Morte di Giulio Regeni, la verità giudiziaria è lontana, quella reale palese. Pignatone al Copasir: la situazione è ormai di stallo

Eravamo stati facili profeti... purtroppo, quando più di due anni fa sostenevamo che la verità giudiziaria, sui responsabili dell'assassinio di Giulio Regeni non sarebbero mai emersi o quantomeno non avrebbero mai pagato per quel crimine. Ed oggi all'indomani dal compleanno che avrebbe scandito il 31esimo anno del ricercatore friulano le conferme arrivano dal procuratore capo di Roma Giuseppe Pignatone in audizione al Copasir. Dice Pignatone: “fatto tutto il possibile, ma nessuna apertura dall’Egitto”. Ieri la madre di Giulio Paola Deffendi nel giorno del compleanno ha twittato «Ti hanno rubato la vita, sarebbero 31!». Una vita rubata e una giustizia negata, perchè nonostante 36 mesi di impegno degli inquirenti italiani e malgrado sia stata disegnata la dinamica di quanto accaduto a Giulio, sulle responsabilità non si riesce a quagliare nulla. Sono infatti trascorsi quasi tre anni da quando il ricercatore di Fiumicello, quel 25 gennaio del 2016, scomparve nel nulla al Cairo per essere ritrovato, il 3 febbraio successivo, cadavere. Il corpo martoriato dalle torture. Nell’arco di tutto questo tempo ci sono stati svariati incontri fra inquirenti italiani ed egiziani, ripetute richieste da parte dei nostri investigatori di accedere ad atti e verbali, accurate analisi del materiale che si è riusciti a reperire. Pignatone è in audizione davanti al Copasir, assieme al sostituto Sergio Colaiocco,ripercorre l'iter delle indagini ed i rapporti con gli egiziani ma poi incalzato dalla commissione è chiaro: l’inchiesta della Procura della capitale sull’uccisione di Regeni è in sostanziale stallo. In realtà al di là delle disponibilità di facciata l’Egitto, inizialmente trincerato dietro depistaggi e fantasiose e ingiuriose per la memoria di Regeni ricostruzioni dell’accaduto, è andato ribadendo più e più volte la volontà di una collaborazione piena che nei fatti non è mai arrivata completamente. Ed anche se la Procura di Roma a inizio dicembre è arrivata a iscrivere nel registro degli indagati cinque esponenti di servizi segreti e polizia investigativa del Cairo la situazione è bloccata dalle indisponibità del Cairo a sentir solo parlare di responsabilità dei soggetti individuati dagli investigatori italiani, soggetti sui quali vi sono elementi solidi in ordine alla colpevolezza per il sequestro di Giulio. Ufficiali della National Security e dell’Ufficio di investigazione giudiziaria del Cairo e poi andando su nella catena di comando sino ai vertici dello stato che non potevano non sapere. Del resto, lo scrivevamo nel marzo del 2016 ci sono, oggi come allora, solo due sole certezze sulla morte di Giulio Regeni: l’omicidio ad opera di professionisti della tortura e l’assenza di colpevoli in giudizio, fato che rimarrà per sempre in ossequio alla ragion degli stati. In realtà la verità sui fatti è palese ed è nota da tempo, fornita dalla ricostruzione dei giorni del soggiorno di Giulio Regeni nella terra delle piramidi fino alle ore del suo sequestro e della sua atroce morte. Un puzzle ricostruito minuto per minuto al quale mancano solo i tasselli ufficiali delle responsabilità, quelle degli esecutori ma soprattutto quelle dei mandanti. Tasselli, spiace dirlo, che purtroppo non vedremo mai.