L’omicidio di “donna” formalmente non contemplato dal codice penale che parla di “uomo”

L'ennesimo caso di omicidio di una donna avvenuto questa volta in Friuli (ma in questo caso la geografia conta poco) torna ad aprire interrogativi mai sopiti e anche se, linguisticamente è stato da tempo coniato il termine “femminicidio” per identificare il reato di uccisione di una donna, questo non ha portato minimamente nessuna novità relativamente a quella necessaria presa di coscienza sociale che le decine di episodi fotocopia hanno evidenziato. Mariti, fidanzati, conviventi, comunque uomini che uccidono una donna rivendicandone evidentemente una proprietà o quantomeno la necessità di sopraffazione violenta. Anche se nella migliore delle ipotesi la parola “femminicidio” non vorrebbe esaurire il suo significato nell’atto finale di uccisione di una donna ma identificare un fenomeno molto più vasto che include una molteplicità di condotte, in realtà sta accadendo il contrario. Maltrattamenti, violenza fisica, psicologica, sessuale, educativa o ancora economica, agite prevalentemente da uomini, in ambito lavorativo, familiare o sociale sono tutti fattori di “femminicidio” anche se non culminano nell'omicidio fisico. Nel loro insieme, quindi, il riferimento a comportamenti che minano la libertà, la dignità e l’integrità di una donna, e che possono culminare nell’omicidio, nel tentativo di uccisione o in gravi forme di sofferenza sono di fatto già femminicidio perchè “femminicidio” dovrebbe essere tutto ciò che implica un odio verso l’universo femminile “proprio perché tale”. Invece soprattutto i media identificano il termine come sinonimo di assassinio. Il termine quindi, nato per superare quello parziale di uxoricidio perchè legato solo al rapporto fra coniugi, non solo non fa giustizia ma addirittura sembra voler in qualche modo contenere il fenomeno di uomini che odiano le donne e forse perfino minimizzarlo.
Del resto non è che il nostro codice penale aiuti, anzi. In un mondo progressista che si impunta nell'imporre termini decisamente cacofonici come “assessora”, "sindaca" o "architetta"  è invece sfuggito il fatto che il codice penale in vigore, nel caso di omicidio, parli di ‘uomo’ e non di ‘persona’ o essere umano. Ovviamente il termine donna non è pervenuto. L'art. 575 del Codice Penale infatti  alla voce generica omicidio recita testualmente: "Chiunque cagiona la morte di un uomo è punito con la reclusione non inferiore ad anni ventuno..." Lo stesso concetto “chiunque cagiona la morte di un uomo” è ribadito negli altri articoli che regolano le varie fattispecie di omicidi... Ovviamente dal punto di vista dell'applicazione, la giurisprudenza, applica il concetto di omicidio e relative pene senza badare al genere della vittima e nessun avvocato difensore si avventurerebbe nel chiedere  l'applicazione letterale del termine “uomo” riferito alla vittima, ma allora perchè questa strana dicitura nella legge e soprattutto perchè non si chiede la modifica. Sull'ultimo quesito la risposta è semplice, ogni modifica al codice penale, anche una palesemente indolore, ingenera dibattiti parlamentari infiniti perchè la semplicità non è pregio della nostra democrazia parlamentare, tanto che nel 1988, quando furono emanate le modifiche  Pisapia Vassalli la questione non venne toccata, mentre sulla genesi di quella dicitura sessista il motivo è semplice, il nostro codice penale è stato redatto negli anni Venti da una commissione parlamentare presieduta dall’onorevole Alfredo Rocco, ministro guardasigilli di Mussolini che per svolgere il lavoro si era avvalso di tre sottocommissioni ma che poi decise sulla base dei personali convincimenti. L'incarico nasceva da una delega parlamentare al governo di allora ed è bene ricordare che eravamo in piena “era fascista” e che la concezione dominante del ruolo della donna era quella di generatrice di vita e angelo del focolare. I membri delle commissioni lavorarono dal 4 dicembre 1925 al 19 ottobre 1930 e valutando il codice che ne scaturì sarebbero molte le cose che viste con gli occhi di oggi sono assurde. Ma tornando al reato sul quale abbiamo concentrato la nostra attenzione quello di assassinio – che in Italia viene definito ‘omicidio’ con la dicitura “Chiunque cagiona la morte di un uomo”. Dai documenti dei lavori di libero accesso conservati nella Biblioteca Parlamentare si può ricostruire la scelta della formulazione del reato di ‘omicidio’ così com’è ancora in vigore. Inizialmente, nel 1927, viene proposta la medesima dicitura del codice allora vigente: «Chiunque, al fine di uccidere, cagiona la morte di alcuno, è punito con la reclusione non inferiore a 21 anni» (art. 364 codice Zanardelli). Successivamente viene modificato in: «Chiunque cagiona la morte di un uomo è punito con la reclusione non inferiore ad anni ventuno». Nella seduta del 18 dicembre 1929 la terza sottocommissione (presidenza Garofalo, componenti i senatori Diena e Pagliano, deputati Foschini e Madia; assiste il sostituto procuratore d’appello Manghini) propone la sostituzione della parola ‘’persona’ alla parola ‘uomo’» ma come vedremo non se ne farà nulla. Infatti nella relazione finale, presentata il 19 ottobre 1930, il ministro Rocco scrive a pag. 133: «Titolo XII – DEI DELITTI CONTRO LA PERSONA – Il delitto d’omicidio consiste nel cagionare la morte di un uomo. La Commissione parlamentare preferirebbe si dicesse, anzi che di un ‘uomo’, di una ‘persona’. Ma il termine ‘persona’ ha un significato tecnico-giuridico che qui non viene in considerazione, trattandosi della soppressione della vita fisica d’un essere umano, indipendentemente dalle qualità giuridiche che sono inerenti al concetto di persona. Bisognerebbe dire, in ogni modo: «persona fisica», ed allora tanto vale usare l’espressione, il cui significato è accessibile a tutti, di ‘uomo’». Valutando con occhi odierni la contraddizione è palese dal momento che il reato apre il titolo “Dei delitti contro la persona” ma ancora di più se consideriamo come si è evoluta la società. Pare strano che nei numerosi rimaneggiamenti al codice Rocco nessuno, neppure a sinistra, abbia pensato di chiedere la sostituzione di quell' “uomo” con un più complessivo essere umano o magari tornando al concetto del codice Zanardelli di un genericissimo “alcuno” che comprenderebbe ogni “genere”. In questo caso infatti il concetto non è di “rivalsa” come nel caso della femminilizzazione linguistica, ma di concetto profondo di valore, uscendo dall'equivoco che qualcuno certamente negli anni 30, ma temiamo anche oggi, potrà fare di “valore” delle vittime.

Fabio Folisi