La pandemia dell’ipocrisia

La pandemia del CoronaVirus ha suscitato, in tutto il mondo, una sorta di crisi di coscienza universale sullo “stato” dell’Umanità mettendo in evidenza una situazione già nota anche se diluita dal frastuono esasperato della società del consumo.
In sostanza, ci è stato chiarito che la ricchezza globale è in continuo aumento e che si sta ulteriormente concentrando in un numero sempre minore di mani e che a questo aumento e a questa concentrazione della ricchezza corrisponde un cospicuo aumento del numero dei poveri sempre più poveri. Le 2153 persone più ricche del pianeta hanno un patrimonio totale di 2 019 miliardi di dollari, una ricchezza che è superiore a quella dei 4,6 miliardi di persone più povere sulla Terra, ossia il 60% della popolazione mondiale. In Italia l’1% della popolazione più abbiente ha la stessa ricchezza del 70% della popolazione più povere. Una forbice che negli ultimi 20 anni ha continuato ad aprirsi, visto che la ricchezza dei più benestanti è aumentata del 7,6% mentre quella della metà della fascia di popolazione più povere è diminuita del 36,6%. Infine, un recente rapporto di Oxfam segnala che soltanto 26 individui possiedono la ricchezza di 3,8 miliardi di persone.
Il deprimente dibattito al quale assistiamo quotidianamente, offerto dalle varie televisioni, tra quelle che vengono definite “classi dirigenti” non fa che aumentare la preoccupazione dei cittadini. Anche l’Europa, che si ritrova essere ad anni luce dei sogni di Altiero Spinelli, Alcide De Gasperi, Robert Schuman, Konrad Adenauer e Paul-Henri Spaak, sta dando l’immagine di una aggregazione di egoismi nazionalisti consolidati da una pletorica burocrazia parassitaria.
La preoccupazione generale per la salute dell’Umanità si è però rapidamente trasformata in affannosa ricerca di giustificazioni per il rilancio delle attività produttive. Dopo l’allarme sanitario, l’allarme economico-finanziario. Detto diversamente: la logica del profitto ha ripreso il sopravento su quella della preoccupazione per le conseguenze della diffusione di un Virus senza confini.
Dopo aver invaso i mezzi di comunicazione di massa, la diffusione della paura del Male ha prodotto la convinzione della necessità di dover agire a livello globale. La necessità di un’autorità “globale” non è nuova anche se maturata in tempi e condizioni diverse. Fautori di un governo mondiale sono stati sia grandi scienziati, come Albert Einstein e Bertrand Russell - senza dimenticare Ernst Junger - sia grandi statisti, come il Mahatma Gandhi e Winston Churchill. E se i primi due erano autentiche bandiere viventi del pacifismo mondiale, l’inglese che aveva vinto la Seconda Guerra mondiale era un conservatore pragmatico che in una governance a scala globale vedeva l’unico strumento in grado di risolvere molti problemi dell’Umanità.
A concludere questa riflessione ci aiuta Papa Francesco con l’omelia pronunciata il 19 aprile scorso nella Chiesa di Santo Spirito in Sassia: “Ora, mentre pensiamo a una lenta e faticosa ripresa dalla pandemia, si insinua proprio questo pericolo: dimenticare chi è rimasto indietro. Il rischio è che ci colpisca un virus ancora peggiore, quello dell’egoismo indifferente. Si trasmette a partire dall’idea che la vita migliora se va meglio per me e che tutto andrà bene se andrà bene per me.” Si parte da qui e si arriva a selezionare le persone da curare, a scartare i poveri, a immolare chi sta indietro sull’altare del progresso.
Questa pandemia ci ricorda però che non ci sono differenze e confini tra chi soffre. Siamo tutti fragili, tutti uguali, tutti preziosi. E’ tempo di rimuovere le disuguaglianze e cancellare i privilegi, di risanare l’ingiustizia che mina alla radice la salute dell’intera umanità. Impariamo dalla comunità cristiana delle origini. “Tutti i credenti avevano ogni cosa in comune; vendevano le loro proprietà e sostanze e le dividevano con tutti, secondo il bisogno di ciascuno» (At 2,44-45).
L’avvilente spettacolo esibito in occasione del vertice dei Capi di Stato e di Governo dell’Unione Europea di questo fine settimana potrebbe indurre le varie Conferenza Episcopali d’Europa a sensibilizzare le loro comunità al fine di indurre i rispettivi Governanti ad assumere posizioni più coerenti con questi valori. Questa sveglia valoriale potrebbe inoltre provocare un qualche sussulto di dignità europeista tra le cosiddette “famiglie” politiche, in particolare tra i cosiddetti “Popolari” e “Socialisti”. L’alternativa sta nella definitiva monetizzazione dell’edificio europeo e la conferma della sua assoluta estraneità al progetto dei suoi illusi ideatori.

Ferruccio Clavora
Pulfero