“Mala tempora currunt” (corrono brutti tempi) e c’è il rischio di “sed peiora parantur” (ma se ne preparano di peggiori)

Come commento al nostro articolo di ieri “Il Comune di Monfalcone censura Avvenire e Manifesto ed è polemica...” è stato postato su Facebook da un lettore un noto detto di origine latina “mala tempora currunt” la cui traduzione più accreditata è "corrono brutti tempi". Verissimo, ma per scongiurare che al “mala tempora currunt” si aggiunga il “sed peiora parantur” (ma se ne preparano di peggiori) sarà bene cominciare a reagire con forza e determinazione, un obbligo umanitario ma anche un impegno politico. Iniziamo con il dire che ieri, giorno in cui la Procura della repubblica di Locri ha pensato di rinchiudere, se pur ai domiciliari, il sindaco di Riace per la sua concreta testimonianza contro il razzismo, butta una ulteriore brutta ombra sul nostro paese. Un arresto clamoroso, perchè Mimmo Lucano è simbolo dell'accoglienza, conosciuto e stimato in tutto il mondo per il modello Riace. Nello stesso giorno un altro sindaco, quello di Monfalcone si arrampicava sugli specchi per sostenere l'insostenibile, giustificare la censura operata dalla sua amministrazione nei confronti di quotidiani scomodi: «la biblioteca è un servizio pubblico, ha chiosato dai microfoni Rai, all’interno si legge, però il taglio deve essere quello culturale, non quello partitico-politico». Oibò, Anna Maria Cisint, “misciotta” gli argomenti, “attribuisce ai giornali più venduti un’indipendenza che il suo capo Salvini tutti i giorni nega e sbeffeggia, si spericola fino a scambiare la Conferenza episcopale per un partito politico” scrive questa mattina il Manifesto (giornale censurato assieme all'Avvenire). Uno scivolone che non è il primo per questo sindaco che ai domiciliari o meglio a casa sarebbe bene andasse di sua iniziativa.
Ma quello che preoccupa noi, che in Friuli Venezia Giulia ci viviamo, è la moltiplicazione di fatti e misfatti in una regione che la geografia, non solo ha collocato all'apice di confini storicamente delicati, ma che è stata culla o meglio incubatore di brutte stagioni del passato. Dalla proclamazione delle leggi razziali, alla collocazione dei “patrioti” occulti di Gladio. Per non parlare dell'inaugurazione delle stragi fasciste e degli annessi depistaggi e segreti iniziati non a caso con la strage di Peteano del 31 maggio 1972.
Un filo nero che pur con le dovute differenze di epoca storica, utilizza sempre la strategia della paura, della tensione, ieri con le bombe, oggi con campagne mediatiche e politiche esasperate che, attraverso la rappresentazione di una realtà distorta rispetto a quella effettiva, ha aperto abilmente praterie sconfinate a politiche razziste, xenofobe e di conseguenza securitarie, come argine ad una minaccia decuplicata per dimensioni ed effetti. Blindiamo i confini continuano a proclamare esponenti che vedono spettri di orde barbariche alle porte e ovviamente, accompagnano la difesa dei sacri confini con politiche di sicurezza. Ronde più o meno istituzionalizzate, finanziamenti per riempire città e paesi di telecamere creando ovunque l'ossessione per la videosorveglianza come controllo di sicurezza, (sono già oltre 300 nella città di Udine). Così con l'area che spira verso destra, grazie anche alla incapacità del centrosinistra di contrastare efficacemente con politiche serie e popolari l'amplificazione dell'invasione e la sua percezione come il problema dei problemi, sono iniziati atti simbolici e oibò reali. Basti ricordare la polemica sulla rimozione dello striscione per la verità per Giulio Regeni dal palazzo del Municipio triestino di Piazza dell'Unità. Poi tornando a cronache più recenti, quando si è operata una censura nei confronti della nota artista, Marina Abramovic, che aveva realizzato un manifesto potente a livello comunicativo per i 50 anni della Barcolana. Siamo tutti nella stessa barca, diceva il messaggio con un riferimento contestuale che era semplicemente di natura ambientalista. Ma qualcuno dalle sinapsi collegate a sensibilità mirate solo a profughi e clandestini, ha letto quel manifesto con il proprio metro pensando ad una campagna politica contro il governo sulla questione dei migranti, una sorta di denuncia sul modo vergognoso di come l'Italia si era comportata verso i migranti nel Mediterraneo costretti a rimanere in balia del mare per giorni e giorni per il capriccio del rais della nuova destra italiana Salvini. Il risultato della censura è stato far balzare quel manifesto agli onori della cronaca internazionale facendolo diventare per davvero simbolo di qualcosa per cui non era stato concepito. Ma l'apoteosi della demenza si è avuta con il fattaccio della censura alla locandina che pubblicizzava il lavoro di alcuni ragazzi e ragazze del Liceo Petrarca di Trieste per una mostra dal titolo "razzismo in cattedra". La locandina in maniera diretta descriveva la verità storica di una Trieste “culla” della proclamazione delle leggi razziali del 1938. Risultato una censura che come un boomerang è tornata sui denti di chi l'aveva voluta. Aggiungiamo i fatti di Monfalcone, prima l'estromissione dei bambini stranieri delle scuole materne e ora la censura ai pericolosi giornali che “fanno politica” (Il Manifesto e L'Avvenire) ed il quadro diventa più chiaro, come più chiara sarà la necessita per ogni sincero democratico di porgersi argine alla barbarie innanzitutto con azioni culturali che facciano tornare alla ragione quanti da popolo sono diventati plebe elettorale, perchè non dobbiamo dimenticarlo che la storia ci insegna che la piazza Unità d'Italia osannante dinnanzi ad un Mussolini che annunciava la partecipazione attiva dell'Italia all'olocausto prossimo venturo, non era un fotomontaggio.
Fabio Folisi

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