Opinioni: I danni della versione 4.0 del fascismo di confine

Il Narodni Dom di Trieste verrà riconsegnato alla comunità slovena il prossimo 13 luglio a cento anni di distanza dalla sua distruzione. Dovrebbe così essere sanata definitivamente una frattura che ha caratterizzato la nostra storia.
Ma non è così. A dar bada alla cronaca politica di questo inizio d’anno c’è da ritenere che qualcosa di non molto distante dal “fascismo di confine” degli anni 20 del secolo scorso sia ancora presente tra noi, anzi nel quadro istituzionale di questa regione F-VG appare sostanzialmente egemone.
Con “fascismo di confine”, anteriore alla stessa presa del potere da parte del regime, si inquadrava una posizione politica culturale che per rispondere ad una vera o presunta aggressività territoriale del mondo slavo (sloveno e croato) riteneva opportuno usare le maniere forti per difendere la Patria, nei confini allora attribuiti dagli accordi di Londra, ed affermare la superiore civiltà della identità italica.
Fu un trauma la imprevista comparsa della Jugoslavia, o meglio dello stato degli.
sloveni, croati e serbi, che alla fine della I guerra mondiale rivendicava i territori di proprio insediamento linguistico evidentemente in contrasto con quelli che l’Italia riteneva di aver conquistato e riportato ai propri diritti storici e geografici.
Già nel 1920 il numero degli iscritti al partito fascista a Trieste era il più alto d’Italia e la militanza organizzata, anche all’interno delle forze armate, era fonte di continui focolai di violenza. L’idea dello “slavo incivile e brutale” da rieducare e italianizzare fu quindi alla base di una politica di repressione e gestione degli “allogeni”. Uno stato forte in grado di imporre la propria volontà senza essere vincolato da lungaggini e assurdi diritti era necessario.

Il giorno del ricordo.
Le vicende storiche successive, per chi le vuol conoscere, sono note. Ma ogni anno in occasione del “giorno del ricordo”, legato alle vicende della fine della II guerra mondiale, riemergono alla ribalta della cronaca politica nelle molteplici forme di un romanzo popolare. Questa giornata è giornalisticamente definita con un hashtag “foibe ed esodo” che identifica un messaggio di colpevolezza del mondo slavo e comunista nonché della sinistra in generale e dell’antifascismo storico ed attuale. Nella versione più benevola poi vi si affianca l’equivalenza di condanna tra fascismo-nazismo e comunismo, con riferimento quasi ad una equiparazione tra la Shoà e la eliminazione della presenza italiana nella ex Venezia Giulia.
Naturalmente oggi la situazione geo politica è completamente diversa, la Jugoslavia non esiste più e nemmeno il comunismo, o socialismo reale come si chiamava ai vecchi tempi, anche se pare che molti non se ne siano accorti. Sloveni e Croati fanno parte della UE e gestiscono assieme all’Italia una miriade di iniziative economiche, sociali e culturali, oltre a rispondere agli obblighi del diritto europeo in diversi campi. Ma quando si parla di queste vicende è come toccare un nervo scoperto. Peraltro l’intera area balcanica sta ancora vivendo drammatiche lacerazioni di analoga origine.
Per quanto ci riguarda permane l’incapacità di inquadrare il “ricordo” di avvenimenti di almeno 70 anni fa in una memoria storica che non sia pura rivendicazione di torti subiti nel passato. Ciò rende attuali e “contendibili” avvenimenti la cui collocazione dovrebbe ormai essere archiviata in un terreno di puro studio ed approfondimento. Certo anch’io sono addolorato per la conquista da parte di Venezia del Patriarcato di Aquileia, ma non mi rifaccio a ciò quando vedo la attuale classe dirigente del F-VG succube delle decisioni e dello strapotere veneto o “triestino”.
Per questo mi pare giusto assimilare quanto emerge in occasione dell’annuale “giorno del ricordo”, sintetizzato appunto nell’hashtag “foibe ed esodo”, a quel tipo di cultura nazionalista ben presente in questa area negli anni 20 del 900. E mi pare significativo denominare il tutto con la dizione “fascismo di confine 4.0” proprio per segnalarne la contiguità con gli interessi politici attuali del sistema italiano dove il neo nazionalismo e il sovranismo, con tutto il loro portato di sacra difesa dei confini e di autoritarismo, sembrano dominare, a partire dai social di internet.
Va anche ricordato che il messaggio “foibe ed esodo” nel quadro del giorno del ricordo è stato avallato dal Pd sia come posizione di partito che nelle dichiarazioni di autorevoli presidenti della Repubblica quali Napolitano e Mattarella. Forse il PD ha voluto scindere se stesso dalle responsabilità storiche attribuite al PCI per le vicende del confine orientale, senza comprendere come una raffazzonata e semplificata narrazione potesse offrire su un piatto d’argento al nazionalismo di destra italiano la titolarità vittimistica di un dramma di cui è stato per buona parte colpevole.

