La caccia ai fondi dell’unione. Quel che va bene all’Italia va bene anche al Friuli?

L’insegnamento base che il COVID ha lasciato all’umanità non è solo sanitario ma è un avvertimento storico. Le tempeste “distruttive” che sono in agguato possono essere provocate da manipolazioni umane che sfuggono al controllo e da un imprevedibile aggregarsi di elementi apparentemente anche naturali che vi si concatenano. Gli esempi della crisi del 2008 e dell’attuale pandemia si sono inoltre alimentati di risposte contraddittorie che ne hanno esasperato la portata.
Tali eventi non sono imprevedibili nel loro nocciolo costitutivo, basta ricordare i meccanismi assicurativi dei “subprime” nel default del 2008 e tutti i piani di gestione delle pandemie indicati dall’OMS e in genere tradotti in atti di stato. La imprevista portata dei fatti determina poi un affinamento delle risposte settoriali accompagnate dalla ricerca di innovazioni tecnologiche/scientifiche e alla messa in campo di strumenti finanziari di “rapida” cura o “recovery” come si usa dire oggi. Ma il prezzo dell’inseguimento diventa sempre più elevato e diventa un acceleratore che favorisce i rapporti di forza esistenti nella riattivazione di scontri globali e locali per egemonie sia geopolitiche che economiche e sociali.
In Europa, accanto all’abbandono degli imperativi di rigidità monetaria e alla ricerca di politiche neo Keynesiane, comincia a farsi strada la prospettiva della costruzione di società cosiddette “resilienti”, cioè in possesso per propria natura costitutiva di una organizzazione elastica in grado di far assorbire meglio i colpi che il destino “cinico e baro” predispone.
Sono società che valutano opportunamente i rischi accettabili in rapporto a determinati fenomeni conosciuti, quasi sempre identificabili in rapporto al territorio abitato (terremoti, alluvioni, fenomeni meteorologici), ma che riescono anche ad esprimere una organizzazione sociale ed economica che, pur nell’ambito di relazioni che oggi non possono non essere globali, si adatta rapidamente al mutare delle condizioni delle relazioni stesse attingendo a proprie autonome capacità di reazione. Questo può riguardare sia l’esistenza di una coesione sociale, che sa assorbire le difficoltà, sia la capacità di risposta in caso di crisi economiche, di variazioni nell’accessibilità a materie prime ed a prodotti di necessità, di distorsioni delle relazioni internazionali.
La domanda che sorge spontaneamente è quella della identificazione dello spazio politico amministrativo per perseguire gli obiettivi concreti di una società resiliente: può collegarsi al livello della appartenenza statale, magari vincolato ad una dimensione “regionale” sovrastatale di riferimento (come potrebbe essere per la UE), o piuttosto va visto sul piano prettamente territoriale caratterizzata da una specificità di fenomeni naturali, demografici, storici, antropici?
Probabilmente non esiste una risposta univoca a questo tema né una contraddizione nel considerare essenziale una azione multi livello. D’altronde cos’è il “Green new Deal” programmato dall’UE, particolarmente nella sua componente energetica ma anche per una economia circolare e nuove caratteristiche della mobilità, se non una “road map” di una Europa resiliente? E non va dimenticato che l’assessore regionale Scoccimarro, magari un po’ incoscientemente, pochi giorni fa ha annunciato la volontà della Regione F-VG di diventare un laboratorio pilota per l’attuazione dello stesso programma.

