Matvejević , addio fratello

Predrag Matvejević è morto senza Nobel. Un rimpianto che ci porteremo sempre dietro. Ma che dovrebbe perseguitare quella commissione che, recentemente, ha preferito un menestrello presuntuoso a uno degli ultimi, grandi e umili pensatori del Novecento.

La morte di Predrag Matvejević è un duro colpo, soprattutto per noi friulani, che gli volevamo bene.
“Bazzicava” sempre al Mittelfest di Cividale del Friuli, è vero, poiché il legame che ci univa al grande scrittore, originario di Mostar, era naturalmente la Mitteleuropa. Ed era lì, in quella indefinita regione che lo sentivamo nostro fratello, perché la Mitteleuropa, nebulosa politica, geografica e culturale, è invece perfettamente delineata nei nostri cuori; essa, infatti, non significa appartenenza a uno stato, a una lingua o a una tradizione, bensì a un destino. Un destino comune.
Matvejević è morto senza Nobel. Un rimpianto che ci porteremo sempre dietro. Ma che dovrebbe perseguitare quella commissione che, recentemente, ha preferito un menestrello presuntuoso a uno degli ultimi, grandi e umili pensatori del Novecento.
Claudio Magris in prima persona, con un lungo “codazzo” di scrittori europei, lo reclamò con un urgenza, quel riconoscimento all'amico, ma purtroppo, non arrivò.
Consegnarlo postumo sarebbe una beffa. O chissà, forse anche un modo per chiedere scusa.
Predrag lo ricordiamo dolce più cha mai, sempre in prima linea per la difesa dei diritti umani e al fianco dei perseguitati dal potere. Lo ricordiamo, nel 2005, in carcere a scontare cinque mesi. Tanto valeva il suo reato: dire ciò che pensava sfidando il regime, e accusando alcuni colleghi di essere stati guerrafondai durante il tragico conflitto nei Balcani. Ve lo ricordate? Li aveva soprannominati “I nostri talebani”. Quando il tribunale di Zagabria lo condannò per calunnia e diffamazione, per Matvejević fu un onore andare in galera rinunciando all’appello.
E ce lo ricordiamo smarrito, durante quella guerra terribile. L’acme di un nazionalismo che colpì l’irrazionale collettivo, una follia che sconquassò popoli e culture legate da un Dna trasmesso dal Mediterraneo. Una follia che portò morte, desolazione, orrore; che trasformò le città in groviera, che incenerì Mostar e l’anima dell’Europa tra le fiamme della Vijecnica, la biblioteca di Sarajevo dove arsero un milione e mezzo di libri antichi.
E in questo abbattimento, Matvejević fu impegnato più che mai, opponendosi a una degenerazione non soltanto culturale, ma anche spirituale che, ne siamo tutti testimoni, purtroppo divenne incontrollabile.
Non serve elencare tutti i meriti di questo grande scrittore, le sue docenze universitarie, i suoi premi letterari, le consulenze, le presidenze, le Legion d’Onore, i titoli onorifici. Basta leggere le sue opere per capire chi ci ha lasciato e di cosa, d’ora in avanti, soffriremo la mancanza. “Breviario Mediterraneo”, “Sarajevo”, “Un’Europa maledetta”, “Pane nostro”. Leggeteli adesso se non li conoscete, imparerete a comprendere il senso del vuoto incolmabile, farete vera esperienza.
E per chi conosce bene i suoi scritti, e sa di cosa stiamo parlando, gli basti conservare nel cuore quel cantore del Mediterraneo, quel mare intenso le cui onde divenivano il susseguirsi di note al piano, strumento che Matvejević amava suonare nei momenti lievi e caldi.
Ne ricordi il suono della voce, irresistibile e “bastarda” accozzaglia di accenti slavi, francesi e italiani. Il suono di quella indefinita regione che è l’amata Mitteleuropa, che ha partorito menti “aperte nell’aperto” e dove dentro ci poteva stare tutto il Mare Nostrum.

Potrebbero interessarti anche...