Il tema sicurezza non è più la kriptonite della sinistra. Non solo ricette securitarie, ma contrasto della marginalità e promozione di coesione sociale

Il centrosinistra finalmente sembra voglia cimentarsi in maniera organica con la cosiddetta sicurezza, tema scottante lasciato per troppo tempo alla becera propaganda della destra. Così si è iniziato ieri a Udine con un incontro dal titolo “Il diritto alla sicurezza, la sicurezza del diritto. Sentirsi sicuri, cosa può aiutare?”. Una serie di domande dalle difficili risposte.

L’incontro, nella saletta della sede della Cisl di Udine, è stato moderato da Elia Mioni direttore de Il Passo Giusto, l’house organ di Patto per l’autonomia. Sono intervenuti nell’ordine: Stefano Carbone; psicologo di comunità, Andrea Savino, vicesegretario provinciale SIULP (sindacato di polizia) di Udine, Antonella Fiore, consigliera comunale Spazio Udine; Stefania Garlatti-Costa, consigliera comunale Patto per l’Autonomia e Anna Paola Peratoner, consigliera comunale del Partito Democratico. Gli interventi hanno analizzato il tema sicurezza in città da angolazioni diverse, ma tutte con l’intento di ricercare il bandolo della matassa che consenta una strada alternativa a quella propugnata da una destra manettara e oscurantista. Di certo il centrosinistra, anche localmente, ha in passato lasciato praterie infinite alle scorribande securitarie quanto inefficaci delle destre di governo, eppure era chiaro che la politica dello struzzo o se preferite quella delle tre scimmiette (non vedo, non sento, non parlo) lasciava campo libero alla propaganda alimentata da una stampa locale molto orientata grazie al monopolio quasi assoluto che ostenta in maniera spesso sfacciata ed intimidatoria. Da parte del centrosinistra le risposte sono state balbettanti o peggio sono rimaste nel solco di quanto la propaganda peggiore della destra propugnava, quasi che non ci fossero alternative alle logiche di repressione. Ma non è così ed è bene, che pur con qualche sbavatura, anche a Udine si inizi a discutere seriamente senza scimmiottare, magari semplicemente edulcorandole per renderle più digeribili, le ricette della destra che ricordiamolo, propone semplificazioni a problemi complessi ma soprattutto non guarda quasi mai alle motivazioni sociali che generano certe deviazioni. Certe questioni non possono essere lasciate all’improvvisazione e al dilettantismo. Così è perfino nell’aspetto della repressione, che deve essere lasciata nelle capaci mani delle forze dell’ordine, ancora di più lo è nella prevenzione, che necessita spesso di un lavoro di intelligence che non può essere certamente svolto da qualche improvvisato “osservatore di quartiere” anche se motivato dalle migliori intenzioni. Così è stato ad esempio ad Udine con la cosiddetta trovata della sicurezza partecipata o con l’aumento esponenziale delle telecamere, utili certo ad individuare autori dei gesti criminali, ma non certo a prevenire i reati, anche perché non potendo coprire con occhi elettronici l’intero territorio, consentono al malintenzionato “organizzato”, come gli spacciatori, di sfruttare gli inevitabili coni d’ombra. Per quanto riguarda invece il delinquente predatore che agisce d’istinto, questo non si preoccupa del dopo ma del momento. Comunque vada, il risultato non è quello di prevenire il reato, ma quando va bene, di assicurare alla giustizia il delinquente o presunto tale. Diventa magra consolazione soprattutto per le vittime di una violenza o di un sopruso. Insomma la sottile differenze fra prevenzione e repressione resta lì sul tavolo, ingombrante come sempre. Ovviamente non ci si poteva aspettare che in un incontro di un paio d’ore, che purtroppo ha avuto il limite di non lasciare spazio ad interventi oltre quelli di cinque relatori, emergesse una consolidata linea operativa, ma si sono comunque avuti spunti interessanti, partendo dalla consapevolezza, che in altri momenti non era per nulla scontata, che il tema non venga lasciato solo alle ricette securitarie. La sicurezza dei cittadini, le paure dei fragili, siano esse generate da fattori reali o solo percepiti, creano comunque malessere sociale e questo non può non preoccupare. Insomma il tema sicurezza non può essere la kriptonite della sinistra, ma del resto non è semplice affrontare un tema che in realtà è il fumo visibile di un fuoco che arde latente nella stessa struttura sociale delle città e che viene attizzato come arma elettorale e comunicativa. Ed in questo c’è stata la scoperta dell’acqua calda, che in Friuli c’è un problema con il mondo dell’informazione che al 90% è schierato scandalosamente con le posizioni “governative” grazie alla colpevole insipienza di un centro sinistra incapace di dotarsi e sostenere media in grado di offrire una narrazione più equilibrata dei fatti. In ogni caso è facile prevedere che la tematica della “insicurezza” urbana, sia essa reale, percepita o costruita ad arte, resterà centrale nel dibattito politico e sociale diventando sfida quotidiana per le amministrazioni locali. Ma deve essere chiaro, la sicurezza non può essere ridotta alla sola repressione della criminalità, ma deve essere un concetto più ampio che include la coesione sociale, la vivibilità e la gestione del territorio.

