Italia metà jeans, metà mimetica

Certo che l’immagine di Matteo Renzi che ispeziona un picchetto d’onore metà in jeans e metà in mimetica, sembra proprio l’icona dell’attuale empasse italiana sulla Libia. Da un lato dagli Usa arrivano indiscrezioni su un piano di battaglia dettagliato per aggredire la crescente minaccia dell’Isis insieme agli alleati Italia, Francia e Regno Unito, dall’altro il Premier italiano che esclude l’opzione militare e sceglie come palcoscenico, i lustrini e le avvenenti forme burrose di Barbara D’Urso, provocando comunque la reazione dell’ambasciatore Usa a Roma, John Phillips. Il diplomatico a distanza di tre giorni dall’intervista al “Corriere della Sera” nella quale il diplomatico parlava di 5000 militari italiani da impegnare nel paese nordafricano, compie una piroetta riparatoria. Insomma miracoli della diplomazia, l’ambasciatore parla di nessuna raccomandazione da parte degli Stati Uniti sul numero di uomini che l’Italia dovrebbe inviare in Libia. Il mio, dice in sostanza il rappresentante diplomatico, “non era affatto un suggerimento o di una raccomandazione da parte degli Stati Uniti. Ho semplicemente detto che l’Italia ha pubblicamente indicato la sua volontà di inviare circa cinquemila italiani. Per quanto riguarda la preparazione e la tempistica, si tratta di decisioni che non sono state ancora prese. Gli Usa lavorano con gli alleati, compresa l’Italia, per pianificare una coalizione per assistere Tripoli a creare un governo di unità nazionale e stabilire sicurezza”. Ma cosa aveva detto il premier italiano suggellato dall’autorevolezza della trasmissione “Domenica Live’. Matteo Renzi aveva puntato il dito di fronte alle notizie che parlavano di un’imminente intervento dell’Italia in Libia. “La guerra non è un videogioco, è una cosa seria e bisogna aver rispetto per le parole. Con cinquemila uomini a fare l’invasione della Libia, l’Italia con me presidente non ci va”. Domani comunque, sarà il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni a riferire a Senato e Camera in un’informativa urgente, alla luce della morte dei due operai della Bonatti e della liberazione degli altri due e per chiarire le intenzioni del nostro paese sull’intervento in Libia. Certo Gentiloni non l’ha l’autorevolezza del premier e neppure la location sembra adeguata agli standar degli studi televisivi per cui è difficile pensare a sorprese. Ma in realtà la situazione sembra complicarsi ed il rischio che sfugga di mano è elevato. Gli attacchi Isis alla Tunisia e il fatto che l’auspicato governo libico, che dovrebbe chiederci di intervenire, è ben lungi da essere in sella, ingarbugliano ancora di più la situazione. Il voto di fiducia previsto è saltato ripetutamente per mancanza di numero legale. Insomma niente fiducia al governo di unità nazionale libico del premier designato Fayez al Sarraj, spiegava, l’emittente Libyàs Channel. Già ieri la seduta era stata rinviata per mancanza di quorum «nonostante la presenza del presidente del parlamento, Aqila Saleh», riferiva l’emittente. Un tentativo di votare la fiducia era fallito anche la settimana scorsa e da metà febbraio vi sono stati altri tentativi infruttuosi da parte della presidenza di mettere al voto il varo dell’esecutivo. Intanto da roma il presidente del Copasir Giacomo Stucchi interpellato nel corso di SkyTg24 ha spiegato che “Occorre intervenire, qualcosa va fatto perché più passa il tempo più la situazione si incancrenisce” e c’è “il rischio” di una espansione “dell’Isis”. “La Libia è il paese che può creare i maggiori danni all’Italia”. Per questo “occorre confrontarsi con tutti” – Usa, alleati, governo libico – “per fare qualcosa. Non possiamo pensare che da sola la Libia possa fare qualcosa”, ha spiegato Stucchi.

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