La montagna friulana sotto attacco “energetico”: si tenta un nuovo “sacco” delle acque deviando e impoverendo sorgenti e torrenti

Si apre non casualmente con una citazione dello scrittore Paolo Rumiz il documento di denuncia dei comitati in difesa dei corsi d'acqua della montagna friulana. “Il più sublime dei simboli e il più comunitario dei beni, il segno più antico della condivisione, la quintessenza della purezza, è diventato un bene prigioniero. Il rumore dell’acqua che scorre non è più una ninnananna per i nostri figli, i torrenti hanno smesso di essere uno spazio di gioco. Non soltanto nelle città, ma anche nelle campagne. Persino in montagna. Una mutazione culturale drammatica, di cui vediamo le conseguenze: frane, alluvioni, siccità. Non sappiamo più usare l’elemento primordiale e più diffuso in natura. Da qui una domanda: perché ci nascondono l’acqua?” Domande o meglio allarmi condivisibili quelli di Rumiz come ampiamente condivisibili sono le argomentazioni delle persone che con spirito di abnegazione e nessun altro scopo se non quello di difendere il proprio territorio si stando dando un gran da fare per scongiurare un nuovo “sacco” della montagna friulana e delle sue risorse idriche. Una storia antica che oggi si rinnova nella pretesa di depauperare ancora di più non solo i grandi fiumi, ma anche i torrenti che fanno della montagna friulana in generale e della Carnia in particolare un patrimonio da difendere con le unghie e con i denti. Lo hanno capito bene le genti che in quei posti abitano, meno alcuni dei loro amministratori, distratti o forse peggio. Insomma il rischio è che si passi in continuità aggiuntiva dai grandi impianti del passato alle centraline di oggi. Per fortuna c'è ancora chi si oppone e cerca di dare una risposta alla domanda di Paolo Rumiz “perché ci nascondono l’acqua?”. La risposta è semplice quanto devastante, hanno spiegato i rappresentati dei comitati in una conferenza stampa: “perché l'acqua la mandano nelle buie condotte per farne soldi!” a spiegare le tante criticità degli ultimi tempi Sandro Cargnelutti presidente regionale di Legambiente, Emil Lenisa del Comitato popolare “ Salviamo il torrente Pesarina” di Prato Carnico, Gaia Baracetti promotrice della petizione contro la costruzione di una centralina sul torrente Pecol a Dierico di Paularo, Silvio Vuerich del Consorzio vicinale di Bagni di Lusnizza (Malborghetto), Claudio Polano del Comitato di opposizione alle centraline sui torrenti Leale, Palar e Tremugna in Comune di Trasaghis, Michele Tofful e Francesca Iordan, ricercatori che si oppongono alla centralina sul Rio del Lago di Fusine e Franceschino Barazzutti del Comitato Tutela Acque del Bacino Montano del Tagliamento sulla centralina San Candido a Somplago.
I vari relatori con l'ausilio di mappe e fotografie hanno spiegato la natura speculativa e irrispettosa dell'ambiente che alcune opere idrauliche finalizzate al mero profitto di pochi potrebbero determinare se non si fermano in tempo. Per capire di più è però necessario guardare anche al passato: Nell'immediato dopoguerra e nel corso degli anni ’50, spiegano in un documento, vari corsi d’acqua della nostra montagna, in particolare l'alto bacino del Tagliamento, con il torrente Degano, il Novarza, il Lumiei, il Chiarzò, il Vinadia e decine di altri affluenti minori, sono stati interessati da un impressionante piano di derivazione promosso dalla SADE, (quella del Vaiont ndr) volto a convogliare indiscriminatamente le acque nelle centrali di Ampezzo e di Somplago, lasciando gli alvei desertificati per decine di chilometri e provocando gravi danni idrogeologici ed ambientali. Questa è storia conosciuta, grazie anche ad un tardivo studio della Provincia di Udine risalente al 1975 e, soprattutto, alle proteste e alle prese di posizione che Amministrazioni locali, cittadini, pescatori sportivi, associazioni e comitati hanno ripetuto nel corso degli anni. Meno noto o più sottovalutato è, invece, ciò che sta accadendo negli ultimi tempi: stiamo assistendo ad un vero e proprio “assalto” ai pochi corsi d’acqua residui della nostra montagna e ai tratti ancora integri di quelli già derivati, per la costruzione di centraline a carattere puramente speculativo. L’investimento nelle cosiddette “mini-centraline” - mini in termini di apporto energetico, ma non certo di guasti arrecati all'ambiente naturale – è, infatti, remunerativo solo a seguito delle provvidenze pubbliche, in particolare quelle previste per l'utilizzo di fonti rinnovabili. Le domande di concessione sono tantissime, molte provenienti da soggetti estranei al territorio e
