualità della vita…..».
Fabio Folisi




