Le paludi iraqene, storie di ataviche inimicizie e di dipendenze economiche

Si sa, l’Iraq e’ largamente conosciuto come paese prevalentemente desertico mentre pochi invece sanno che nella zona sud di quel paese, quello che vede il confluire dei due grandi fiumi della regione, il Tigri e l’Eufrate, esiste una vasta zona paludosa; lo Shatt al Arab. La stessa conformazione di questo stato dovrebbe suggerire una certa prudenza prima di prendere decisioni che tendono a modificare la situazione e a provocare conflitti che pur se da una vita dichiarati conclusi (e vinti…) rimangono aperti e si incancreniscono anno dopo anno.
Da una parte, appunto, il deserto con tutte le sue insidie, la sua vastita’ e la complicatezza di viverci e rimanerci; dall’altra questa grande estensione (la piu’ vasta dell’Eurasia, almeno un tempo) di canali ed acquitrini in cui e’ facile perdersi e rimanere intrappolati. Ecco, dopo quasi trent’anni dalla prima guerra del golfo, operazione “desert shield/storm” (ricordate: “my name is Cocciolone”) di cui ci siamo quasi scordati in funzione della piu’ recente (ma sono pur sempre diciassette anni…) “coalizione dei volonterosi”, la guerra e’ tutt’altro che vinta; perlomeno non si sa se sia o meno stata vinta da qualcuno. Certo, gli scenari sono cambiati, le alleanze che un tempo parevano granitiche si stanno sgretolando, ma dire che qualcuno sia uscito vittorioso da una simile tragedia pare davvero arduo da sostenere.
Nonostante l’Iraq sia il quarto produttore mondiale di petrolio (esportazioni stimate attorno ai 4 milioni di barili/giorno), l’economia iraqena e’ in crisi profonda; le enormi risorse derivate dalla vendita dell’oro nero non si capisce bene che fine facciano; certo, l’Iraq e’ uno dei paesi con il governo tra i piu’ corrotti dell’universo, ma qualcosa dovrebbe pur rimanere nelle tasche dei cittadini, anche di quelli piu’ poveri. Invece, anche se pare tutto dipenda solo dall’enorme appetito della classe dirigente iraqena, sono gli enormi debiti accumulati da questo stato che dal 1980, anno in cui (e sotto pressione degli stati occidentali e non solo) dichiaro’ guerra all’Iran, non ha praticamente piu’ visto pace. Le promesse degli alleati di Saddam Hussein di allora (praticamente tutti) si sono trasformate in un enorme buco che non ha praticamente speranza di essere colmato grazie soprattutto ai meccanismi finanziari che governano questo pianeta e trasformano i crediti con i loro alti tassi di interesse che devono essere pagati, nel miglior sistema di investimento che esista. E naturalmente in un capestro per chi quei debiti deve pagare. Ecco, fin qui un breve escursus sul passato recente giusto per cercare di capire quali siano le origini dell’attuale disastro.
Vediamo invece cosa succede ora da quelle parti. Il nord del paese, il Kurdistan, gode di una vasta autonomia che si avvicina molto ad una reale indipendenza e e rispetto al resto dell’Iraq, vanta un livello di vita mediamente molto piu’ alto. Nonostante l’atavica inimicizia che i turchi provano nei confronti dei kurdi, il livello di dipendenza del Kurdistan iraqeno nei confronti del pesante vicino e’ pressoche’ totale. Gli interscambi commerciali tra i due confinanti sono essenziali alla sopravvivenza dell’autonomia della regione iraqena. Regione che e’ per lo piu’ (soprattutto le province di Erbil e Dohuk) storicamente governata da una famiglia pigliatutto; i Barzani che da sempre hanno prodotto la classe dirigente del Kurdistan e che detengono non solo (ovviamente) il potere politico, ma anche quello economico. Uno stile di potere clanistico che a noi potrebbe ricordare qualcosa..
Nel nord della regione, soprattutto nel Qandil, si sono rifugiati ed hanno costruito le loro basi, I kurdi turchi del PKK il cui leader “Apo” Ochalan e’ attualmente ospite delle galere dell’isola di Imrali nel Bosforo grazie anche al totale disinteresse del governo italiano che vent’anni fa, prima lo ha cacciato fuori dai nostril confine; poi, una volta che Apo era gia’ stato rapito dai servizi segreti turchi, ha riconosciuto la validita’ della richiesta di asilo che lo stesso Ochalan aveva presentato nel nostro paese.
