In Friuli si convive con l’atomica da decenni ma “ufficialmente a nostra insaputa”. Interrogazione alla Ue
I cittadini del Friuli Venezia Giulia sanno di convivere con un arsenale nucleare? La domanda più che legittima come FriuliSera l’abbiano, negli anni, posta più volte dando da tempo la risposta: non tutti e soprattutto non ufficialmente sanno di convivere sopra un potenziale letale. Grazie anche all’indolenza dei grandi media e alla colpevole omertà di gran parte della politica, le notizie sono state silenziate. In realtà da decenni IAL ANA (International Association of Lawyers Against Nuclear Arms) l’associazione internazionale di legali che operano per l’eliminazione delle armi nucleari e il rafforzamento del diritto internazionale umanitario, con status consultivo presso le Nazioni Unite, aveva denunciato il velo di silenzio sul pericolo atomico che gli italiani corrono ogni giorno a causa degli ordigni nucleari custoditi nelle basi di Aviano (Pordenone) e Ghedi (Brescia). Pericolo relativo anche al fatto di essere chiaramente obiettivi strategici per un eventuale “nemico” nucleare. Agli allarmi degli esperti non era però quasi mai stata corrisposta giusta eco mediatica, anzi si era preferito negare la presenza di ordigni nucleari. Ogni tanto però filtravano notizie che contraddicevano la narrazione “ufficiale”, come nel 2018, quando con grande disinvoltura filtrò la notizia dell’esito di un bando di gara emesso dal Ministero della Difesa (italiano) per la costruzione all’interno dell’aeroporto di Aviano di un “vault support facility”. La sigla che pare evidenziare una inoffensiva struttura tecnica è in realtà quella che nel linguaggio militare Usa e che il Ministero della Difesa italiano non volle tradurre in idioma italico, identifica un fabbricato da adibire alla revisione e manutenzione delle bombe atomiche, quelle bombe di cui ancora oggi si parla con estrema parsimonia obbedendo al fatto che il regolamento del Pentagono vieta espressamente di divulgare notizie sugli arsenali nucleari all’estero. Risultato è che la “difesa” italiana, spesso più realista del re, ha evitato di parlarne con sufficiente trasparenza per non dispiacere all’alleato. Almeno fino ad oggi, dove “l’alleanza” è stata messa in discussione dalle politiche trumpiane. Così la questione della trasparenza sui piani di emergenza nucleare relativi alla base militare di Aviano e ai porti dell’Alto Adriatico è arrivata ufficialmente a Bruxelles, ma purtroppo con esiti che lasciano irrisolti i nodi sollevati da anni da associazioni civiche e amministrazioni locali (e da qualche testata). A portare il tema all’attenzione delle istituzioni europee è stata Cristina Guarda, eurodeputata italiana del gruppo dei Verdi/Alleanza Libera Europea, che il 25 novembre 2025 ha presentato un’interrogazione parlamentare con richiesta di risposta scritta alla Commissione europea, nell’ambito delle prerogative del Parlamento europeo. L’interrogazione, registrata con il numero E-004679/2025, richiama la direttiva 2013/59/Euratom, che impone agli Stati membri obblighi in materia di radioprotezione e informazione alla popolazione.
Nel testo vengono citate tre aree considerate particolarmente sensibili: la base aerea di Aviano, in provincia di Pordenone, indicata come sito che ospita ordigni nucleari; il porto di Trieste; e il porto di Koper-Capodistria, in Slovenia, entrambi utilizzati per il transito e la sosta di navi militari a propulsione nucleare. Guarda ricorda che da anni associazioni civiche sollecitano senza successo i prefetti di Pordenone e Trieste e il sindaco di Capodistria a rendere disponibili i piani di emergenza nucleare, mentre diversi enti locali hanno approvato mozioni contro la presenza di navi militari nucleari nei porti.
Alla luce della mancata trasparenza, che secondo l’eurodeputata contraddice gli obblighi comunitari in materia di protezione civile e radioprotezione, e considerando il timore crescente dei cittadini legato all’evoluzione delle guerre in corso, l’interrogazione chiede alla Commissione quali azioni intenda intraprendere per verificare l’applicazione della direttiva, se intenda sollecitare le autorità italiane e slovene a garantire l’accesso pubblico alle informazioni sui piani di emergenza e se non ritenga necessario rafforzare la normativa europea sul rischio nucleare.
La risposta della Commissione europea, tuttavia, chiarisce con nettezza i limiti delle competenze dell’Unione. Secondo l’esecutivo comunitario, la direttiva Euratom non impone la pubblicazione integrale dei piani operativi di emergenza, ma soltanto la diffusione di informazioni considerate adeguate alla popolazione. La decisione su quali documenti rendere pubblici resta dunque di competenza esclusiva delle autorità nazionali. Quindi come nel gioco dell’Oca si torna indietro di molte caselle e la situazione resta opaca.
Ancora più significativo infatti è il passaggio in cui la Commissione richiama la giurisprudenza dell’Unione europea per ribadire che il trattato Euratom e il diritto derivato si applicano esclusivamente agli usi civili e pacifici dell’energia nucleare. Gli usi militari, comprese le armi atomiche e le navi militari a propulsione nucleare, sono esclusi dall’ambito di applicazione del diritto europeo. Di conseguenza, Bruxelles afferma di non avere il mandato per occuparsi di ordigni nucleari presenti in basi militari o del traffico di navi militari nucleari nei porti.
L’interrogazione di Cristina Guarda, pur non ottenendo un impegno operativo da parte della Commissione, ha contribuito a chiarire il quadro istituzionale: la richiesta di trasparenza sui rischi nucleari legati a infrastrutture militari non può essere risolta a livello europeo, ma resta una responsabilità diretta dei governi nazionali e delle autorità locali. Bruxelles prende atto delle preoccupazioni dei cittadini, ma rinvia la questione a Roma e Lubiana, lasciando aperto il conflitto tra esigenze di sicurezza, segretezza militare e diritto delle popolazioni a essere informate sui rischi che insistono sui loro territori.
Nota: Sono fra 25 e 50 le bombe atomiche USAcustodite ad Aviano, base aerea, gestita dalla U.S. Air Force che ospita testate nucleari statunitensi (probabilmente bombe B61) nell’ambito degli accordi di condivisione nucleare NATO. Gli ordigni pronti all’uso sono di proprietà USA e possono essere impiegati da caccia americani (F-16, F-35).
Sebbene il Trattato Euratom si concentri sull’uso civile dell’energia nucleare, la presenza di tali armi solleva questioni di sicurezza radiologica, applicazione delle direttive UE e monitoraggio dei materiali. Aviano è uno dei siti in Europa (insieme a Ghedi in Italia, Kleine Brogel in Belgio, Büchel in Germania, Volkel in Olanda e Incirlik in Turchia) che ospita armi nucleari tattiche statunitensi. Queste armi sono sotto il controllo degli Stati Uniti anche se l’Italia ha recepito la direttiva 2013/59/Euratom (tramite il D.lgs. 101/2020) che impone standard di sicurezza elevati contro i pericoli derivanti dalle radiazioni ionizzanti. Interrogazioni parlamentari recenti (2025-2026) hanno evidenziato la necessità di rendere pubblici i piani di emergenza radiologica per la base di Aviano, dati i rischi per la popolazione locale. La gestione della sicurezza, la protezione della salute pubblica dalle radiazioni e la gestione dei materiali nucleari (anche se destinati ad uso militare) coinvolgono le competenze Euratom sulla radioprotezione ma la cosa pare interessi poco, meglio concentrarsi sul festival di Sanremo.




