La storia studia la verità attraverso documenti e dati. La narrazione è propaganda

“Ho partecipato alla presentazione del libro ‘Solo perché italiani? Un ricordo truccato’ di Sandi Volk, edito da KAPPA VU, in collaborazione con Jugocoord, sulle tragiche e complesse vicende del Confine orientale, avvenute durante e dopo la seconda guerra mondiale. Il lavoro di Volk si concentra su quanti e chi fossero gli ‘infoibati’ a oltre vent’anni dall’approvazione della Legge n. 92, del 30 marzo 2004, che ha istituito in Italia il Giorno del Ricordo ‘in memoria delle vittime delle foibe, dell’esodo giuliano-dalmata, delle vicende del confine orientale e concessione di un riconoscimento ai congiunti degli infoibati’.”
Così in una nota la Consigliera Regionale Serena Pellegrino, Alleanza Verdi e Sinistra, a margine dell’incontro svoltosi ieri presso il Circolo della Stampa di Trieste.
“Un importante lavoro di ricerca e di approfondimento che manifesta in modo chiaro che la ricerca storica vive di fonti, di metodo. Quando invece le chiacchiere vengono elevate a fonte storica, quando basta scrivere una cosa sui giornali perché diventi vera, allora la storia smette di essere ricerca e diventa costruzione politica.”
“Ci avviciniamo al 10 febbraio, Giorno del Ricordo. Dovrebbe essere un’occasione di responsabilità, di studio, di rispetto del contesto. E invece, sempre più spesso, diventa il momento in cui qualcuno prova a usare la storia come clava identitaria, a piegare la realtà per un proprio tornaconto e interesse, verso una narrazione unica, una semplificazione comoda e chi chiede fonti e verifiche viene trattato come un problema.”
E prosegue Pellegrino “La storia, lo sappiamo, spesso la scrive la politica, la scrive chi vince. Ma oggi vediamo anche altro: chi ha perso e poi ha ripreso potere, tenta di ribaltare la narrazione e di imporne una sola, la sua, dentro la quale persino fare domande diventa sospetto e fastidio da eliminare, non una garanzia di democrazia.”
“Il punto non è negare il dolore di nessuno. Il punto è pretendere chiarezza quando lo Stato certifica una memoria ufficiale. Se un riconoscimento pubblico finisce per includere anche persone compromesse con il fascismo o con il collaborazionismo, allora la memoria si capovolge: non illumina la storia, la distorce. In quel caso non stiamo commemorando vittime in senso storico, ma stiamo costruendo un pantheon pubblico dove alcune figure vengono presentate come ‘martiri’ a prescindere dalle responsabilità che hanno avuto, è la riabilitazione dei fascisti.”
“Durante l’incontro – prosegue l’esponente Rosso Verde – è emersa con forza anche un’altra distorsione: ci sono temi su cui oggi diventa difficile fare ricerca, perché chi prova a studiare e contestualizzare rischia di essere etichettato e delegittimato. È un clima che soffoca gli studiosi della storia di quegli anni, che sono l’unico argine alle narrazioni manipolate. Se la storia la decidiamo per acclamazione, tanto vale abolire gli archivi e tenere solo i titoli.”
“Trieste conosce bene questa tensione, perché la storia del confine orientale è stata troppe volte trasformata in terreno di scontro identitario. Proprio per questo serve rigore. Serve distinguere i contesti, riconoscere le responsabilità, non trasformare tutto in un racconto che confonde e assolve. La memoria pubblica deve essere un bene comune, non uno strumento per riscrivere il passato.”
E conclude Pellegrino “Continuerò a chiedere, dentro e fuori le istituzioni, che la memoria sia trattata con responsabilità, perché senza verità verificabile non c’è storia, e senza memoria antifascista non c’è democrazia. I numeri oggettivi dei reali riconoscimenti dati in forza della L. 92/04, i riferimenti storici e bibliografici esplicitati nel libro di Sandi Volk sono difficilmente confutabili. Un libro scritto in modo talmente semplice che colma quell’ignoranza dilagante e su cui si sta fondando una narrazione che invade anche le menti più oneste.”