La lunga notte del Gambia

 

L’insediamento di un nuovo presidente è sempre un momento particolare, quello di Adama Barrow, neoeletto presidente del Gambia, è certamente un evento storico.
Non solo Barrow, candidato uscito dall’accordo di ben sette gruppi politici, ha sconfitto a dicembre l’uscente Yahya Jammeh al potere per ben 22 anni, ma, un po’ a sorpresa, è stato riconosciuto vincitore dal suo principale oppositore.
I festeggiamenti non potevano tuttavia durare, soprattutto in uno stato segnato da forti repressioni e continue violazioni dei diritti umani – nel marzo 2009 Amnesty International ha accusato il regime gambiano di aver incarcerato in una sola giornata 1000 cittadini accusati di stregoneria – e dove i deparasidos nel 2011 superano le 12.000 persone. Uno stato, quello del Gambia, proclamato nel 2015 Repubblica islamica, dove 22 anni di dittatura hanno fatto diventare il paese la quarta nazione al mondo con più richieste di asilo politico e immigrazione illegale verso l’Europa. Con meno di due milioni di abitanti, il piccolo stato africano rappresenta, nel 2015, il 5% dei rifugiati giunti in Italia e il 10% dei richiedenti asilo politico.
Così l’ammissione della propria sconfitta è durata poco e una settimana dopo le elezioni Jammeh ha contestato il risultato elettorale presso la Corte Suprema, accusando “anomalie gravi e inaccettabili” e dimostrando così di non avere nessuna intenzione a lasciare il suo posto alla scadenza del suo mandato, giovedì 19 gennaio.
Anzi, la televisione di stato ha annunciato, poche ore fa, che l’assemblea nazionale del Gambia ha adottato una risoluzione che prolunga di ben tre mesi la carica presidenziale di Jammeh, il quale aveva, i giorni scorsi, dichiarato lo stato di emergenza nel paese e quindi vietato qualunque tipo di manifestazione. La decisione del Parlamento è stata adottata per evitare un vuoto istituzionale dal momento che la Corte Suprema non potrà riunirsi prima di maggio per mancanza di giudici. Fino all’esito del giudizio, il paese rimarrebbe infatti senza presidente.
Le reazioni alla presa di posizione di Jammeh non si sono fatte attendere.
L’Unione Africana e le 15 nazioni parte della Comunità Economica dell’Africa Occidentale (ECOWAS) hanno ripetutamente chiesto a Jammeh di accettare l’esito del voto e di farsi da parte, concedendo la vittoria allo sfidante rifugiatosi in Senegal dove è deciso a restare fino a domani 19 gennaio, giorno in cui dovrebbe succedere a Jammeh. Finora nessun risultato positivo, tanto che si parla anche di un possibile intervento militare, capeggiato dal Senegal.
Il sostegno del presidente senegalese Macky Sall è molto forte, sicuramente grazie all’apertura dimostrata da Barrow che ha definito Sall “un fratello” e dichiarato di volere creare rapporti stretti tra i due stati. Chissà che simili dichiarazioni lasciano presagire la creazione di un unico stato che riproponga la vecchia confederazione Senegambia sperimentata nel 1982?
Le tensioni rimangono molto forti, soprattutto nella capitale Banjul. Gli stranieri sono stati evacuati dopo la dichiarazione dello stato di emergenza e migliaia di civili stanno scappando in Senegal. Ben sei ministri si sono dimessi, ma il capo dell'esercito, Ousman Badjie, ha ribadito la sua fedeltà al presidente in carica. Le prossime ore saranno cruciali per conoscere il destino di questo piccolo stato africano.

Danielle Maion