L’opinione: Trump gela Gentiloni sulla Libia, la patata bollente è cosa vostra

"Non vedo un ruolo degli Stati Uniti in Libia, credo che gli Stati Uniti abbiano già abbastanza ruoli. Vedo un ruolo nella lotta all'Isis e questo è quello che faremo". Non è
stato molto diplomatico il Presidnte Donald Trump con il premier italiano Paolo Gentiloni che evidentemente sperava con il suo viaggio a Washington di convincere Trump che la questione libica e quella dell'immigrazione ad essa collegata doveva entrare nell'agenda degli Usa. Invece il presidente americano in conferenza stampa al termine del faccia a faccia con Gentiloni, dichiara senza se e senza ma il suo disimpegno dalla tragedia libica lasciando all'Italia la patata bollente e ringraziandola "per la leadership che esercita nella stabilizzazione della Libia" facendo "sforzi cruciali", insomma oltre al danno anche la beffa. Gentiloni ci prova ad insistere: "In Libia si tratta di lavorare contro la divisione del Paese per la stabilizzazione, stabilizzazione decisiva per gestire i flussi migratori senza rinunciare a valori e principi traffico di esseri umani". E poi ancora: "L'America - aggiunge - ha svolto un ruolo molto importante per evitare che in Libia si consolidasse una base importante del terrorismo,
ora l'impegno deve essere anche politico e quindi nella collaborazione tra Italia, Usa e altri partner l'obiettivo è allargare le basi di consenso del governo di Tripoli. Un
obiettivo credo debba essere chiaro: ne abbiamo bisogno noi, ne ha bisogno la regione, di una Libia stabile, unita perché divisa e in conflitto sarebbe un fattore di aggravamento dell'instabilità. Il lavoro degli Usa è fondamentale". Ma Trump non riprende, non commenta le parole del premier italiano, lascia che scorrano lasciando il tempo che trovano. Trump invece parla genericamente dell'Italia come "un partner chiave nella lotta al terrorismo". Poi il presidente americano si è detto pronto a vistare la Sicilia per il summit del G7 e di non vedere l'ora di incontrare Papa Francesco "un soggetto molto politicizzato" per la sua difesa degli immigrati. "L'Italia è un luogo spettacolare, amo il popolo italiano", dice ancora il capo della casa Bianca, ricordando i tanti italo americani, fra cui "ho il grande onore" di avere tanti amici. Nel ricordare la presenza in Italia di soldati americani, Trump anzi rilancia e ribadisce la richiesta di un'equa condivisione dei costi della Difesa.
Quanto alla crisi dei rifugiati, sottolinea l'importanza di mantenere "forti confini", sottolineando che l'approccio "responsabile" su questa questione è far sì che i rifugiati
"possano ritornare nei loro paesi per ricostruirli". Non una parola su come e su chi potrà agire per fare in modo che questo avvenga, Trump sembra far spallucce.
Il premier italiano torna alla carica con ammirevole diplomazia, ma nei confronti di uno che intende la diplomazia come solo rapporto di forza. Chi ha il coltello dalla parte del manico vince, e Truma sa di averlo lui il coltello. Così a Gentiloni non rimane che marcare qualche punto,  sulla Siria, chiarisce che "l'Italia non è impegnata direttamente in operazioni militari e non è nei nostri programmi cambiare questo atteggiamento". Per il premier "l'Italia contribuisce alla pace e alla stabilità nel Mediterraneo e in Siria" dove "più che mai è necessaria una soluzione negoziale", dice ricordando come il nostro Paese ha definito "giusta la scelta degli Usa di reagire
all'uso di armi chimiche". Ma non basta dimostrasi fedeli e proni con uno come Trump, questo sia Gentiloni, e c'è da temere l'intera leadership del Vecchio Continente, non
l'hanno capito, lui non è come Obama e nemmeno come i Bush, lui il potere lo vede come relazione ad unico comando. Al termine dell'incontro comunque il premier italiano spiega come da parassi che è stato "un onore essere alla Casa Bianca”, aggiunge senza timori gli cresca il naso, “abbiamo avuto un incontro molto fruttuoso che riflette una antica amicizia, come ha ricordato Trump. Un'amicizia testimoniata anche dai 18 milioni di americani di origini italiane e anche dal fatto che l'Italia è la seconda destinazione all'estero per gli studenti americani, dato che ci fa essere molto orgogliosi e che dà l'importanza della dimensione culturale del nostro Paese".
Dal canto suo Trump risponde con una moneta che non gli costa nulla, la lusinga: " Noi rinnoviamo sempre i profondi legami di amicizia che legano il popolo americano e quello italiano. Che affonda le sue radici  nel contributo senza tempo dell'Italia alla civiltà, che risale alla Roma antica. Nel corso delle ere il vostro Paese è stato un faro di risultati artistici e scientifici che continuano tuttora. Da Venezia a Firenze, da Verdi a Pavarotti, mio grande amico. Queste relazioni sono diventate sempre più forti, con i nostri due Paesi diventati alleati vitali". Insomma un viaggio che sembra essere utile se non altro per collaudare il nostro quadrimotore di Stato, in realtà si poteva prevedere che per mediare con uno come Trump non bastano le parole, anzi non servono proprio, servono atti concreti. Un atto potrebbe essere quello di smontare
il fronte comune anti-russo rivedendo la questioni sanzioni e magari appoggiare l'idea di una commissione d'inchiesta sul presunto bombardamento ai gas in Siria. Ma
per farlo ci vorrebbe una classe politica coraggiosa e lungimirante. Purtroppo all'orizzonte non ci sembra di veder nessuno con queste caratteristiche.