si sommano ad una situazione per molti versi già critica. Nel solo comprensorio montano della Carnia, ad esempio, sono già operanti 72 derivazioni: 39 del sistema Edipower, 6 della vecchia Comunità Montana, 10 del sistema Secab, 16 di privati, 1 comunale.
Oltre all'impatto ambientale c'è un altro aspetto che è strettamente legato allo sfruttamento idroelettrico. Quando l'acqua scende dal cielo sotto forma di pioggia – e abbiamo visto anche recentemente cosa possano produrre precipitazioni particolarmente intense, accompagnate da forti venti – le conseguenze negative le devono sopportare direttamente le comunità locali, in special modo quelle montane, che sono le più sfavorite sotto questo punto di vista. Quando, invece, l'acqua scorre in superficie e si tratta di ricavare dei vantaggi dal suo utilizzo, l'interesse prevalente è quello “nazionale” o comunque “centrale”. Lo si evince dal livello degli organi di governo dai quali dipese il rilascio delle concessioni alla SADE nel passato; dalle tariffe elettriche praticate negli anni Sessanta alle industrie di Marghera, più favorevoli rispetto a quelle per le piccole imprese della Carnia, anche se queste ultime erano localizzate in prossimità degli impianti; dall'impossibilità, per i Comuni non aderenti a società cooperative elettriche di produzione e distribuzione, di collegarsi direttamente alle centrali esistenti nel proprio territorio, evitando gli inconvenienti derivanti dall'interruzione delle linee aeree da cui sono costretti a dipendere (si pensi al caso di Forni Avoltri, rimasto per vari giorni senza energia elettrica in occasione della recente alluvione).
Questi ed altri esempi fanno capire perché, per gli abitanti dei nostri territori montani, l'utilizzo di una delle rare risorse di cui potrebbero disporre sia diventato sinonimo di “rapina”, di “sfruttamento in stile coloniale”, oltre che di produzione di disastri ambientali e paesaggistici. Non ci sono dubbi che l'energia idroelettrica vada preferita rispetto a quella che si ricava con l'utilizzo di fonti inquinanti, ma, nonostante questo, non è detto che sia del tutto priva di conseguenze negative e che vada promossa e preferita ovunque e comunque. Nel territorio delle nostre Alpi essa è da tempo abbondantemente presente e le numerose richieste per la realizzazione di piccoli impianti non sono ormai in grado di dare un apprezzabile contributo in termini di incremento della produzione. Più logico e opportuno è dunque incentivare l'impiego di altre fonti rinnovabili, come il solare, e la pratica del risparmio e dell'efficienza energetica. Nello stesso tempo appare necessario ristabilire nelle valli quell'utilizzo “plurimo” dell'acqua che ha caratterizzato la cultura e la civiltà alpina nel passato, ben prima che arrivassero le sacrosante direttive della Comunità Europea a determinare gli obiettivi di miglioramento della qualità ecologica dei corpi idrici. L'acqua non serve infatti solo a muovere turbine, ma, come avveniva un
tempo, quando faceva girare le pale dei mulini, alimenta gli acquedotti; è un elemento essenziale per la biodiversità, ospitando specifiche comunità animali e vegetali; grazie al trasporto solido consente di evitare problemi idraulici e assicura alle spiagge di rigenerarsi; viene utilizzata per l'irrigazione; favorisce la diluizione degli scarichi dei depuratori ed è, soprattutto, un elemento qualificante del paesaggio, un fattore di sviluppo turistico anche attraverso la pratica di attività sportive e ricreative. Tutte queste forme di utilizzo vanno assicurate e tenute nella dovuta considerazione, perché l’acqua è un bene comune, un elemento di identità di un territorio, da impiegare all'interno di un quadro di sostenibilità.

 

Una centralina idroelettrica sul rio Pecol? Allarme di Franceschino Barazzutti che posta una lettera al sindaco di Paularo

Comunicato dei Comitati della montagna friulana sulla gestione delle acque