L’esperienza del vuoto che ci accoglie

Bondarenko e Fantini in mostra a Cividale. Continua nella città Ducale la rassegna culturale “I Venerdì dell’Arte”. Il 19 si inaugura il progetto di due artisti che sperimentano il senso dell’esistere.

E’ con successo che proseguono gli appuntamenti con i “Venerdì dell’arte”, la rassegna ideata dall’Associazione Culturale “Formae Mentis” di Udine e allestita alla “Casa delle Arti”, in Corte San Francesco, 10 a Cividale del Friuli.
Dopo il successo della personale del fotografo Davide Degano, alla città Ducale è ora il turno di una coppia singolare e di carattere: la pittrice e poetessa, Natalia Bondarenko, e lo sculture Livio Fantini. A partire dal giorno dell’inaugurazione (ma le opere sono visibili già dal 19) venerdì 22 luglio alle 19, fino al 25, il pubblico potrà confrontarsi con un’esperienza inedita: quel pieno del vuoto che ci accoglie. La presenza dell’assenza.
C’è nelle opere della Bondarenko e di Fantini, un filo conduttore. E non a caso l’accoppiata è vincente. Entrambi ci propongono “a brutto muso” concetti dai quali si tende fuggire, ma che in realtà sono una risposta salvifica, o per lo meno onesta al senso della vita. Qualcuno ha così sintetizzato la scultura di Fantini: “Il vuoto si relaziona con il pieno, si struttura e si organizza in forma autonoma in un processo di rielaborazione in cui la materia è protagonista quale espressione intima della natura stessa. Forme pulite, quasi minimali, libere dal bisogno di dover rappresentare per forza qualcosa, lisce come se il tempo stesso le avesse levigate”. Ma il vuoto ha anche una natura ambigua, è il nostro baratro, rappresenta la crisi. Del vuoto abbiamo paura, e ci ostiniamo a riempirlo di significati. Eppure dovremmo trovare il coraggio di abbandonarci ad esso, poiché potrebbe presentarci un’altra via. E qui il senso della crisi, che altro non è che morire per rinascere. E le stesse paure le affronta la Bondarenko, cinica ma soltanto all’apparenza, e capace, attraverso le sue icone astratte, a sperimentare l’ignoto: nuovi colori, nuove forme, nuove tecniche. Un’impresa apparentemente ambiziosa, ma che ci riporta ancora una volta all’abbandono, dove tutto scorre e passa. Poiché, forse, così come nati dal silenzio, noi siamo proprio la presenza dell’assenza, siamo eternamente temporanei, operosamente inutili. E, in questo, meravigliosamente “divini”.

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