Mondo sottosopra: liberista la Cina, protezionisti gli Usa

Il mondo va davvero sottosopra: le due ‘culle’ della democrazia e della libertà (Stati Uniti e Inghilterra) diventano nazionaliste e protezioniste in economia con la scelta di David Trump alla Casa Bianca e di Theresa May a Downing Street. La Cina, il più grande degli ‘imperi’ sopravvissuti alla caduta del comunismo, ‘sposa’ invece la globalizzazione e il liberismo.
L’ha dimostrato, con il suo intervento al recente vertice annuale di Davos, il segretario generale e Presidente della Repubblica popolare, Xi Jinping, che ha parlato come facevano Bill Clinton 20 anni or sono e Tony Blair un decennio fa, forse anche per nascondere le ‘ombre cinesi’, cioé il momento particolare della sua economia, un ‘impero’ ora fragile.
Considerate le critiche di Trump all’Europa e il fatto che la Cina è da sempre abilissima nell’inserirsi ngli spazi lasciati vuoti, si può dire che adesso Pechino è la più importante alleata dell’Ue.
Era la prima volta che il massimo leader cinese si presentava al World Economic Forum. Il suo discorso è apparso composto, quasi rassicurante, perfettamente consapevole di avere un’occasione da non perdere.
Xi ha 64 anni e fa parte del gruppo dei “Taizi”, ovvero dei ‘principi rossi’ che riunisce i figli e i nipoti dei protagonisti della ‘Lunga Marcia’ di Mao e della vittoria del 1949 su Ciang Kai-scek, poi fuggito a Formosa.
Nel 1967 ha sposato in seconde nozze Peng Liyuan, cantante di successo nonché deputata e membro dell’Esercito popolare di liberazione.
Se suona paradossale che il capo di una dittatura dirigista divenga il portabandiera del liberismo negli scambi che fu ispirato da Washington e Londra tre decenni fa, è perché il 2016 non ha portato i problemi che erano stati annunciati. Ne ha portati altri.
Dodici mesi fa, sempre a Davos, fra gli economisti e i grandi investitori ci si interrogava sulle probabilità di un collasso finanziario cinese. Non su quelle che il referendum britannico sulla brexit o le elezioni Usa producessero strappi che nessuno, allora, pensava possibili.
Xi ha detto: “Serve coraggio per nuotare nell’oceano aperto; se hai paura, affondi. Se cerchi di tagliare i flussi degli scambi internazionali chiudendoli in ruscelli o laghetti, sei destinato a fallire. Noi cinesi l’abbiamo capito”.
Ma le scelte di Trump per la sua ‘squadra’ sembrano fatte apposta per indebolire gli interessi di Pechino, un florilegio di protezionismo: Wilbur Ross, grande imprenditore nei settori come il tessile e l’acciaio (i più colpiti dalla concorrenza cinese) e Robert Lighthizer, avvocato anche lui incaricato di occuparsi dell’industria dell’acciaio.
Profezie di sventura per la Cina, che già di recente ha subìto una fuga di capitali da 64 miliardi di dollari al mese e che dall’agosto 2015 ha visto uscire dai suoi confini qualcosa come 1.300 miliardi. Non certo una bazzecola, neppure per un’economia che, come quella di Pechino, vale quasi il 14% del reddito mondiale.
AUGUSTO DELL’ANGELO
Augusto.dell@alice.it

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