Perché e come la quinta generazione 5G ci riguarda

La prima generazione (1G) di tecnologia delle telecomunicazioni nasce negli anni ’80, seguita a ritmo sostenuto dalle altre G, passando dai primi “grandi” telefoni cellulari alla molteplicità di servizi offerta dagli smartphone, con sistemi sempre migliori e più veloci; la parola smart inizia la sua marcia vittoriosa. La rete 5G appare però più problematica delle altre, nonostante abbia una infinità di pregi, la velocità superiore e l’aumentata capacità di trasmissione dati, il consumo energetico più limitato e, soprattutto, una versatilità che la rende supporto di tutto ciò che è smart, a partire dall’Internet delle cose IoT (Internet of Things). Già da tempo dalle nostre case osserviamo come un chirurgo possa operare a distanza durante un matrimonio oppure che significa vivere avendo la possibilità di dialogare con Alexa, a tutte le età. Se cerchiamo velocità, sicurezza, reti che colleghino ogni dispositivo in tempo reale, ebbene questo mondo ce le offre: è il mondo del riconoscimento facciale, della smart city, di ciò che è detto intelligente. Tuttavia questo mondo che sembra semplificare sia le nostre vite che l’amministrazione della cosa pubblica ha un volto, ed è il volto del potere che domina questa era, quello dell’informazione-comunicazione e dei suoi magnati, è il volto del controllo, il volto illiberale di ciò che governa vite, scelte, desideri. Questo mondo ha anche un’illusione, quella del benessere: questo accadde anche in un’altra epoca rivoluzionaria - di cui ora col mutamento climatico vediamo gli effetti – quando ci si spinse a fantasticare che a breve l’uomo avrebbe lavorato non più di quattro ore la settimana. Ha poi un mito sottostante e capace di guidarne altri, quello della velocità, condiviso dal potere economico e finanziario e dal cittadino comune. La vecchia parabola della “Sindrome circolare del rasoio elettrico” è ancor oggi illuminante su questo mito: che senso può avere “radersi più in fretta per avere più tempo per progettare un apparecchio che rada più in fretta, e così all’infinito”? Un cerchio che chiede di essere spezzato.
Oltre a questo ipotizzare e divagare di scenari e volti, vi sono i fatti, i dati. Partiamo dalla politica italiana. È un fatto il pensiero che guida vari punti del piano Colao di questo giugno e della bozza (6 luglio 2020) del Decreto semplificazioni per l’Italia. All’art.25 il Piano Colao dice di “adeguare i livelli di emissione elettromagnetica in Italia ai valori europei, oggi circa tre volte più alti e radicalmente inferiori ai livelli di soglia di rischio, per accelerare lo sviluppo delle reti 5G. Escludere opponibilità locale se i protocolli nazionali saranno rispettati”. La bozza del Decreto fa eco a queste parole nell’art.30 comma 15: “I comuni possono (…), con l’esclusione della possibilità di introdurre limitazioni alla localizzazione in aree generalizzate del territorio di stazioni radio base per reti di comunicazione elettroniche di qualsiasi tipologia e, in ogni caso, di incidere anche in via indiretta o mediante provvedimenti contingibili e urgenti, sui limiti di esposizione a campi elettrici, magnetici ed elettromagnetici, sui valori di attenzione e sugli obiettivi di qualità, riservati alla Stato ai sensi dell’Art.4”. Chiarissimo. C’è da chiedersi dove sia la Costituzione Italiana, dove siano i compiti, la volontà, il valore delle Amministrazioni locali e soprattutto dove vengano sepolte sia la comunità che la stessa democrazia, intesa quest’ultima come partecipazione reale ed effettiva dei cittadini alle decisioni che riguardano loro ed i loro territori.