La difesa dei confini fa male alla “salute”.
Per la verità qui non mi interessano le conseguenze di ciò nell’ambito della politica italiana dove lo sfaldamento continuo dei pilastri costituzionali e fondativi della Repubblica crea condizioni di incertezza interpretativa disponibili solo per profeti. Mi pare utile piuttosto cercare di capirne alcune conseguenze sul piano dei rapporti interni ed esterni alla nostra regione F-VG, in particolare nell’ambito di quelle relazioni che vanno al di là dei singoli stati.
Non è che condannando i crimini del comunismo (slavo e italiano) si aprano spazi di collaborazione e utile condivisione di prospettive. In Slovenia e Croazia, così come in Ungheria, la presenza di forze politiche nazionaliste e sovraniste non mancano, e confliggono sia nella memoria storica con l’Italia che tra le loro. Non credo che per il Friuli e per Trieste possa esserci un vantaggio dal rafforzamento di Jansa a Lubiana e magari dalla sua entrata al governo. Così come in Croazia va segnalato che lo stesso HDZ (ma non solo) stia da tempo cercando qualche utile occasione per ridurre l’autonomia politica ed istituzionale dell’Istria. Forse in quella penisola non ci saranno più molti italiani ma l’esperienza democratica della Dieta è uno spazio di civiltà che dovrebbe stare a cuore a tutti noi.
Non mi pare poi ci sia da stare molto tranquilli se a questi elementi di carattere politico aggiungiamo la lite per le frontiere sul mare tra Slovenia e Croazia (magari con conseguenze possibili per l’attività di pesca e di transito marittimo per l’Italia) e l’attivismo ungherese che continua a considerare l’area nord balcanica come sua logica area di riferimento per gli scambi marittimi, in un gioco che oggi coinvolge Fiume, Capodistria e Trieste. Non mi consta che Orban nel rivendicare la revisione del trattato di Trianon abbia messo in elenco anche Fiume, ma sicuramente ci pensa.
E visto che ci sono, aggiungo, pur su un piano minore, le stesse difficoltà dei comuni delle valli del Torre e Natisone a costruire legami con l’area del Poso
je (Alto Isonzo, Caporetto, Plezzo, etc.) per un allargamento di politica turistica. Così come val la pena ricordare le innumerevoli vicende trans frontaliere negli ambiti economici, commerciali, ambientali, di necessità di integrazione di servizi e di organizzazione del territorio che hanno bisogno non solo di “agreement diplomatico” ma di collaborazioni sostanziali basate sulla fiducia e sull’agire comune.
Tutto ciò dovrebbe farci capire che lo sfruttamento propagandistico dei “ricordi” lungi dall’essere una opportuna riflessione sui danni delle concezioni nazionaliste provocati nel passato, rischia di diventare una riapertura di partite dannose per il nostro futuro. Forse si potrà discutere delle percentuali ma qui non c’è nessuno senza colpa che possa lanciare la prima pietra.

Giorgio Cavallo