Quale protagonismo per la Regione F-VG
Vale quindi la pena di concentrare l’attenzione sulla nostra Regione. Si tratta di una questione concreta e di piena attualità. Significa nella pratica costruire una visione strategica di “intelligence” che si gioca sul piano dell’utilizzo delle risorse che nella futura fase “infra pandemica” (anche il 2008 fu una pandemia finanziaria) verranno messe a disposizione del territorio in cui viviamo. O meglio, si tratta di capire quanto è opportuno fare nella specificità della nostra dimensione regionale, tenendo conto di come opererà il sistema complessivo UE-Amministrazione centrale dello Stato italiano e rivendicando le risorse finanziarie adeguate per le azioni che ci riguardano nelle competenze che riteniamo di poter sviluppare.
Il dibattito generale si è aperto allargandosi in una miriade di necessità. Speriamo non diventi un assalto alla diligenza. Tiene conto di alcuni obiettivi pre determinati, non sempre virtuosi (dal “Green new Deal” di Ursula V. d. Leyen ai 200 miliardi dell’”Italia Viva” infrastrutturata del ministro De Micheli), si spezzetta nelle infinite potenziali azioni di “recovery” per una Italia malandata, ma deve anche potersi calare nella nostra dimensione territoriale.
Va dato per scontato che le ricadute dell’intervento statale dovranno di per sé garantire la ripartenza della economia anche con una funzionalità degli strumenti messi in campo nell’impedire che la burocrazia vanifichi il tutto. Il “prima noi” di Bonomi e le urla locali di Agrusti e Mareschi Danieli non resteranno inascoltate. Il sistema manifatturiero anche nella sua vocazione alla esportazione, le strutture logistiche e più in generale le relazioni economiche regionali dovranno trovare un più favorevole quadro di riferimento.
Quindi è auspicabile che la politica regionale accompagni con intelligenza e limite tali azioni. Ma esiste anche un terreno proprio che va identificato e su cui andrebbe concentrato il nostro interesse. Per farlo conviene rispondere alla domanda: quali sono gli elementi fondamentali per la costruzione nei territori del F-VG di un livello di resilienza superiore a quella attuale?
A mio parere ce n’è uno da risolvere in maniera sovra determinata rispetto ad altri, Per alcuni può sembrare una pura questione demografica. Io piuttosto lo definirei come la scomparsa di comunità dotate della capacità di attivare coesione sia nel gestire le proprie relazione interne che quelle esterne. Si tratta di comunità mancanti non solo nello spazio degli insediamenti di vita ma anche di comunità di interessi professionali, culturali, generazionali, capaci di contrastare il peso della post modernità con il suo esasperato individualismo nella lotta per la sopravvivenza.
Un piano di “recovery” locale, quindi necessariamente a guida regionale, non può fare a meno di cercare di interpretare le valenze demografiche ed urbanistiche per un percorso di rivalorizzazione delle comunità, anche nel loro collegamento con le attività economico-sociali che nel territorio devono potersi mantenere indipendentemente dagli alti e bassi del trading globale.
Se per gli stati membri è imperativa la spinta dell’UE verso un “Green new Deal” dell’economia e verso una moltiplicazione delle infrastrutture verdi e digitali, essa dovrà essere interpretata nell’ambito del sistema Regione F-VG secondo una propria prospettiva che permetta sostanzialmente di ricostruire comunità.
La faticosa elaborazione governativa italiana di una strada che permetta una dimensione di competitività per il sistema economico e sociale dello stato italiano deve permettere di costruire nei territori livelli superiori di resilienza rispetto alla imprevedibilità dei cicli e degli eventi.
Per il F-VG l’obiettivo non conflittuale rispetto a quanto si sta evidenziando a livello statale può essere identificato in una “competitività comunitaria”, in cui ci possa essere spazio per un qualche livello di salvaguardia territoriale con la capacità di esprimere una auto protezione che nasce da una egemonia interpretativa dei “valori d’uso” del territorio e delle sue risorse. Può darsi che questo concetto debba trovare nuovo fondamento giuridico in una rilettura degli spazi dell’autonomia speciale contrastando sia le velleità centralizzatrici statali sia l’uso a questo fine della legislazione europea e di accordi ormai datati proprio nella loro concezione ispiratrice neo liberista.
Il compito della Regione diventa allora quello di costruire uno schema delle priorità che vanno perseguite attraverso una programmazione che possa attingere risorse dalle disponibilità attuale. Non per fare concorrenza a quanto farà lo stato centrale, magari nella logica del più o meno uno dettato dai livelli propagandistici del sistema politico, ma proprio per attivare uno spazio proprio di interpretazione di quanto il “locus” ha bisogno per proiettarsi con più coscienza e sicurezza nel futuro.

Le priorità da perseguire:
Una interpretazione adeguata dei limiti attuali del Servizio Sanitario Regionale rispetto al sistema insediativo territoriale in rapporto alla organizzazione anche dei servizi socio assistenziali ed a una visione orientata ad un riequilibrio delle dinamiche di spopolamento delle aree interne e rurali;
Una politica di ricostruzione della capacità degli enti locali di base (Comuni singoli e/o associati) di rispondere ai bisogni di servizi dei propri territori e di dotarsi della capacità tecnica di amministrare le risorse umane e materiali disponibili, garantendo e favorendo l’auto organizzazione dei propri cittadini di attivare relazioni sociali ed economiche;
Accompagnare i bonus fiscali che lo stato mette a disposizione dell’edilizia con politiche di reinsediamento territoriale che permettano di trasformare in vantaggi gli attuali “gap” della dispersione e dell’abbandono, utilizzando le disponibilità tecnologiche e creando le condizioni di pari opportunità sociale utili al rafforzamento di comunità;
Definizione di uno spazio economico pubblico e/o comunitario che permetta di stimolare le capacità imprenditoriali di territorio nella gestione di risorse (e nella loro riproducibilità), nella fornitura di servizi essenziali per la vita di ogni giorno (ad es. energia, mobilità, comunicazioni anche virtuali), nella organizzazione di modalità di sicurezza per le emergenze sociali e ambientali che riguardano la vita collettiva;
La facilitazione di percorsi di integrazione delle comunità regionali, nel loro vario articolarsi, nello spazio di prossimità sovra statale per la costruzione di iniziative di comune comprensione di problemi territoriali, sociali ed economici. La prospettiva della costruzione di una Regione europea di Alpe Adria fatta di rapporti di comunità e non solo tra istituzioni sub statali ha bisogno di una particolare cura ed ha bisogno di concretizzarsi in iniziative che devono trovare ampio spazio nella programmazione europea 2021-2027.

Giorgio Cavallo