Innovativo studio sulla poesia Ulisse: Saba poeta dell’Amore mai appagato

Nel dicembre del 1946, settantacinque anni fa, Umberto Saba pubblicava Mediterranee, un libro di poesie che si chiude con la ben nota Ulisse: ----------Nella mia giovanezza ho navigato
lungo le coste dalmate. Isolotti
a fior d’onda emergevano, ove raro
un uccello sostava intento a prede,
coperti d’alghe, scivolosi, al sole
belli come smeraldi. Quando l'alta
marea e la notte li annullava, vele
sottovento sbandavano più al largo,
per fuggirne l’insidia. Oggi il mio regno
è quella terra di nessuno. Il porto
accende ad altri i suoi lumi; me al largo
sospinge ancora il non domato spirito,
e della vita il doloroso amore.

Quando Mediterranee viene posto dall’autore all’interno e in conclusione del Canzoniere, a Ulisse spetta il ruolo di sigillare il libro di una vita, fino a che (ben oltre dopo la morte del poeta) il Canzoniere non si allarga a comprendere le poesie successive. Fin da sùbito e senza molte variazioni ermeneutiche, la poesia è interpretata dalla critica nell’ottica di un’identificazione tra poeta e eroe – un Ulisse tanto omerico quanto dantesco – che, instancabile, ancora solca i mari alla ricerca di nuove esperienze, rifiutando risolutamente la tentazione dell’approdo a un porto sicuro. Ma siamo proprio sicuri che Saba, ormai anziano, volesse dipingersi proprio così? Nel suo ultimo libro Ulisse, o dell’Amore (Quodlibet, 2021) il ricercatore dell’Università di Udine Carlo Londero incrina la vulgata critica. Per mezzo di una ricca e approfondita analisi filologica, stilistica e metrica, lo studioso propone una nuova e più aderente chiave di lettura della poesia, indissolubilmente legata al tema dell’Eros. Il tema dell’Amore, del resto, pervade non solo quasi per intero Mediterranee, ma anche una buona parte del Canzoniere. Ecco allora che privata del titolo, difficilmente si saprebbe ricondurre la poesia all’eroe greco. Sotto la patina odisseica, lo studio di Londero scorge in Ulisse il piano metaforico della navigatio vitae. L’io lirico non riuscirebbe a raggiungere «il porto» (figura di sicurezza, compimento, anche di morte) perché, oggi come nella «giovanezza», Eros lo «sospinge ancora», lo conduce capricciosamente «al largo» senza che possa scorgere una meta. È l’incessante innamoramento, la presenza costante di Amore, della passione amorosa mai sopita o completamente appagata, a turbare la navigatio dell’io. Il saggio non prende in esame esclusivamente la poesia Ulisse. Londero è attento a calare l’analisi nel contesto storico e letterario nel quale Saba è vissuto, intessendo utili rimandi intertestuali con l’opera poetica e in prosa dell’autore. Anche la tradizione letteraria viene chiamata in causa dal nuovo studio. Per leggere correttamente la poesia, secondo lo studioso è necessario guardare al Dante della Commedia (ma non a quello del XXVI canto di Ulisse…) e al Canzoniere di Petrarca. Entrambi gli autori offrono appigli ermeneutici assai rilevanti per svellere Ulisse da un commento acritico e stereotipato, e collocarla con più fondatezza nella lirica erotica. Non manca una disamina, sempre interna al contesto letterario, con altre famose poesie ulissiache dell’Otto-Novecento (Pascoli, D’Annunzio Graf, Gozzano); ma qui sono più le differenze che le congruenze, a dimostrare che sì, la poesia ammicca consapevolmente al tema del mito odisseico ripreso (e variato) da Dante e riemerso tra Otto e Novecento, ma vuole significare altro: è la constatazione, la presa di coscienza (dopo un’intera esistenza) che è Amore a governare la vita (anche in vecchiaia) di Saba, senza che vi sia una soluzione.