Il pozzo senza fondo degli impianti per lo sci alpino

La legge di bilancio del F-VG affronta la difesa dell’economia della montagna con un intervento “straordinario” di 36 milioni di euro affidati alla Promotur allo scopo di incrementare la qualità e quantità di offerta di impianti per lo sci alpino. A quanto emerso dal confronto politico ne dovrebbero essere interessate principalmente le località-poli di Sappada, Forni di Sopra e Tarvisio. La cifra di spesa riguarda i prossimi 3 anni e non costituisce in sé una enormità, dando l’idea che si tratti sostanzialmente di poco più di una manutenzione straordinaria.
Tuttavia poiché in almeno un caso, Forni di Sopra, impianti del Varmost, si parla anche di una sostanziale modifica del dominio sciabile, appare necessario riflettere sulla opportunità di considerare questo intervento pubblico centrale nelle politiche per la montagna friulana. C’è da tenere conto di diversi elementi che possono concorrere in negativo e in positivo alla analisi della questione:
la dimensione del contributo alla economia turistica delle attività legate allo sci alpino, in termini di abbonamenti, presenze con o senza pernottamenti nelle località, i ricavi e le spese di gestione, l’indotto economico complessivo anche in termini di promozione dei luoghi e oltre la stessa stagione invernale;
le caratteristiche orografiche degli attuali poli sciistici in rapporto ai cambiamenti climatici e quindi di fronte alla necessità di operare perlopiù con neve programmata ricercando condizioni di temperatura favorevoli non inferiori ai 1500 metri sul livello del mare, e preferibilmente tra i 1800-2500 metri: condizioni difficilmente ottenibili in Regione, in particolare con reti di piste tra loro collegate;
la sostanziale impossibilità di trovare nuovi demani sciabili se non operando in aree di alta qualità naturalistica ed ambientale, peraltro quasi sempre delimitate da vincoli di protezione anche di carattere paesaggistico o storico culturale il cui stravolgimento determina banalizzazione e perdita di valore degli ambiti coinvolti;
una caratterizzazione della clientela che vede una preponderante presenza giornaliera nei fine settimana mentre molto limitata appare quella stanziale da settimane bianche. Esiste una componente proveniente anche dall’estero ma in qualche modo definibile di seconda fascia rispetto alle richieste delle performance tecniche degli stessi impianti. Peraltro alcune località del sistema dei poli regionali appaiono utilmente collocate rispetto ad una domanda mista dell’utenza (sci alpino, fondo, mobilità turistica più ampia) in particolare per determinati tipi di nuclei familiari.
Un esame accurato di questi elementi va fatto con continuità poiché il quadro di riferimento non è stabile, e ne va conseguentemente valutata l’opportunità e la dimensione dell’intervento pubblico, anche in relazione a possibili alternative nel definire una politica per la montagna di ricostruzione diffusa di potenzialità economiche ed antropiche che nelle aree interne e nelle terre alte possono esserci se adeguatamente coltivate.
La mia impressione personale è che, allo stato attuale, i risvolti positivi del massiccio intervento regionale che negli ultimi 30 anni è stato fatto nel settore dell’impiantistica da sci alpino abbia determinato un certo livello di occupazione direttamente o indirettamente collegabile all’impiantistica, perlopiù stagionale e magari integrabile con altre attività temporali. Mi sembra peraltro che le attività di pernottamento e ristoro, nonché quelle commerciali, siano relativamente limitate, anche se magari molto intense in alcuni momenti. Le lamentele di alcuni albergatori che dichiarano che il possibile lockdown natalizio riduce del 50% le loro entrate annuali mi lasciano piuttosto perplesso su come vadano interpretate.
Nacque negli anni 80 la considerazione che (in F-VG) gli impianti di risalita dovessero essere considerati una componente della “viabilità e del trasporto pubblico” e che quindi, poiché l’intervento privato era soggetto al fallimento del mercato, dovesse farsene carico l’ente pubblico che, come la Regione speciale F-VG, ne aveva facoltà statutarie. Fu l’impianto di salita al Lussari il primo oggetto di contesa la cui importanza non era peraltro legata unicamente alla neve.
Da qui l’avvio di una stagione di acquisti, realizzazioni e manutenzioni di impianti vari ad opera di una agenzia pubblica che oggi è approdata in Promotur e che costituisce il braccio armato della Regione per tale attività. Negli anni successivi si prosegui con alti e bassi, con un lampo di accelerazione ai tempi del maestro di sci R. Illy, per trovarsi oggi alla ricerca di una ulteriore programmazione anche per rispondere alla nuova domanda di Sappada.
Di tanto in tanto, anche in anni non recenti, tentavo alcune valutazioni sull’insieme del capitale investito e dei deficit di gestione; e mi domandavo se per caso non fosse più conveniente per le casse pubbliche regionali regalare ai nostri concittadini il costo dello skipass altrove. Non vanno peraltro negati gli effetti positivi indiretti sull’economia di alcune località della montagna friulana, anche se in passato legati soprattutto al mercato immobiliare delle seconde case. Mi rimane il dubbio su quali sarebbero stati i risultati sull’intero territorio montano se il mezzo miliardo di euro (a valori attuali) impiegati sugli impianti fossero andati in altra direzione.
L’epoca che si sta aprendo in questi anni comincia a delineare prospettive nuove per funzioni adeguate di un ripopolamento dei territori montani che sappia confrontarsi con opportunità a 360 gradi. Ho l’impressione che, per quanto ci riguarda, lo sci alpino sia un po’ come le energie fossili, da gestire in una fase transitoria ma da sostituire con altro.
Non ho alcuna contrarietà agli sport della neve, in un quadro serio di valutazione costi-benefici e anche se alcune invenzioni agonistiche degli ultimi anni mi lasciano un po’ perplesso. Ho in passato anche collaborato con i tentativi (direi spesso falliti) del CIO di costruire eventi come le Olimpiadi in maniera sostenibile (ambientalmente ed economicamente) e sono convinto che l’esperienza turistica montana nella nostra regione possa confrontarsi con vantaggi duraturi anche con un mercato meno legato alla modernizzazione spinta, ed alle mille diavolerie che di volta in volta compaiono, compresi l’elisky e il motosky.
Per questo non sarebbe male, a partire da quanto previsto nell’ultimo bilancio regionale soffermarsi per capire il senso, l’utilità e la reale economicità di quanto stiamo facendo.

Giorgio Cavallo