La sindrome di “italiani brava gente”

Siamo consapevoli che quanto stiamo per scrivere solleverà la contrarietà di qualcuno, ma in tutta onestà, pur chiarendo che nulla può giustificare, e men che meno un dio, la violenza sanguinaria e i suoi crimini, c’è una retorica insopportabile nella maggior parte delle dichiarazioni e nel modo con la quale è trattata la strage di Dacca. Non parliamo delle analisi geopolitiche, spesso superficiali e demenziali, ma della stucchevole narrazione con cui sono maneggiate le vite di vittime e carnefici e soprattutto del palese provincialismo nel “vedere” gli episodi di terrorismo internazionale solo quando investono più o meno direttamente il nostro Paese. Certo, siamo consapevoli che la vicinanza geografica o d’appartenenza nazionale rende la notizia più pregna e che la sindrome del “nemico alle porte” fa vendere qualche copia di giornali in più, ma manipolare la realtà creando miti ed eroi non genera solo fastidio ma è parte stessa del problema. Certo quanto avvenuto ai 9 italiani a Dacca è orribile, è orribile che delle vite vengano spezzate brutalmente e comprendiamo l’immenso dolore di familiari e amici e perfino capiamo la mossa che ad accogliere i feretri ci vada il presidente Mattarella, ma vale la pena ricordare che nelle stesse ore la stessa follia omicida aveva stroncato la vita di altre 165 persone e ne aveva ferite e mutilate circa 225 con un autobomba esplosa nel quartiere di Karrada, a Baghdad, sabato sera dopo il tramonto. La zona commerciale era affollata di persone che erano scese in strada dopo l’interruzione del digiuno del Ramadan, donne bambini persone semplici ed incolpevoli se non di trovarsi nel posto sbagliato nel momento sbagliato esattamente come i commensali del ristorante di Dacca. Del resto questi casi sono generati dalla stesso mostro, rivendicati dallo Stato islamico. Certo non vi erano italiani, neppure occidentali a Bagdad, non si era in uno scalo internazionali e neppure un locale alla moda della movida ai confini del mondo “civile”. Insomma ci si dimentica troppo spesso che il colore del sangue è per tutti eguale. La retorica che accompagna molte delle dichiarazioni politiche e degli articoli che le riportano, dalle dichiarazioni del premier giù giù fino all’ultimo dei sottosegretari ha sposato la tesi che fa di imprenditori che vanno all’estero cavalcando l’onda della globalizzazione, una sorta di eroi quotidiani, pionieri avventurosi e coraggiosi di una corsa all’oro che tengono alto il nome del made in Italy ma le cui ricchezze sono retaggi di pochi e non certo del nostro Paese. Ed invece siamo dinnanzi alle propaggini estreme delle dinastie industriali che prima hanno preferito convertire le produzioni in profittevoli azionariati facendo denaro con il denaro e poi diventare dei dinamici delocalizzatori che in nome del profitto sfrenato ed in barba agli italiani che perdevano il lavoro, hanno spostato aziende e macchinari in territori più propizi o più semplicemente, come nel tessile, hanno appaltato le produzioni in Paesi dove diritti dei lavoratori e sicurezza sono cose sconosciute ed innominabili. Certo, le nostre nove vittime che piangiamo, non sono state certo burattinai di quelle operazioni avvenute negli ultimi anni e lustri, ma erano ingranaggi, fili di un sistema che oltre ad aver disastrato il sistema produttivo italiano non si è fatto certo scrupolo nel vedere lo sfruttamento che producevano altrove. Insomma siamo alla sempre verde narrazione degli “italiani brave gente”. Evidentemente si è dimenticato molto presto che il 24 aprile del 2013 proprio il Bangladesh era balzato agli onori della cronaca mondiale per avere evidenziato al mondo cosiddetto civile che proprio nel tessile, nella moda, compreso nel made in Italy, esisteva un buco nero, un inferno nel quale 1.130 operai morirono e altre 2.250 persone rimasero ferite e mutilate durante il crollo di Rana Plaza, un palazzone che ospitava una grande azienda multinazionale tessile a partecipazione anche italiana. Forse anche di questo giornali, opinionisti e politica avrebbero dovuto parlare.

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