Prestiti dello Stato alle aziende finiti a quasi esclusivo vantaggio delle Banche. La conferma dal centro studi CGIA di Mestre

Sostegno alle aziende finiti alla banche, come FriuliSera ne avevamo parlato in passato, quando nel momento clou della prima fase della pandemia erano stati annunciati cospicui aiuti ad aziende e professionisti  sotto forma di prestiti garantiti dalla Stato. Come sospettavamo avendo fatto il governo Conti la scelta di utilizzare il sistema bancario come “mediatore” degli aiuti, alla fine il denaro è rimasto alla banche. A domanda precisa sul motivo della scelta “bancaria” ci era stato risposto che in realtà visto che lo stato prestava solo garanzie il motivo era legato al fatto che i soldi vanno utilizzati prendendoli da chi li ha. Sarò anche vero, peccato che tutto si è tradotto in una partita di giro e che i soldi così come sono usciti, solo virtualmente però, sono rientrati alle banche, con la sola differenza che ora queste hanno sul loro credito anche la garanzia dello stato. Il meccanismo era semplice quanto pernicioso, chiedendo il prestito la banca "erogatrice" convinceva che quel denaro era meglio utilizzarlo per abbassare la propria esposizione nei confronti della banca. Così alla fine il sostegno c'è stato ma solo per garantire di più gli istituti di credito.   La conferma che questo meccanismo è stato attuato e che il nostro non era solo un sospetto, è arrivata alcuni giorni fa dal centro studi della CGIA, che ha segnalato come lo stock complessivo dei prestiti erogati alle imprese italiane per fronteggiare la crisi economica è aumentato in realtà di 39 miliardi di euro ma il volume dei prestiti garantiti messo in campo dal Governo Conte bis è stato di oltre 150 miliardi. Insomma in realtà solo un quarto dei presiti sono finiti nella disponibilità monetaria di aziende e professionisti.
Spiega meglio il centro studi veneto, se queste operazioni hanno comunque consentito di invertire il trend che ininterrottamente è durato dalla fine del 2011 sino alla fine del 2019 - periodo in cui il volume dei prestiti bancari alle imprese è crollato di 300 miliardi di euro – il bazooka messo in campo dall’ex premier Conte non è riuscito ad aggredire con successo la cronica mancanza di liquidità che storicamente assilla in particolar modo le Pmi. Come mai, infatti, solo un quarto delle garanzie messe a disposizione dallo Stato attraverso SACE e il Fondo di garanzia, che per legge
dovevano coprire la quasi totalità degli impieghi erogati con questi strumenti, è finito nelle casse degli imprenditori? Perché una parte delle nuove garanzie è andata a colmare i cali fisiologici del credito in essere e nella sostituzione dei prestiti a breve con aumenti di quelli a medio-lungo termine. Oltre a ciò è possibile che il sistema bancario abbia usato una parte di questi miliardi anche
per abbattere i propri rischi, sostituendo le garanzie legate ai prestiti che aveva erogato prima dell’avvento di queste novità legislative. Un modo di agire che sicuramente ha favorito gli istituti di credito, che così facendo hanno azzerato i rischi di incorrere in crediti deteriorati, e in parte anche le imprese, almeno quelle che prima del mese di marzo dell’anno scorso avevano delle linee di credito aperte con gli istituti.
Questa tesi, sostenuta oggi anche dall’Ufficio studi della CGIA, prende forma dopo aver letto i risultati relativi alla consistenza dei prestiti erogati dalle banche alle imprese tra la fine di febbraio dell’anno scorso – periodo che precede l’introduzione del “Cura Italia”, del “Decreto Liquidità” e del “Garanzia Italia” di dicembre scorso. Tutto questo è stato fatto dal governo Conte che manco era un banchiere, figuriamoci quali magheggi saranno possibili ora che il timone è in mano ad un banchiere doc.