Il Tagliamento e la sicurezza tra idraulica, ecologia e urbanistica

La richiesta di riconoscimento dell’intero corso del Tagliamento come bene dell’umanità dell’Unesco è diventata di attualità a causa del voto contrario del Consiglio Regionale ad una mozione che lo proponeva. La causa determinante di questo voto è stata la “fondata” convinzione che tale riconoscimento potrebbe impedire la realizzazione di uno sbarramento a Pinzano (o analoga opera in alveo di contenimento delle piene) quale soluzione richiesta dai Comuni rivieraschi del basso corso (Latisana in primis) per garantirsi una sicurezza idraulica. Questa opera che, con caratteristiche diverse, è presente fin dagli anni 70, è attualmente ritornata di moda con potenti sostenitori a Trieste ed a Venezia. Sembrerebbe il classico conflitto tra protezione dell’ambiente e altre necessità quale quella della sicurezza idraulica. In realtà la vicenda va inquadrata in un ben più ampio tema di governo del territorio che oggi deve tener conto di mutamenti di interpretazione sia soggettivi (valori da attribuire al territorio) che oggettivi quali le conseguenze del cambiamento climatico. Personalmente da molti anni sono convinto che l’aumento di sicurezza idraulica rispetto alle piene del Tagliamento per le popolazioni rivierasche non possa trovarsi con opere ingegneristiche in alveo ma in una organizzazione territoriale esterna all’alveo che si possa modulare anche su eventi di probabilità statistica superiore ai 100-200 anni, in un contesto peraltro fortemente instabile nella sua prevedibilità.
Le considerazione che seguono sono un invito ad allargare la visione del problema.