Entrambe le citazioni parlano di limiti e livelli (numeri quindi), quelli italiani sono reperibili ovunque, basta visitare una qualsiasi ARPA (Agenzia Regionale per la Protezione Ambientale) per trovarli. Parleremo qui solo di frequenze e di campi elettrici, nonostante siano coinvolte altre grandezze fisiche. Quando si parla di radioonde si stanno considerando onde (radiazioni) elettromagnetiche. Ne siamo immersi, costituiscono la natura in cui viviamo, da esse è nata la vita stessa; negli ultimi decenni (a partire per la verità da fine ‘800) ad opera dell’uomo se ne sono sovrapposte altre, artificiali appunto. L’esposizione cui siamo soggetti sta diventano però ora rilevante oltre che obbligatoria ed onnipresente. Le radiazioni si distinguono dalla frequenza. Una stretta banda di esse è occupata dalla luce visibile, che ha frequenze con 14 zeri in Hz (Hertz). Frequenze superiori sono l’ultravioletto, i raggi X, i raggi gamma (siamo nelle radiazioni ionizzanti, dannose). Frequenze invece inferiori, e non ionizzanti, sono gli infrarossi (ben conosciuti per le svariate applicazioni tecnologiche e terapeutiche, visto l’effetto termico), le microonde (quelle del noto forno) e le onde radio. La legislazione sulle radiofrequenze coinvolge frequenze da 0 a 300 GHz (11 zeri), al limite dell’infrarosso. Teniamo presente che le frequenze vendute dallo Stato all’asta del 2018 per il 5G italiano (acquistate per circa 6,5 miliardi di euro (!) da Tim, Vodafone, Iliad, Windtre, Fastweb, i giganti che da questo trarranno profitto e potere) sono nelle bande, già parzialmente utilizzate, di 684-790 MHz, 3,6-3,8 GHz e 26,5-26,8 GHz (dieci zeri).
L’ICNIRP (International Commission on Non-Ionizing Radiation Protection), ente di riferimento dei decisori politici, nelle sue diverse, articolate e documentate relazioni, di cui l’ultima di pochi mesi fa, suddivide gli studi sugli effetti delle esposizioni a radiofrequenze in categorie: si valutano ad esempio la stimolazione nervosa, la permeabilità delle membrane cellulari, il calore generato nel corpo e il relativo aumento di temperatura. È in quest’ultimo tema che l’ICNIRP si concentra, dicendo che, nel seguire le restrizioni indicate già nel 1998, non vi è evidenza di danno per l’uomo, tuttavia “per livelli di esposizione superiori c’è una ricerca limitata” (2020). Lasciamo pure da parte la questione cancro, studiata da numerosi enti, ricordando però soltanto che la IARC (International Agency for Research on Cancer) classifica le radiazioni in questione come 2B (possibili cancerogeni, certo come anche il caffè e l’aloe), tra quattro possibili categorie di cui la numero 1 contiene i cancerogeni, la 4 i non cancerogeni, la 2 i probabili (A) e i possibili (B). Lasciamo da parte anche i presunti conflitti di interesse dell’ente ICNIRP, che non sarebbe quindi indipendente (neppure Vittorio Colao lo sarebbe). Pur trascurando questi ultimi due argomenti, e ingiustificatamente, visto che costituiscono la parte determinante degli interrogativi sui potenziali danni alla salute, c’è da chiedersi se siamo veramente disposti, noi uomini e donne, a decidere (ammesso e non concesso, da quanto abbiamo visto, che possiamo farlo) per noi, per gli altri animali, per le piante, per ogni organismo vivente dell’ambiente, di vivere con un aumento artificiale di temperatura che, pur essendo, per ora, piccolo, riequilibrabile dall’organismo umano, ma non nullo, è onnipresente, vista la pervasività e la progettata onnipresenza di questa tecnologia.
Torniamo a limiti e livelli. La politica (i Parlamenti, gli Esecutivi), sentiti gli organismi competenti, tra cui l’ICNIRP, ha il compito di fissarli. Questa legislazione procede in ordine sparso, mostrando così basi poco sicure, da approfondire quindi: vi è disparità fra stati, all’interno di singoli stati e fra diversi organismi dell’UE. Insomma è frutto di interpretazione e di mediazione politica. L’Unione Europea “raccomanda”, in nome della coerenza tra Paesi, che oltre 2 GHz di frequenza il limite di esposizione (un valore massimo) a campo elettrico sia 61 V/m (Volt al metro). In Italia invece distinguiamo tre tipologie di numeri: il “limite di esposizione”, che tutela da effetti acuti e non deve essere superato in alcuna condizione, che vale 40 o 20 o 60 V/m secondo la frequenza; il “valore di attenzione”, che non deve essere superato in ambienti abitativi, scolastici, di permanenza prolungata, che è 6 V/m per qualsiasi frequenza (è un valore determinante, laddove confrontato con 61 V/m europei, valore che gli è 10 volte maggiore); l’”obiettivo di qualità”, definito dallo Stato ai fini della progressiva minimizzazione dell’esposizione, che è sempre 6 V/m. Per i lavoratori, nel caso di esposizione a frequenze da 2 a 300GHz, il limite sale di molto, a 137 V/m. Il Piano Colao e il Decreto semplificazioni, di cui detto sopra, hanno il chiaro obiettivo (già espresso da altri decisori politici negli ultimi anni) di alzare, e senza possibilità di opposizione, tutti questi numeri a 61 V/m (per ora) che, ricordiamolo, è nato in Europa come valore massimo e come “raccomandazione”. Perché, volendo uniformare, non portarsi tutti a 6 V/m, o tutti a 0,6 V/m, come prescritto in alcune località europee? Se è vero che, dai dati disponibili, nel Regno Unito, in Giappone, negli USA il limite è 61 V/m, è anche vero che in Belgio è 3 V/m, in Svizzera 4 V/m, in Australia vi sono regioni con 0,06 V/m, limiti quindi molto disparati per ordine di grandezza, quasi inconfrontabili. Diversi a livello europeo sono anche gli atteggiamenti verso la cosiddetta “sperimentazione” del 5G: nella capitale belga è stata bloccata nella primavera 2019, analogamente in Spagna, infine in Slovenia ed in Svizzera nei primi mesi di quest’anno; in Italia molti Comuni, tra cui Udine, hanno votato mozioni in questo senso.
