Nextgeneration-Ue tra sostenibilità e resilienza con qualche ambiguità

Di sostenibilità mi occupo da una trentina di anni, più o meno dai tempi della Conferenza di Rio, ed ho spesso abusato del termine sempre coniugandolo nei suoi aspetti ambientali, sociali ed economici. Non mi dispiace che attualmente il termine sia diventato di uso talmente comune da essere l’equivalente del sale in cucina. Poi magari succede che un ciclista acrobata in cima ad una montagna la rievoca per pubblicizzare una acqua minerale di bassa pianura e ti viene il sospetto che il rispetto della natura sia un concetto un po’ troppo elastico.
Ma negli ultimi mesi il potere evocativo della sostenibilità si è sempre più accompagnato ad una “new entry” denominata resilienza. Termine non inventato ma preso a prestito dalla elettrotecnica dei cui studi ho ancora un vago ricordo.
I 207 miliardi di euro disponibili per l’Italia sono inquadrabili nei “Recovery and Resilience Plans” definiti dalla Commissione della Ue e che l’Italia tradurrà nel suo “Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza” (PNRR). Soldi bramati e contesi da chiunque ritenga di contare, come istituzione o come categoria economica e sociale, nell’Italia di oggi. Le manovre sono in corso, anche se la nostra Regione F-VG sembra piuttosto defilata. Trovarsi di fronte un governo nemico non facilita a lavorare seriamente in un campo dove, oltre ad esprimere desideri, è necessario conoscere bene le procedure da attivare e le priorità ammissibili da esprimere.
Una partita decisiva sembrano tuttavia giocarla le rappresentanze imprenditoriali, sia italiane che locali. Bonomi, Danieli e Agrusti si fanno sentire e direi opportunamente (nei confronti dei loro associati) si mettono in prima fila nella indicazione di priorità e modalità di costruzione del PNRR.
Ed è qui che ho scoperto come un termine dal forte senso evocativo come quello di resilienza possa assumere un significato limitato e rischiare di diventare un puro strumento di categoria. Nel Piano si parla di resilienza economica che semplificando diventa la “capacità di una impresa di reggere ad una tempesta internazionale limitando i danni e poi ripartire rapidamente”. Sembra musica per le orecchie di chi ritiene di tenere in piedi l’economia del F-VG grazie alla capacità di esportazione. Che poi le misure da prendere, o meglio le “Reforms and Investments” come vengono definite dalla UE, vengano da Roma o da Trieste (qualora possibile) non cambia molto.
Ma a mio parere la “resilienza” deve essere intesa diversamente, pur senza negare l’importanza del sistema produttivo. Proprio come la sostenibilità è una caratteristica che deve connotare un sistema territoriale nelle sue dimensioni sociali, economiche e ambientali, anche la resilienza si deve applicare alla complessità dell’intero sistema territoriale nelle componenti che lo caratterizzano. Deve diventare la “capacità di limitare i danni di fronte ad un evento negativo eccezionale ed essere in grado di riprendersi rapidamente, facendo il più possibile ricorso alle risorse che è in grado di attivare al suo interno”.
Nella interpretazione della UE la dimensione territoriale è quella degli stati nazionali che ne sono membri, ma è evidente che una situazione articolata e diversificata come quella italiana dovrà anche tentare di guidare il proprio Piano secondo le necessità di aree non omogenee. Non a caso è già in atto un dibattito sulla riduzione del cuneo fiscale sul lavoro nel meridione. Così anche la Regione F-VG dovrebbe avere la capacità di far emergere elementi specifici dei propri obiettivi di resilienza.
Ed è evidente che questa non è solo riferibile alla economia delle imprese che operano sui mercati europei ed internazionali ma sicuramente comprende una adeguata organizzazione di servizi pubblici che le istituzioni possono fornire, salute ed assistenza sociale in prima istanza.
Ma ci sono pure economie specifiche locali la cui ripresa e magari nuova attivazione sono determinanti per un sano governo del territorio stesso e per la sua sicurezza. E ci sono economie informali, di fatto ricostruzione di spazi di socialità e convivenza, che pur spesso prive di scambi monetari, e magari attualmente ancora fuori da un invadente mercato, permettono quelle condizioni di qualità di vita in grado di confrontarsi con l’insieme degli eventi imprevisti che sempre più spesso ci coinvolgono. Talvolta si parla di economia civile o semplicemente di associazionismo e volontariato, ma, anche se il PIL non ne tiene conto, si tratta di quel di più che rende più decente la vita in una realtà rispetto ad una altra. E magari anche più competitiva e produttiva.
La riduzione del significato del termine resilienza mi pare abbia reso marginale il fatto che la capacità di reazione di un territorio dipende da un complesso di fattori non sempre misurabili con indicatori semplificati. In F-VG nessuno ha oggi una ricetta sicura per combattere da un lato il decremento e invecchiamento demografico e dall’altro l’abbandono di una presenza residenziale in molte aree rurali e montane. Senza presenza ed attività umana diffusa non c’è resilienza che tenga.
C’è da augurarsi che la frenesia di collocare le risorse del Recovery Fund non semplifichi troppo la discussione e, tenendo conto che gli strumenti della programmazione europea non si esauriscono qui ma si articolano in un set piuttosto ampio per il periodo 2021-2027, si riesca a coordinare l’emergenza di oggi con una azione continua che sappia dare valore anche a quanto spesso trascuriamo. Sempre che si abbia una idea di cosa fare per un futuro del Friuli e di Trieste.

Giorgio Cavallo