Opzione grandi opere stradali per il futuro del F-VG il rischio di sprecare un recovery fund

Siamo ormai a metà della attuale legislatura regionale e sarebbe ora di capire se nel cervello della amministrazione c’è qualche idea di prospettiva per delineare un futuro significativo alla Regione stessa.

Leghisti e Patrioti, pur continuando ad accendere candele nei santuari affinché non si affievolisca il flusso di immigrati ed a salutare calorosamente ogni maldestro tentativo di centralizzazione decisionale del potere statale, prima o poi dovranno rendere conto di un vero e proprio zero assoluto per quanto riguarda una qualche capacità di individuare obiettivi che esulino da una banale (e magari clientelare) amministrazione corrente. 

I temi chiave alla partenza del “governatore” Fedriga, riorganizzazione degli Enti Locali e spazio ad una rinnovata sanità, sono scomparsi dall’orizzonte per cause esogene ed endogene: i Comuni possono fare qualsiasi scelta loro aggrada, da soli o male accompagnati, salvo non disporre di risorse finanziarie ed umane, e la pandemia di CoVid 19 è diventata una emergenza endemica che permette di occultare ogni altro aspetto della sanità pubblica.

La grande speranza logistica legata al Porto di Trieste ed alla sua proiezione regionale segna qualche punto, ma sicuramente non c’è connessione con l’autonomia speciale. Inoltre il quadro in cui oggi si sviluppano le prospettive appaiono totalmente diverse da quello di 4-5 anni fa in cui pareva che il sole dell’Impero di mezzo dovesse illuminare il nostro futuro. Semmai qualche indicazione non proprio tranquilla sembra volerci risucchiare su un piano geo strategico al servizio (militare e civile) della alleanza del cosiddetto Trimarium, al contempo antirussa ed anticinese, come M. Pompeo e gli analisti di Limes vogliono. Retroterra balcanico piuttosto che terminale alternativo per l’Europa che conta.

Un po’ casualmente ci troviamo così di fronte al “miraggio” degli oltre 200 miliardi di euro che l’UE mette a disposizione dello stato italiano per un “recovery fund” che risvegli l’atrofizzata economia dolorante di pandemia. Invitandola nel contempo a tentare la nuova luminosa strada del “green new deal” quale antidoto ad un PIL che, un po’ dovunque in Europa, non sa più da che parte girarsi.

Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior”: così Fabrizio De Andrè. Quando meno te l’aspetti ecco che dalla maggioranza in Consiglio Regionale, in occasione della variazione di bilancio di luglio, viene fuori un ordine del giorno, primo firmatario E. Zanon, che finalmente ci proietta nel futuro. Ed a conferma lo stesso Zanon ci ha spiegato con dovizia nel MV del 17 agosto le motivazioni culturali e tecniche della scelta infrastrutturale che deve guidare ogni ipotesi di rilancio dell’economia regionale.

Normalmente un ordine del giorno non si nega a nessuno, tanto poi basta rallentarne o farne scomparire le fasi attuative. Per mia memoria, lungo tutto l’arco degli anni ’80, presentavo ad ogni bilancio un documento per stimolare lo studio della realizzazione del canale navigabile Isonzo-Danubio. E sempre i presidenti dell’epoca, forse come regalo di Natale me lo approvavano. Tutti sapevano che era un omaggio alla concezione mitteleuropea della nostra regione che ci pareva elegante ricordare con un qualcosa di legato al mito degli Argonauti. E il tutto finiva lì.

Ma, nel vuoto ideale e programmatico attuale, l’odg di Zanon che vede in una “primavera infrastrutturale” il futuro dello “sviluppo” è qualcosa di più. E’ un modo di prenotare le risorse del Recovery Fund che ci spettano come Regione, almeno a dar bada alle promesse di Mattarella, con un ben definito progetto di territorio. Che poi queste risorse, quantificabile nell’ordine complessivo di 4 miliardi di euro, siano gestite dallo Stato o dalla Regione appare ininfluente.

L’ideologia comune è che sono le infrastrutture a indirizzare l’economia, a evitare la decrescita e che non bisogna andare troppo per il sottile nel definirle e realizzarle. Magari Zanon voleva semplicemente togliere le paternità dell’autostrada Cimpello-Gemona agli Agrusti ed ai Sonego, ma ne è venuta fuori una vera e propria cornice di progettualità politica per questa maggioranza regionale alla ricerca di una stabile contiguità con le élites che il mondo economico e produttivo di questa Regione è in grado di produrre.

Altro che “green new deal”! Pare che Ursula Van der Leyen, avutane conoscenza e presa dallo sconforto, abbia improvvisamente parlato in friulano dicendo: “puars mai nô” (Samuele, Vecchio Testamento, “poveri noi”). Qui ci troviamo di fronte ad un vero e proprio rilancio di una “civiltà del petrolio” come unico orizzonte praticabile. Altro che Ungheria e Polonia.

Non entro nel merito delle singole questioni che ognuna delle opere proposte nell’odg porta con sé. Ognuna ha una sua storia e produce giudizi diversi in termini di realizzabilità ed utilità. Ironicamente mi ha sorpreso la mancanza di una opera molto gettonata ai tempi di Illy, l’autostrada Carnia-Cadore con il traforo del passo della Mauria.

Quello che mi interessa è capire se a questa “visione” vi siano alternative, magari faticose, e magari proiettate nel nostro secolo per trovare un più adeguato modo per richiedere con forza i 4 miliardi di euro che ci spettano. Ma di un serio dibattito sulla vicenda, perlomeno nell’ambito dei poteri che contano e negli attori principali del sistema politico regionale, non mi pare ci sia traccia.

Giorgio Cavallo