In merito all’uso della storia, la temperanza è una virtù democratica

Il confronto politico, un po’ a tutte le latitudini dei sistemi democratici, tende a degenerare proponendo scontri più tra nemici piuttosto che tra competitori alla ricerca di soluzioni per il proprio “popolo”. Peraltro dove la democrazia non c’è, neppure formalmente, il confronto non ha bisogno né di tolleranza né di temperanza.
Insomma, alla fine sembra imperare la parola d’ordine “chi la spara più grossa ha ragione”.
La cosa non riguarda però solo la politica: ad esempio nel dibattito sul cambiamento climatico e le sue cause i negazionisti a corto di argomenti, non accontentandosi delle posizioni di potere che permettono ogni interdizione possibile ad un agire coerente, costruiscono immagini caricaturali di Papa Francesco e di Greta Thurnberg per sminuirne il ruolo di portavoce di chi richiede un impegno serio. Trasformano così un dibattito scientifico in una rissa da pub.
La degenerazione ha poi superato limiti di decenza su aspetti della memoria sul dramma della Shoà e qui da noi sul confronto tra nazionalismi nella ex Venezia Giulia. Queste due vicende storiche hanno sedimentato conoscenze che ne potrebbero fare dei capisaldi di una cultura umana che sa imparare dagli errori del passato la costruzione di basi condivise del vivere civile.
Le esperienze dei totalitarismi ideologici, razziali e nazionalisti del secolo scorso che non si esauriscono nel binomio fascismo-nazismo e comunismo ma che hanno contaminato anche i percorsi di modernizzazione delle “potenze democratiche”, sono una eredità su cui riflettere, ma non su cui costruire i riferimenti per le relazioni politiche future. E tantomeno per mettere in piedi delle fiction sperando che la commozione determini parte dei risultati elettorali.
Alcune considerazioni. Liliana Segre è una testimonianza preziosa che deve perforare il cervello di chiunque per età o disattenzione non conosca la realtà della Shoà, ma non può essere trasformata in una “madonna pellegrina” delle rappresentanze di sinistra in tutti i Consigli e-mozionabili. A parte talora l’improponibile uso di S. Giuseppe-Almirante, il miserando centro-destra italiano non si ritiene scemo e si contrappone elegantemente, non rivendicando la paternità o la negazione dei campi di sterminio (come potrebbe fare qualche sprovveduto succube di Casa Pound), ma sorpassando la sinistra in entusiasmo filosemita. Nulla di meglio che condividere in toto la destra di Israele e scagliarsi , in nome di una lotta all’antisionismo, contro ogni critica su comportamenti inaccettabili, sia per l’ONU che spesso per la stessa magistratura di Tel Aviv.
Sarà furbizia o sarà ignoranza, ma quanto è avvenuto in Consiglio regionale del F-VG non è cantierabile, proprio nel senso che da lì non si può costruire nulla.
Analogo discorso vale per le vicende ultra centenarie del confine orientale, per quello che è stato un conflitto tra “nazionalismi” e governi che lo interpretavano e diffondevano secondo logiche che oggi dovremmo considerare aberranti, e che furono comuni a tutte le contrapposizioni analoghe di una Europa devastata mentalmente fino a ben dopo la fine della seconda guerra mondiale. La ricerca della purezza della “nazione” e della sua sovranità sul territorio di presenza, i conseguenti massacri e spostamenti forzati di milioni di esseri umani hanno caratterizzato quella storia e la dottrina Wilson invece di prevenirla l’ha attizzata.
Dalle nostre parti si tende spesso a interpretare in termini di fascismo e antifascismo i momenti di acuita differenza nel leggere i fatti storici avvenuti in questa area, come mesi fa è capitato con il centenario dell’impresa Dannunziana di Fiume. E come annualmente si segnala nella celebrazione della battaglia di Tarnova per i reduci della X Mas.
Ma quanto è avvenuto nella ex Venezia Giulia dell’Impero italiano alla fine della guerra solo in parte appartiene a queste narrazioni. Ad esse deve aggiungersi l’intersecarsi con la costruzione dei rapporti politici dopo Yalta, facendo concentrare in un luogo geografico il conflitto sociale-ideologico con quello “nazionale”. Ne deriva una complessità non riconducibile ad essere tradotta in slogan.
Ora si vuole con atto legislativo contrastare il “negazionismo” delle “foibe e dell’esodo”, che peraltro non esiste, ma accanto a ciò anche un eventuale “giustificazionismo” o “riduzionismo”. Insomma c’è una verità assoluta da proclamare per scelta di egemonia politica, confondendo l’interpretazione dei fatti storici con il dolore umano di chi li ha subiti, e possibilmente assolvendo ogni errore o aberrazione che l’epoca dei nazionalismi ha fatto commettere.
E talora si finisce anche nel ridicolo come sta succedendo in questi giorni con la negazione di sale pubbliche per la presentazione di un libro di puro giornalismo investigativo come “Il Martire Fascista” di Adriano Sofri.
Probabilmente la voglia di sovranismo comincia a dare alla testa ai suoi adepti, salvo ricordare che, nelle aree di frizione, ad ogni nazionalismo se ne affiancano uno o più altri, ed alla fine non resta che menar le mani. Per un Salvini-Meloni che difende i nostri confini, ci sono un Jansa e un Orban che difendono i loro. Ma, sono gli stessi?

Giorgio Cavallo