Ipocrisie, ignoranza e contraddizioni del potere

Nell’anniversario del disastro di Marcinelle, l’incidente avvenuto l’8 agosto del 1956, quando il crollo di una miniera di carbone in Belgio causò la morte di 262 minatori, tra cui 136 migranti italiani, il capo politico del Movimento 5 Stelle e ministro del Lavoro Luigi Di Maio, quando i giornalisti gli hanno chiesto un commento, ha risposto:
«Io penso soltanto che queste tragedie che noi ricordiamo ci devono portare a fare delle riflessioni. Per esempio, la riflessione che suscita in me Marcinelle è che non bisogna partire. Non bisogna emigrare e dobbiamo lavorare per non far più emigrare i nostri giovani. il mio pensiero va a loro quando penso a tragedie come questa»
Il commento ha suscitato ilarità e critiche, però la questione è più seria e non si può liquidare con una battuta. Cosa è successo a Marcinelle lo sappiamo, perché più della metà delle vittime erano italiani non a tutti è chiaro, credo nemmeno a Di Maio il quale usa la commemorazione per ribadire che non bisogna emigrare. Crede che gli uomini andassero a lavorare in miniera per arricchirsi o per fare, non possiamo dire una crociera, ma un viaggio di piacere?
Vediamo come è andata.
Con il Protocollo del 23 giugno 1946 di decide il trasferimento di 50.000 lavoratori nelle miniere belghe, alle seguenti condizioni”
“1) Il Governo italiano, nella convinzione che il buon esito dell'operazione possa stabilire rapporti sempre più cordiali con il Governo belga e dare la dimostrazione al mondo della volontà dell'Italia di contribuire alla ripresa economica dell'Europa, farà tutto il possibile per la riuscita dei piano in progetto. Esso provvederà a che si effettui sollecitamente e nelle migliori condizioni l'avviamento dei lavoratori fino alla località da stabilirsi di comune accordo in prossimità della frontiera italo-svizzera, dove a sua cura saranno istituiti gli uffici incaricati di effettuare le operazioni definitive di arruolamento.
2) Il Governo belga mantiene integralmente i termini dell' "accordo minatore-carbone" firmato precedentemente. Esso affretterà, per quanto è possibile, l'invio in Italia delle quantità di carbone previste dall'accordo.
3) Il Governo belga curerà che le aziende carbonifere garantiscano ai lavoratori italiani convenienti alloggi in conformità delle prescrizioni dei l'art. 9 dei contratto tipo di lavoro; un vitto rispondente”
Si scambia manodopera con carbone di cui l’Italia necessitava.
La vita in miniera era pericolosa.
Tra il 1946 ed il 1963 gli italiani morti nelle miniere in Belgio furono 867 su un totale di 1126 vittime. Tra le cause dei decessi figuravano in primo luogo le frane (59,2%), i trasporti (14,3%), il grisù (9,4%), le esplosioni (4,7%) e le cadute nei pozzi (4%). (Cfr. A. Seghetto, R. Nocera, Il Belgio degli italiani.)
Nel 1957 il salario di un minatore abatteur di fondo poteva variare a seconda della produzione da 200 a 500 franchi al giorno. (Cfr. Haute Autorité de la CECA, Division des Statistiques, Salaires charbonnages: enquête statistique en Belgique, 1957, in Archives Historiques Union Européenne )
Le cifre sugli immigrati che «rifiutavano di scendere una seconda volta» variano sensibilmente. Secondo la testimonianza di alcuni delegati di Fédéchar, tra 250 e 500 uomini ogni convoglio di 2.000 immigrati rompevano immediatamente il contratto. Le statistiche del Ministère de l’Emploi et du Travail forniscono cifre largamente inferiori: 3.898 operai in rottura immediata di contratto nel 1947, 13.708 ne 1948, 4.120 nel 1949, 163 nel 1950, 3.919 nel 1951 e 3.096 nel 1952. Più in generale, secondo un rapporto dell’ambasciata belga a Roma, sugli 85 convogli che tra il 1946 e il 1948 trasferirono in Belgio 62.056 uomini, solo 40.000 parteciparono effettivamente alla battaglia del carbone. 5.000 sarebbero stati indirizzati verso altri settori industriali, 3.951 sarebbero stati dichiarati inadatti e rinviati al paese di provenienza e 9.586 avrebbero volontariamente rotto immediatamente il contratto. Cfr. P. Tilly, Les Italiens de Mons-Borinage.
Sui dati non c’è unanimità, di sicuro molti rinunciavano per la pericolosità e la fatica.
Erano stati convinti a lasciare il proprio paese da allettanti manifesti rosa della Federazione Carbonifera Belga, che presentavano unicamente gli aspetti positivi e vantaggiosi di questo lavoro: salario medio giornaliero, assegni familiari, ferie, premi di natalità, alloggio e carbone gratuiti, ecc.
Il manifesto si concludeva con un invitante appello:
“Approfittate degli speciali vantaggi che il Belgio accorda ai suoi minatori. Il viaggio dall'Italia al Belgio è completamente gratuito per i lavoratori italiani firmatari di un contratto annuale di lavoro per le miniere. Il viaggio dall'Italia al Belgio dura in ferrovia solo 18 ore. Compiute le semplici formalità d'uso, la vostra famiglia potrà raggiungervi in Belgio”.
Di Maio dice che non bisogna emigrare e neanche immigrare. I minatori abbandonavano il proprio paese costretti dalla fame, provenivano da ambienti con poche risorse, molti anche dal Friuli, soprattutto dalle zone montane. Sono stati ingannati da una propaganda mendace, traditi dal loro stesso Paese in cambio di carbone. Certo ognuno credo vorrebbe restare a casa sua, avendo però di che sopravvivere.
Chi paga il conto sono sempre i poveri, i ricchi non emigrano, viaggiano.

L.A.

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