il covid-19 da pandemia a droga di stato

Che la SARS-CoV-2 si combatta con il distanziamento sociale è ormai una constatazione universale. Che poi il distanziamento debba anche essere di Stato è una ulteriore misura che tutti hanno accettato ma che appartiene più alla esasperazione della geo politica che ad una seria riflessione sanitaria.
La ormai fatidica fase 2 comincia a segnalare piccole fratture rispetto alla granitica convinzione che il ”stiamo tutti a casa” voglia dire una matrioska di “case”, la propria, il proprio comune, la propria regione, lo Stato di cui si è cittadini.
In alcuni luoghi la cosa oggi sembra del tutto illogica in base all’esistenza di relazioni consolidate, di carattere perlomeno trans frontaliero, che vengono assurdamente messe in discussione da decisioni normative non giustificabili. Un conto sono gli isolamenti da “zona rossa” o da situazioni di non controllabile gestione delle epidemie, un conto sono le limitazioni tra zone di stati diversi prive di sostanziali differenziali di contagio.
I casi all’attenzione in F-VG sono quelli della chiusura dei confini tra Slovenia, Austria e Italia, che appaiono assurdi in particolare nelle situazioni di Gorizia e Tarvisio. Su tutto poi aleggia l’incubo “geo politico” del ventilato corridoio turistico tra Germania, Austria, Slovenia e Croazia che provoca l’insonnia di un bel po’ dei nostri imprenditori ed addetti dell’industria “blu”. L’applicazione della geografia politica alle misure anti virus genera mostriciattoli non solo tra i Comuni confinari di Friuli e Veneto.
Gli Stati, talvolta per correggere avventate iniziali interpretazioni, si sono impadroniti del Corona Virus ed hanno adattato le misure di contenimento alle proprie inclinazioni istituzionali. In alcuni casi con il prevalere di decisioni centralizzate, in altre lasciando spazio a sistemi federali in un gioco spesso di rimpallo delle responsabilità, sia nelle fasi di chiusura che in quelle di riapertura.
Nella pratica la pandemia è diventata una specie di “droga” di Stato che fa del “fornitore” il centro di ogni istante di vita. Per cadere in alcuni casi nell’anticamera di una svolta autoritaria permanente.
La strada del potere assoluto gestito dallo stato non era certo l’unica, anche se facciamo fatica a pensare le alternative. La priorità degli interventi avrebbe dovuto seguire una logica profondamente diversa. Innanzitutto una pandemia, per definizione, non può non avere una regia globale. Era fondamentale individuare rapidamente le zone di contagio nella loro precisa delimitazione geografica, dovunque nel mondo si trovassero, ed intervenire lì efficacemente con il criterio di “zone rosse” da isolare e marcare dettagliatamente secondo modalità univoche. Ai territori (che spesso non coincidono con gli stati) vanno poi affidate tutte le incombenze di dettaglio per ogni attività di prevenzione sulla base di linee guida di interpretazione non difformi ma specificatamente adattate alla realtà locale.
Se l’ONU con le sue Agenzie contasse qualcosa, questo dovrebbe poter fare.
Certamente la capacità di agire dipende dalla funzionalità dei sistemi sanitari locali e dalle autorità in grado di emettere le disposizioni conseguenti, ma, se la cosa allo stato attuale presenta difficoltà ad essere seguita a dimensione mondo, questo rappresenta comunque un minimo sindacale che l’Unione Europea deve essere in grado di sostenere in gran parte dei 28 paesi che la compongono. Ed è sperabile che la lezione diventi obbligo per la prossima occasione.

Una “reconquista” di sovranità effimera
Il non aver ragionato in questi termini e l’aver approfittato per finalmente esprimere una “sovranità statale” su una questione che colpiva direttamente ogni abitante, è stato un errore non solo per le conseguenze delle infinite incertezze e giochini che connotano la fase della ripresa in rapporto alla gestione dei confini statali, ma è stata anche una occasione perduta nel confronto geo strategico globale del meta conflitto Cina-USA che oggi pizzica qua e là nel mondo alla ricerca di catturare uccelli disponibili a cantare a comando.
Sul piano delle politiche interne degli Stati l’evoluzione delle fasi ha permesso di andare ben oltre le azioni sanitarie e si sta traducendo nel tentativo di prendere le redini da un lato dell’economia, anche con la previsione di ampi interventi diretti di nuova presenza dello Stato, e dall’altro della sicurezza, con non momentanee invasioni di diritti costituzionali.
Ho letto da parte di parecchi commentatori che la vicenda della pandemia ha permesso agli stati un protagonismo che pareva messo in discussione da 50 anni di economia neo liberista globalizzata. Lo stesso Stiglitz, proprio in riferimento alla pandemia del COVID-19, afferma “lo stato nazionale è ancora la fondamentale unità di azione politica”: senza accorgersi che in realtà si è trattato di una ulteriore fase della lotta per egemonie globali.
Per altri, in riferimento alla vicenda italiana, la capacità di recupero dopo una partenza disastrosa ha fatto riemergere una “coesione nazionale” tipo quella che ha unito gli italiani ai tempi della difesa del Piave. Base di una coscienza collettiva che da allora ci fa “stringere a coorte” nei momenti difficili come proclama l’inno guerresco che continuamente ci viene riproposto.
Insomma, lo Stato è anche Nazione in una inscindibile unità che travalica le stesse contingenze del governare. I duecento anni di progettazione e costruzione della nazione italiana non sono passati invano. Ma ciò vale per sempre o il futuro può portarci altrove anche scindendo quel nesso tra “Nazione e Stato” inteso in una sua mitica “sovranità” che ancora a molti appare irriducibile?
Sul piano internazionale è da alcuni anni il tentativo degli USA (imitato spesso da Cina e Russia) di passare dal multipolarismo non più da loro controllabile a bipolarismi più dominabili. Ma gran parte dei temi che il mondo ha oggi di fronte non sono affrontabili su quel piano. E la sovranità subalterna di Stati minimi non può portare lontano e non essere effimera.
E’ mia convinzione che, senza rinnegare la storia ma avendo la capacità di leggerla anche nella sua irripetibilità, e sapendo interpretare la ricchezza potenziale di una cultura “nazionale” depurata dalle sue inutili ridondanze, si possano percorrere le vie della ricerca di risposte politiche e amministrative più adeguate alla soluzione di quanto l’economia, l’ambiente e la società ci propongono.
Abbiamo peraltro una occasione che ci sta sfuggendo, per nostra e altrui nequizia. O l’Unione Europea riuscirà a interpretare questa strada o altrimenti continueremo a pensare ad un dorato inesistente isolamento che mi pare ben rappresentato da una citazione presa da un film comico di guerra degli anni 60: “avanti Savoia. ma ricordatevi di Alamo” (da “il giorno più corto”, con Walter Chiari e Virna Lisi).

Giorgio Cavallo