Ma lasciando perdere questi dettagli, la dipendenza dell’economia kurdo iraqena dal vicino, fa si’ che I metodici bombardamenti turchi sulle teste dei guerriglieri del PKK in territorio iraqeno, vengano recepiti al massimo con un po’ di fastidio, ma nulla di piu’. Di recente pero’, il livello di “intervento” da parte dell’esercito di Erdogan si e’ alzato e i bombardamenti si sono intensificati allargando anche l’area interessata (per esempio la zona abitata dagli yazeedi, nelle montagne di Singjar), provocando vittime tra I civili e la fuga degli abitanti di interi villaggi dalle loro case. Non solo, ma oltre all’impiego ormai metodico dell’aviazione militare, i turchi hanno cominciato ad usare le truppe di terra occupando territorio iraqeno. Dunque, anche il ricco nord kurdo oltre che dover affrontare la crisi economica dovuta al drastico crollo sia del prezzo che delle esportazioni di petrolio, si trova a dover subire questa ingerenza nell’impossibilita’ concreta di poter in qualche modo reagire. Insomma, I turchi non si accontentano piu’ di invadere il Kurdistan siriano, ma si allargano anche in quello iraqeno. Brutto segno e soprattutto pessimo segnale lanciato ad amici e nemici (che spesso si confondono gli uni con gli altri a seconda del contesto).
Nella capitale, intanto, i numeri della diffusione del virus aumentano vertiginosamente come soprattutto nel resto del sud del paese, mentre le manifestazioni di protesta (e la relativa repressione) contro il governo sono rallentate solo dal dilagare del pericolo di contagio, ma il sit in permanente e’ ancora piantonato dai manifestanti. Sempre a Baghdad, da qualche mese si e’ insidiato il nuovo primo ministro, Mustafa Al Kadhimi, ex direttore dei servizi segreti e decisamente piu’ vicino agli Usa rispetto ai suoi predecessori, ma soprattutto piu’ defilato rispetto alle direttive di Teheran.
Teheran che ovviamente non ci sta a perdere l’influenza diretta che ha sempre esercitato sull’Iraq a partire dalla defenestrazione di Saddam, influenza che non rientrava nei conti degli Usa che per combattere l’ISIS, si sono dovuti alleare sia alle milizie sciite iraqene che a quelle iraniane per poi trovarsi buona parte del paese sotto il controllo indiretto dell’Iran. E’ molto probabile che l’”esecuzione” del generale Soleimani sia stato un monito diretto che mirava a far interrompere le interferenze dell’Iran nei confronti del governo iraqeno. Conseguenza dell’assassinio di Soleimani, e’ stata la decisione del governo iraqeno di chiedere il ritiro di tutte le truppe Usa dall’Iraq. L’evidenza della mancanza di potere di quel governo si puo’ misurare dal fatto che nemmeno un soldato Usa si sia ritirato e che al governo ora ci sia un “amico” degli Stati Uniti; giusto per far capire chi comanda.
Ma le cose non sono poi cosi’ semplici; le milizie sciite non rimangono certo a guardare e puntualmente mandano messaggi a governo e ai suoi sostenitori americani sotto forma di missili che cadono piuttosto regolarmente all’interno della “zona verde” sede dei palazzi governativi e delle ambasciate straniere; in particolare quella Usa. Le risposte nei confronti di Khataib Hezbollah, le milizie sciite piu’ agguerrite, sono puntuali ma mai eccessive, segno che magari gli ordini li danno gli Usa, ma che ci sono limiti che non si possono superare per evitare che gli sciiti, maggioranza in Iraq e guidati da leader che sempre piu’ spesso prendono le distanze da Teheran, ma certo non sono filo Usa, possano far entrare in gioco tutta la loro potenziale forza.
In parole povere e morale della storia, e’ chiaro che appare sempre facile entrare con gli stivali nel pantano, ma spesso risulta difficile evitare di farsi intrappolare nel fango delle paludi in cui ci si e’ infilati, finendo per infognarsi sempre di piu’.

Docbrino