Tutti irretiti dalle fake-news? Chiariamo: esiste una gran diffidenza verso chi solleva dubbi, e non solo sanitari, sullo sviluppo dell’attuale tecnologia delle radiofrequenze. Costui viene infatti immediatamente affogato nel grande mare del “complottismo”, quello delle scie chimiche, del 5G che provoca il Covid19, delle antenne 5G che nascondono dispositivi bellici, dei vaccini che contengono microchip. Questa diffidenza è lo specchio perfetto di quella, che è di fatto aperta ostilità, che molti tra i fautori del complotto nutrono verso tutto ciò che è in odore di scienza o tecnologia. Chi ama la scienza, di fronte a una simile impasse ha l’arduo compito di farsi spazio in un terreno minato per separare grano da gramigna, fatti da misfatti. Voleranno accuse di voler tornare all’età della pietra. Le parole di U. Galimberti (ne I miti del nostro tempo) ci avvertono: “tra la clava e la tecnologia non c’è differenza, se a promuovere l’una e l’altra è la volontà di distruzione o assimilazione. Sotto l’una o l’altra forma, ciò che si nasconde è l’incapacità di concepire l’uomo come altro da ciò che noi occidentali siamo divenuti”. Abbiamo una via d’uscita?
Le domande a cui dobbiamo tentare onestamente di rispondere riguardano almeno cinque ambiti: il primo riguarda i possibili danni alla salute (di esempi la storia è piena a partire dalle origini antropiche dell’inquinamento in cui viviamo e del mutamento climatico); il secondo si occupa del mondo utopico o distopico a cui vogliamo rivolgere lo sguardo, prima di essere irretiti in un universo iperveloce ed ipercontrollato, in una Matrix che ci saremo creati; il terzo ci interroga sulle disparità ancor peggiori che si prospettano tra Nord e Sud del mondo, un Sud già ampiamente colonizzato dai nostri modi di produzione, dal nostro meccanismo di debito; il quarto guarda allo sfruttamento di terre e persone da tempo in atto per nutrire le nostre tecnologie (per quanto depaupereremo ancora questa terra prima di ascoltare il messaggio che, da buon ultimo, il Covid19 ci ha lasciato, quanta ingiustizia genereremo ancora nel mondo?). Il quinto ci ricollega al nostro rapporto con la scienza. E questo è un percorso possibile da intraprendere. Occorre innanzi tutto che la ricerca, in particolare scientifica, sia pubblica, allontanata pertanto dalla connivenza col profitto (sono attualmente irrisorie le percentuali di PIL dedicate); è necessario che si ritrovi quella fiducia nella scienza, che al presente sembra sgretolarsi; è auspicabile e inderogabile che i cittadini godano appieno del diritto/dovere di cittadinanza scientifica, come riconosciuto anche nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo (10 dicembre 1948); occorre infine ripensare alla scienza ed al suo antico legame con l’uomo. E’ Simone Weil ad indicarci la strada nelle sue riflessioni sulla Scienza di quasi un secolo fa: “E’ assurdo credere la scienza suscettibile di progresso illimitato. Essa è limitata, come tutte le cose umane, eccetto che per ciò che nell’uomo è simile a Dio, ed è un’ottima cosa che sia limitata perché non è un fine al quale molti uomini dovrebbero dedicarsi, ma un mezzo per ogni uomo. È venuto il tempo di cercare non di allargarla, ma di pensarla.”
Dianella Pez