Come Friulisera in questi anni abbiamo voluto cercare di non limitarci a registrare semplicemente la cronaca unendoci al coro del bestiale istinto di “ sbattere i “mostri in prima pagina” ma abbiamo pazientemente costruito una serie di articoli che cercassero di dare degli strumenti di comprensione autentica dei fatti ai lettori per capire le cause di un determinato evento e valutarne effettivo peso e portata. Perché è chiaro che la crisi della Sicurezza Urbana, sia di quella reale che di quella percepita,  spesso vengono erroneamente e strategicamente sovrapposte con giochetti di statistiche da stiracchiare a destra o a manca per dimostrare tesi o il contrario di queste. Per non parlare poi del fatto che  le amministrazioni locali sono spesso chiamate ad affrontare sfide che esulano dalle loro competenze, dovendo gestire problematiche complesse senza risorse adeguate e senza un adeguato supporto da parte dello Stato che, è bene ricordarlo, è il titolare dell’ordine pubblico e della sicurezza.  Accusare il “Comune” di determinate vicende può essere tollerabile quando a farlo sono cittadini preoccupati, ma non quando a “megafonare” sono strumentalmente politici e giornali.  Quindi in via preliminare va detto che l’insicurezza urbana ha molteplici cause tutte riconducibili anche alla narrazione mediatica che viene fatta: l’arrivo di nuove ondate migratorie, l’indebolimento delle reti sociali e il cambiamento socio-economico con l’impoverimento progressivo di milioni di persone non sono riconducibili alle amministrazioni locali ma fenomeni nazionali che hanno accelerato il degrado urbano e più in generale quello del paese, che si sta facento ideologicamente “nazione”, ma che sta nel contempo, progressivamente, perdendo la ricchezza di valori che ne hanno consentito, pur fra mille contraddizioni, il progresso in termini di diritti e umanità. Così nonostante un calo dei reati gravi, la percezione d’insicurezza viene spacciata come alta e la richiesta di repressione sembra l”unica ricetta accettando perfino di perdere pezzi della propria libertà e privacy. Una situazione pericolosa che abbiamo storicamente già visto come propedeutica a periodi bui, anzi neri, della nostra storia nazionale.  Un primo abbozzo di soluzione potrebbe essere quello di introdurre un concetto di  “sicurezza integrata”, questa visione multidimensionale della questione deve affrontare non solo la criminalità, ma anche i problemi sociali ed economici delle città. Le aree a maggior disagio devono diventare un punto centrale delle politiche di sicurezza intese non come semplice presenza armata della Stato, ma con investimenti in infrastrutture sociali come impianti sportivi o semplici centri di aggregazione, per contrastare la marginalità e promuovere una cultura di coesione sociale. La sicurezza quel punto vien da se.

Fabio Folisi