Della sicurezza delle popolazioni che vivono sulle rive del Tagliamento si parla in termini “moderni” dal tempo degli eventi alluvionali del 1966 (e 1965). Ci furono allora danni territoriali e vittime, nel basso corso nella zona tra Latisana e il mare, ma anche in tutto il territorio montano.
Non ripercorro le valutazioni idrauliche su quell’evento di 55 anni fa, basate su una mancanza di dati certi, poi (anni 90) tradotte in una curva di piena “condivisa politicamente e tecnicamente” e attribuita alla probabilità di una ricorrenza centenaria. Quella curva, che identifica il picco di piena in 4500 m3/sec., costituisce ancora oggi il riferimento per ogni proposta di riduzione del rischio di esondazione che riguarda le popolazioni del basso corso del fiume.
Fino a 25 anni fa l’approccio idraulico era l’unico elemento preso in considerazione da un dibattito che fu complesso ed anche aspro, avendo per oggetto la gestione delle piene nel basso corso ed evitare quanto successo nel 1966. La montagna ogni tanto si segnalava per disastri locali, ma non è mai entrata nel gioco grande della sicurezza del Tagliamento.
L’importanza ecologica del Tagliamento era conosciuta fin dai tempi del PUR che (anni 70) ne prevedeva la costituzione in Parco Regionale fluviale. Poi
negli anni 90, studiosi e scienziati internazionali hanno scoperto la unicità della “naturalità residua” del Tagliamento e se ne sono occupati con logica “conservativa” nella convinzione anche “teorica” che i fiumi garantiscono più sicurezza assecondando la natura che realizzando opere invasive. Nasce così il “brand”,“Tagliamento, Re dei fiumi alpini”.
Anche in seguito a questa nuova sensibilità viene abbandonata l’ipotesi delle “casse di espansione” a valle del ponte di Pinzano e ci si convince che la salvaguardia di Latisana e del basso corso deve vedere come priorità gli interventi di sistemazione dell’esistente, rialzo di ponti, diaframmatura degli argini, sistemazione dei due rami di deflusso del Tagliamento e del Cavrato, gestione delle aree di scolmo. Non è una questione di soldi, quelli ci sono fin dalla L. 828/1982 (art.2), “Ulteriori interventi per la ricostruzione del Friuli terremotato”. Di questi tempi, in relazione alle opere sul basso corso, pare che finalmente si stia uscendo dal groviglio delle competenze e che si stia per cominciare a progettare: quello su cui tutti sono d’accordo almeno da una decina di anni.
Va detto che il completamento di questa sistemazione del basso corso da a Latisana la sicurezza richiesta (in riferimento all’onda di piena cosiddetta centenaria del 1966) mentre motivi “geopolitici” tra F-VG e Veneto aprono dubbi sulla potenziale portata dei rami del Tagliamento e del Canale Cavrato nel percorso finale verso il mare.
Il sistema pubblico, Stato, Regioni, Autorità di Bacino distrettuale della Alpi Orientali, non riesce nel frattempo a dotarsi di una prassi interpretativa del valore ambientale e naturalistico del fiume e del rapporto di questo valore con l’organizzazione territoriale, in termini di insediamenti, di economie e di limiti per l’uso delle acque. Il fallimento italico e regionale in materia di VIA e di VAS, strumenti diventati pura fastidiosa pratica burocratica, ha lasciato un deficit di capacità amministrativa che non a caso si cerca sempre più di interpretare affidando le decisioni di governo del territorio alla competenza della “protezione civile” nella falsa illusione di evitare i conflitti.
La richiesta di tutela Unesco sull’intero corso del Tagliamento non è nuova ed ha visto come attori sia l’ambientalismo, in particolare il WWF, sia comuni del medio corso. Credo che sia arrivato il momento di agire.
Ma al tavolo delle decisioni sembra, oggi come ieri, assente una disciplina che oltre all’idraulica e all’ecologia dovrebbe essere adeguatamente consultata. Essa ha operato “clandestinamente” sul Tagliamento con un peso decisivo nell’ultimo mezzo secolo: l’urbanistica. Questo aspetto ha molte declinazioni, credo che nessun comune rivierasco possa essere portato a esempio di virtuosità. Ma per fare un esempio utile al dibattito attuale mi limito ad una considerazione.
A Latisana l’onda di piena che può transitare è valutata in 4500 m3/sec., ma a valle attualmente pare non si possa smaltire più di 4000 m3/sec. ripartiti tra Tagliamento e Cavrato. La Regione Veneto, assieme a Latisana, basa su questi dati la sua richiesta di contestualità della realizzazione di un invaso di contenimento da circa 15-20 milioni di m3 a monte, nel medio corso del fiume. La domanda che consegue è: negli anni 70-80 l’area a valle di Latisana era territorialmente in grado di smaltire l’intera portata di 4500 m3/sec.? Forse l’utilizzo urbanistico negli ultimi 40 anni ha reso ciò impossibile a causa di probabili interferenze con opere e/o insediamenti vari ?
C’è poi una ulteriore complicazione all’attuale impostazione tecnica del tema della sicurezza idraulica con cui confrontarsi.. L’Autorità di Bacino Distrettuale sta facendo valutazioni in merito alle variazioni del comportamento fluviale a causa dei cambiamenti climatici. Sicuramente stanno modificandosi gli eventi atmosferici che coinvolgono il bacino del Tagliamento e ci sono da prevedere gli effetti dell’innalzamento del mare Adriatico. E’ probabile che l’attuale progettazione idraulica del fiume relativa alle portate di piena storiche, con tempi di ritorno da 50 a 100 anni, non sia più adeguata, sia in termini quantitativi che qualitativi. La stessa idea di cucire addosso al fiume un abito idraulico su misura può non avere più alcun significato.
Come si intende operare e trovare soluzioni? Ci si affiderà alla casualità? Forse bisognerà proprio affidarsi ad una nuova urbanistica del territorio che magari percorra a ritroso il cammino degli ultimi 50 anni.
Nel frattempo i diktat di Zaia, anche se confortati dalle autorità fluviali, vanno ben valutati ed è opportuno che a Trieste non ci si inchini alla Dominante.
L’uomo e le sue istituzioni hanno violentato il fiume e talvolta, come nel basso corso, senza apparentemente poter tornare indietro. Credo però che i tempi ci costringano ormai a tener conto non solo dell’idraulica, ma anche dell’ecologia e delle scienze ambientali, in un quadro dove l’urbanistica sia protagonista, ma non nella parte dell’assassino.

Giorgio Cavallo