Per un “Green new deal”. Anche in Italia serve una presenza politica ambientalista

I successi elettorali di formazioni ambientaliste in questo 2020 in varie parti d’Europa, ultime le elezioni amministrative in Francia e quelle parlamentari in Croazia (Zagabria), stanno stimolando i commentatori politici a domandarsi del perché ciò non succeda in Italia. Marco Damilano su l’Espresso del 12 luglio vi aggiunge anche la stranezza della mancanza dell’affermarsi di leader donna non solo in un forte soggetto verde ma anche nel PD.
In Italia la domanda dei media sembra soprattutto riguardare il possibile irrobustimento del fronte “progressista” secondo una logica di schieramento che peraltro non coincide con quanto succede altrove, dove formazioni “green” fanno parte di coalizioni governative piuttosto variegate. La cosa da noi è comprensibile perché la destra italiana sovranista e populista è talmente devastata nella propria pratica “ideologica” da non far intravvedere altre possibilità. Ma non va dimenticato che il pensiero politico “verde” va da tempo su piani che non possono essere assimilati al tradizionale confronto tra schieramenti delle democrazie occidentali, se non altro per l’evidente difficoltà di confrontarsi con le economie politiche della “crescita” che continuano a spopolare dovunque.
Pensatori del calibro di Bruno Latour e Luciano Floridi hanno tentato con successo di collocare una azione politica “green” su rotte e spazi non assimilabili alla linearità della retta nazionalisti-conservatori-liberal democratici-socialisti, pur senza trascurare la necessaria socialità dell’azione politica.
Per la verità l’Italia ha visto nella sua storia politica recente la nascita di un potente partito ambientalista che non coincide con i cocci delle storiche Liste Verdi degli anni 90, ma che si chiama M5S. Gran parte delle pulsioni popolari ecologiste delle generazioni che si affacciavano con disgusto alla politica nei primi 15 anni di questo secolo sono finite lì ed hanno contribuito ad un successo elettorale che purtroppo non si è tradotto in percorsi programmatici pur annunciati, con risultati quasi più importanti negli anni di opposizione che in quelli di governo.
Le spiegazioni che si possono dare sono le più diverse, tuttavia ben pochi possono seriamente scommettere sulla probabilità che il M5S diventi l’asse portante in Italia del “green new deal” che l’UE ci propone come spazio di ricostruzione economica e sociale. L’antipolitica e gli spezzoni di sovranismo euroscettico sono veleni non ancora mitridatizzati dal M5S e lo portano continuamente su terreni di sabbie mobili, magari forse ancora ricchi di voti ma cerebralmente distruttivi.
E allora? Il sistema politico italiano è oggi di fronte a possibili svolte determinate da decisioni che riguardano alcune delle regole fondamentali che delimitano le nostre democrazie. Vale per il referendum sulla riduzione del numero dei parlamentari e la nuova legge elettorale per le consultazioni politiche. Non si tratta di elementi secondari. Un sistema politico ed istituzionale in dissoluzione non potrà reggere affidandosi a colpi di coda di maggioranze casuali ma dovrà prendere atto del fallimento e aiutare a scoprire le energie positive da mettere in campo per ripartire, sempre che ci siano.
Finché non ritornerà chiaro che il Parlamento è il luogo di espressione delle rappresentanze politiche e territoriali, e non un bivacco dove manipoli di maggioranza fanno eseguire gli ordini di un governo, non c’è spazio per la ricostruzione di una democrazia. Senza una vera dialettica sui contenuti dell’azione pubblica non c’è nemmeno speranza per una politica che possa arginare le domande di privilegio e corruzione nell’uso delle risorse che salgono da una società sempre più spezzettata in visioni settoriali disarticolate.
Negli anni 50 del secolo scorso, a destra e a sinistra, il dubbio popolare sulla democrazia veniva sintetizzato da due espressioni: “quando c’era lui …” e “a da venì baffone”. Oggi fior di commentatori dicono lo stesso in maniera più elegante e forse più truce. Risposta sbagliata ad una domanda di efficienza che rifiuta la complessità della politica.
Una “opinione pubblica” sbandata e confusa non può pensare di “salvare l’Italia” affidandosi a percorsi istituzionali di centralizzazione e concentrazione dei poteri, finendo poi per abuso di “semplificazione” a spacciare per “interesse nazionale” le pretese dei più forti gruppi di pressione. Serve l’avvio di un percorso politico paziente, anche con l’incubazione di nuovi attori portatori di innovazioni, dove soluzioni “tolleranti” e “sagge” possano interpretare le necessità sul tappeto. E tra queste emerge quella della urgenza di risposta alle questioni climatiche e ambientali, ricche di relazioni globali ma anche articolate in sfaccettature territoriali da valorizzare per costruire un progetto umano e politico comune.
Nell’immediato la “provvidenza”o il caso dovrebbero farci la grazia di un NO al referendum sulla riduzione dei parlamentari e di una nuova legge elettorale per i due rami del parlamento seriamente proporzionale e rispettosa dei territori.
I prossimi mesi ci diranno se la attuale coalizione di governo reggerà grazie alla mancanza di alternative numeriche o magari si rinsalderà con apparizioni miracolose. Ma il futuro dipenderà da due evenienze decisive:
dal formarsi di una progettualità politica ambientalista (attenta alle bio-alterità e organizzata con intelligenza in forme singole e/o multiple) capace di far saltare il banco delle attuali mummificazioni partitiche e guidare la declinazione e realizzazione di un programma “green”, pur nella sua ambivalenza di “economy” e di speranza salvifica per l’uomo e la terra;
dalla ricostruzione di una democrazia rappresentativa che proprio a partire dai meccanismi di regolazione istituzionale ed elettorale sappia eliminare il cancro del centralismo e dell’autoritarismo decisionista, permettendo alle diversità di idee politiche e di territorio di trovare vie di gestione delle complessità che ci caratterizzano. Che poi questo ribaltamento della visione “macha” della politica riesca ad affermarsi grazie a nuove leadership femminili, distanti dalle figure di ferro che oggi comunque vediamo presenti nella cronaca, è un auspicio da non buttare via.

Giorgio Cavallo