In memoria di Giulio Giorello, filosofo della scienza vittima del coronavirus

Il 15 giugno 2020 è scomparso a Milano per le conseguenze del coronavirus Giulio Giorello, filosofo, matematico, curioso di vita e di culture, studioso di libertà. Il 15 giugno 2019, un anno esatto prima, aveva onorato Cervignano della sua presenza, con una conferenza intitolata “Libertà dell’arte e del pensiero scientifico (a partire da Leonardo)”, quinta e conclusiva del ciclo “Le vie di Leonardo”. Il ciclo di incontri era nato dalla collaborazione tra Assessorato alla Cultura di Cervignano, Casa della Musica, ARCI di Cervignano e Mathesis di Udine. Presentava Walter Zele. Quel sabato il professor Giorello aveva con sé alcuni libri, tra i quali Andrea Emo, In principio era l’immagine. Era un estimatore di Emo, avendolo citato in altri luoghi e su altri temi, ad esempio sulla figura che lui stesso, Giulio Giorello, incarnava: «Il filosofo è mezzo scienziato, mezzo artista, e interamente (poiché non vi può essere una terza metà) sacerdote». Credo lo fosse, alla sua maniera sempre originale. Insomma, ci parlò di Leonardo, della sua immensa autonomia, del modo in cui intendeva la conoscenza, privo di significato morale ma teso a guardare le cose dal punto di vista delle cose stesse, del suo amore per il cosmo, dell’anelito di libertà che lo spingeva a liberare gli uccelli costretti in gabbia. E mentre discorreva citava via via Galileo, Bruno, Newton, Brecht, Russell, in un’apologia della libertà della scienza come valore essenziale per il proseguimento della (nostra) vita civile. Fu contento dell’accoglienza e del calore del pubblico. Lo fui anch’io perché in quell’incontro di due giorni potei parlare con un uomo che era stato, era ed è punto di riferimento centrale del mio sguardo sulla matematica, sulla libertà, sulla libertà della matematica. La prima volta in cui avevo potuto rivolgergli la parola corrispondeva solo a pochi mesi prima, nei brevi minuti preziosi in cui avevamo camminato per le vie di Udine discorrendo di una delle sue numerose passioni, quella per i fumetti (con un cenno ad un altro amore, quello per il western). Conoscevo La filosofia di Topolino, scritto con Ilaria Cozzaglio, e il precedente La scienza tra le nuvole, frutto della collaborazione con Pier Luigi Gaspa, anche se la mia frequentazione con le opere di Giulio Giorello era cominciata in gioventù quando, su suggerimento di un amico fisico, avevo letto quel suo libro, scritto in nove anni – e che mi aveva fulminata – dal titolo geniale Lo spettro e il libertino, Teologia matematica libero pensiero. È uno splendido testo, provocatorio, intenso, in cui matematica e filosofia si parlano dialogando su zero, infinito, infinitesimi, fantasmi, litiganti, ribelli, il tutto sulla falsariga del Don Giovanni di Da Ponte e Mozart. L’orizzonte in cui si muove Giorello è chiaro. «E’ la struttura delle preferenze di alcuni di noi che porta a scegliere questi e non altri valori, e segnatamente a riconoscerci eredi di Eraclito, il principe di Efeso che insegnava che “il conflitto è signore di tutte le cose” e che potrebbe venir considerato “l’inventore” della democrazia intellettuale»: sono parole che Giorello scrive nella Premessa di questo libro, datata Milano, giugno 1985. A Cervignano il nostro tempo a disposizione fu più generoso. Potemmo visitare la Basilica di Aquileia, luogo in cui vidi l’accademico attento e curioso che ascoltava rapito le parole della giovane guida che spiegava a lui, esperto di simboli e miti, la figura di Giona che compare tra i magnifici mosaici della Basilica. Parlammo di alberi, seduti su una panca tra gli alberi del lato Basilica, e di ciò che le piante “vedono”, “annusano”, “ricordano”. Mi consigliò il libro di Daniel Chamovitz, Quel che una pianta sa, Guida ai sensi del mondo vegetale, pubblicato nella collana Scienza e idee che dirigeva per Raffaello Cortina Editore. Pranzammo in quattro, il professor Giorello, la moglie Roberta Pelachin, mio figlio ed io (più Ipazia, la cagnolina) in agriturismo. Amava il verde – è nota infatti la sua passione per l’Irlanda, terra e cultura – e si interessò delle coltivazioni e del vigneto in cui eravamo immersi. Stava bene. Lo vidi l’ultima volta a Udine ad una conferenza che tenne assieme a Silvano Tagliagambe, suo amico, coetaneo e compagno di studi alla scuola di Ludovico Geymonat. Uomo del dialogo, collaborò con Carlo Maria Martini alle Cattedre dei non credenti. Nella decima, intitolata Orizzonti e limiti della scienza, apparsa sempre nella collana Scienza e idee, dice – lasciandoci così un messaggio di forte profondità - che «in ogni esperienza di liberazione vi è una forte componente di violenza» e, continuando, che «la violenza è propria di ogni assoluto. Tuttavia, c’è un punto che è, forse, la salvezza e insieme la perdizione del filosofo: se lo imponiamo, l’assoluto non è più un assoluto, si è già dissolto, relativizzato. È diventato l’idolo; la faccia della divinità è già altrove. Di nuovo, è l’esperienza della nostra finitezza che in qualche modo, paradossalmente, ci salva. Ci salva con la rinuncia alla salvezza, e all’imposizione di questa salvezza agli altri. E tutto ciò ha nome libertà». In conclusione «forse, è questo “dubio” (G. Bruno) che meglio incarna il senso della responsabilità filosofica, dell’apertura all’altro in quanto tale: ciò che il cristianesimo chiama “amore”». Grazie professor Giorello per la generosità dei suoi molteplici

Dianella Pez