La fantasia al potere nei bilanci della Asp Moro di Codroipo. Ma dalla politica l’autoassolutorio: io non c’ero e se c’ero dormivo?

Facciamo il punto sulla vicenda dell’Asp Moro di Codroipo della quale ci siamo in passato  occupati a più riprese, sentendo quella tipica puzza di bruciato che si tramutava in olezzo. Un tipico esempio di “c’è del marcio il Danimarca” notoriamente espressione tratta dall’Amleto shakespeariano, usata facendo allusione a situazioni illecite, poco limpide”. Ora che la situazione fosse poco limpida lo dice anche la Procura di Udine che sta indagando nove “eccellenti” per ipotesi di reato di false comunicazioni sociali, rifiuto d’atti d’ufficio e peculato. Secondo gli inquirenti venivano appostati a bilancio come crediti verso assistiti, somme che ai sensi dell’art.2426 del codice civile andavano iscritte in bilancio al valore di “presumibile” incasso  per evitare eccessiva discrezionalità contabile e generando sopravvalutazioni economiche. In sostanza secondo l’ipotesi accusatoria erano, fra l’altro, messe a bilancio come esigibili somme relative a rette di degenza di ospiti deceduti per i quali il diritto dell’Asp a ricevere il pagamento era estinto da svariati anni per sopraggiunta prescrizione, ovvero per la materiale impossibilità di incassare i relativi importi. Una distrazione potrà dire qualcuno. Peccato che l’impossibilità di incasso risulterebbe accertata e documentato da tempo dallo “Studio legale Mauro” incaricato di verificare le possibilità di recupero. Vi sarebbero anche altri conti i cui importi, la cui inesigibilità era conosciuta dagli stessi vertici dell’Asp Moro fin dal 2014, ovvero stralciati in quanto derivanti da registrazioni contabili errate o frutto di duplicazioni anagrafiche. In sostanza secondo il castello accusatorio della Procura di Udine vi sarebbero nei bilanci dell’ente oltre 9 milioni di crediti inesistenti. In sostanza i bilanci sarebbero stati compilati con maestria contabile in modo da non far emergere la reale situazione economico-finanziaria nascondendo o almeno rendendo contabilmente “sbiadito” il pesante passivo, al fine di evitare il commissariamento e, cosa ancora più grave se provata, di aver usato fondi incassati dalla Regione per usi diversi da quelli previsti dalla normativa. Premettendo che avvisi di garanzia non sono e non possono essere considerate sentenze di colpevolezza, i fatti segnalati dalla Procura restano un segnale che la vicenda Moro che si trascina da troppi anni, non sarà per nessuno una passeggiata di salute. Come sempre accade quando la lente della giustizia si focalizza su personaggi noti e direttamente o indirettamente implicati con il mondo della politica, scattano ogni genere di dietrologie. Qualcuno parla di regolamento di conti, per altri la vicenda si sgonfierà come un soufflé poco cotto, di certo possiamo scommettere che quello che, almeno politicamente in questa vicenda fra l’altro considerato il “ras della zona” è il maggior responsabile, resterà nell’ombra pronto a scaricare sui sottoposti ogni responsabilità. Troppo furbo per non essersi premunito di adeguati paracadute, poco importa se dovrà scaricare su amici e fedeli ogni responsabilità. Del resto la storia degli ultimi anni in Fvg insegna che uno scribacchino al quale far assumere le responsabilità lo si trova sempre o quasi. Ma è giusto così, perché, cari elettori in ossequio allo slogan “io sono Fvg” ognuno ha la classe dirigente che si merita e alla quale, per dirla alla Trump, troppi sono sempre pronti a baciare il c…
Tornando alla mera cronaca dell’inchiesta siamo ancora alla fase preliminare, quella successiva alla conclusione indagini e relativa comunicazione degli avvisi di garanzia. Come accennato in apertura i reati contestati sarebbero stati commessi congiuntamente da più persone determinando a vario titolo diverse eventuali responsabilità. Il riferimento della Procura è all’art. 2621 del codice civile che così recita: “gli amministratori, i direttori generali, i dirigenti preposti alla redazione dei documenti contabili societari, i sindaci e i liquidatori, i quali, al fine di conseguire per sé o per altri un ingiusto profitto, nei bilanci, nelle relazioni o nelle altre comunicazioni sociali dirette ai soci o al pubblico, previste dalla legge, consapevolmente espongono fatti materiali rilevanti non rispondenti al vero ovvero omettono fatti materiali rilevanti la cui comunicazione è imposta dalla legge sulla situazione economica, patrimoniale o finanziaria della società o del gruppo al quale la stessa appartiene, in modo concretamente idoneo ad indurre altri in errore, sono puniti con la pena della reclusione da uno a cinque anni”. Fra i destinatari degli “avvisi” Luciano La Tona, Aldo Mazzola, Valentina Battiston, Marco Monai, Giovanni Castaldo, Stedile Andrea, Sergio Ceccotti, Anna Catelani e Cristian Molaro,  tutti difesi da una squadra imponente di avvocati. Al di là del clamore mediatico che sta suscitando l’inchiesta, che rischia di essere già una pena che però colpisce in egual modo eventuali colpevoli e innocenti, siamo ragionevolmente certi (scusate il pessimismo della ragione) che la vicenda giudiziaria durerà anni incagliandosi nei meandri della giustizia italiana… magari fino alla prescrizione.