La risposta dell’assessore Riccardi sul malore fatale di un uomo a Trieste è arrivata dopo un anno e mezzo e non convince. I soccorsi arrivarono dopo 23 minuti

A Trieste il 29 aprile 2024 un uomo fu colpito da un attacco cardiaco nel rione di Valmaura, la moglie chiamò subito il 112, sollecitò più volte i soccorsi, ma questi arrivarono 23 minuti dopo. Per l’uomo non c’era più nulla da fare. Aveva 63 anni.
La Procura aprì un fascicolo per omicidio colposo e ci fu anche un’interrogazione in Consiglio regionale.
Dopo un anno e mezzo l’assessore alla Salute Riccardi ha finalmente risposto. Ha detto che tutti i mezzi erano impegnati in altri interventi, tranne uno a Santa Croce, che all’inizio l’uomo era cosciente e fu assegnato un codice giallo, che dopo 12 minuti la moglie ritelefonò dicendo che il marito aveva perso coscienza e il codice fu trasformato in rosso, quindi furono attivate automedica e autoambulanza. L’assessore ha però tralasciato di precisare che una buona parte dei mezzi impegnati lo era per codici verdi. Perché non sono stati dirottati al sopraggiungere di un codice giallo?
L’assessore non ha però tralasciato di precisare, e più volte, che la signora avrebbe opposto rifiuto all’invito dell’infermiere della Sores – la Centrale emergenza sanitaria di Palmanova – a fare il massaggio cardiaco. Un anno e mezzo prima era stata la stessa Sores a diffondere poche ore dopo il fatto un comunicato stampa che così recitava: “l’operatore Sores ha chiesto ai presenti sul luogo di intervenire con le manovre guidate di rianimazione riscontrando la loro opposizione “.
Un messaggio sconvolgente, tanto che i media locali si erano subito focalizzati su questo aspetto, piuttosto che sul ritardo dei soccorsi, e le Agenzie nazionali avevano rilanciato: “Trieste, muore cardiopatico, ‘presenti indisponibili a rianimazione’ gli operatori non sono riusciti a convincere i presenti a praticare sull’uomo la rianimazione cardiopolmonare in attesa dell’ambulanza.”
Una figuraccia per l’intera città che sembrava abitata da individui cinici e indolenti. Ma poi il quotidiano locale aveva pubblicato la testimonianza della moglie: «Franco respirava a fatica, sbavava. Ho richiamato e insistito per l’ambulanza». «Mi viene detto che non ci sono mezzi disponibili. Io protesto. Dico che mio marito sta morendo sotto i miei occhi. Mi viene detto di applicare alcune manovre, ma io non riuscivo a girarlo. Franco pesava 125 chili». La signora, quindi, corre in strada e urla: «aiutatemi, mio marito sta per morire». Un ragazzo si precipita a dare aiuto. «Si è messo a fare il massaggio cardiaco – spiega la signora – io la respirazione bocca a bocca. Quindi non è vero, come dice la Sores, che ci siamo rifiutati di praticare le manovre di rianimazione».
Allora era sembrato il tentativo di voler a scaricare almeno una parte di responsabilità per la morte dell’uomo, e sminuire le conseguenze del ritardo di soccorso.
Ma anche se ci fosse stato un rifiuto, si può colpevolizzare la moglie? Proprio chi si occupa di salute non immagina lo spavento, il dolore, l’angoscia di una moglie che vede il marito improvvisamente perdere coscienza e non dare più segni di vita?