IPPOLITO CAFFI TRA VENEZIA E L’ORIENTE. 1809-1866

 
Si è inaugurata a Venezia, presso le sale del Museo Correr in Piazza San Marco, una mostra dedicata al pittore artista-patriota Ippolito Caffi (Belluno 1809 – Lissa 1866). La mostra è prodotta e promossa da Fondazione Musei Civici di Venezia, con Civita Tre Venezie, a cura di Annalisa Scarpa. Caffi è stato un fervente patriota, che ha sostenuto fino alla fine la repubblica di Venezia contro l’Austria e ha lottato per l’unità d’Italia. A 150 anni dalla sua morte e dall’annessione di Venezia e del Veneto all’Italia, questa grande mostra intende celebrare il più innovativo vedutista dell’Ottocento, che ebbe fama tra gli artisti d’epoca, e un successo di vendite, al punto che tra i suoi estimatori vi fu anche lo stesso principe d’Austria.
Negli anni giovanili Caffi vivrà a Venezia dove frequenterà l’Accademia di Belle Arti. In seguito, nel 1832, raggiungerà a Roma il cugino-maestro Pietro Paoletti, dove si dedicherà essenzialmente alla veduta. Da quel momento in poi sarà sempre in viaggio/esilio per motivi politici. Per il suo spirito indipendente, curioso, libertario, ed anche per la sua perenne avversità al dominio austriaco a Venezia. Ispirato dalle fonti letterarie come Chateaubriand e Hugo e dagli audaci viaggi dell’esploratore padovano Giambattista Belzoni, nel settembre del 1843 a Napoli si imbarcherà per l’Oriente in un viaggio avventuroso che durerà sei mesi. Sarà ad Atene e poi a Smirne, visiterà Costantinopoli, Efeso e poi andrà in Egitto. Rientrerà in Italia con una serie di meravigliose tavole, schizzi e appunti delle descrizioni dei luoghi visitati. Nel febbraio del 1844, fu tra i primi a partecipare nel 1847 a un’ascensione in mongolfiera insieme all’aeronauta francese François Urban e questa sua esperienza lo ispirò a realizzare dei quadri dal tono romantico. Ancora a Venezia, nel 1848 sarà capitano della Guardia Civica ed assisterà da vicino al bombardamento notturno su Forte Marghera (25 maggio 1849) da parte egli austriaci, dal quale realizzerà un celebre quadro. Alla resa della città lagunare, Caffi sarà costretto a fuggire, perché su di lui pende un’accusa di “crimine di violenza pubblica”. Andrà a Roma, Genova, Torino, e poi Nizza, in Svizzera, e poi Parigi, Londra, dove presenterà le sue opere sia all’Esposizione Universale, ed anche in Spagna (Madrid, Barcellona). Solamente nel 1858, una volta prosciolto dalle accuse, poté far ritorno nella sua amata Venezia insieme a sua moglie, Virginia Missana. Arrestato di nuovo dagli austriaci, trascorrerà tre mesi nel carcere di San Severo come detenuto politico. Una volta scontata la pena sarà a Milano, poi a Napoli, dove si unirà all'esercito garibaldino. Dopo il 1860, con l'Unità d'Italia, ritornerà a Venezia e riprenderà a dipingere. Nel 1862 per decreto di Vittorio Emanuele II diventerà cittadino italiano e sarà nominato “cavaliere”. Nel 1866, allo scoppio della Terza guerra d’Indipendenza dall’Austria, l’artista si imbarcherà a Taranto su una nave italiana. Morirà a soli 57 anni nell’affondamento della nave “Re d’Italia” durante la battaglia di Lissa.
Per la prima volta, dopo cinquant’anni, viene esposto integralmente al Correr il fondo di oltre 150 dipinti - conservati abitualmente nei depositi di Ca’ Pesaro - e donato dalla vedova alla città. Degno successore di Canaletto e di Pietro Bellotti, ai quali si accosta per le nitide vedute di Venezia e per la forte prospettiva, Caffi ha inoltre una mano raffinata per rappresentare la suggestione della luce, colta in qualsiasi luogo e ora del giorno: dal deserto arabo alle soglie del vento del Simun, in Nubia, ai resti dei colonnati di Tebe al Partenone d’Atene, al romano Colosseo e a certe vedute delle coste liguri e campane. Le sue opere sono quindi anche dei reportage del tempo, di luoghi lontani e affascinanti. Ma anche le illuminazioni artificiali riescono bene all’artista; come la serie dei quadretti sui “Moccoletti” durante il carnevale romano (1837) che gli diedero la notorietà ed anche una buona remunerazione con le sue varie riproduzioni. E ancora, i fuochi rappresentati come bagliori ne “L’ultima dimostrazione fatta a Pio IX il 10 febbraio 1848”, o il “Bombardamento notturno a Marghera del 25 maggio 1849” che lo vide spettatore privilegiato, in quanto capitano della Guardia Civica, e ancora “Roma: Colosseo illuminato a bengala” (1856), Così come l’imponente l’olio su tela “Venezia: Serenata innanzi alla Piazzetta di San Marco” (1858-1865) dove la luna che si intravede nascosta dalle nubi in un cielo senza stelle sopra il Bacino è come un faro che sovrasta un momento magico: intanto due fuochi, uno rossastro vicino alla riva, nascosto dalle imbarcazioni, ed un abbagliante bengala bianco, celato dall’angolo del Palazzo Ducale creano altri due punti luce per le facciate degli edifici e per le colonne di Marco e Todaro in un luogo senza illuminazione pubblica. Solamente i puntini delle lanterne a bordo delle gondole fanno da supporto alla luce notturna. Nel generoso lascito sono compresi anche i disegni sciolti e i suoi taccuini pieni di annotazioni, schizzi e bozzetti preparatori di alcuni suoi dipinti, conservati al Museo Correr, tutti ancora da riscoprire. L’eredità di un artista che ha voluto sempre vivere la storia del proprio tempo da vero protagonista.

Andrea Curcione

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